Leggere Philip K. Dick è un esercizio di decostruzione politica e nel contempo un manuale di sopravvivenza emotiva. Lontano dall’ottimismo tecnologico di altri autori, Dick è il tracciante delle disconnessioni postmoderne, e i suoi incubi distopici sono specchi che riflettono i meccanismi del potere contemporaneo. Per una sensibilità di sinistra, la sua opera è un’arma potentissima, capace di smascherare le illusioni di libertà in un mondo dominato da logiche di mercato e controllo.
Come ricorda Carlo Pagetti nel suo Il mondo secondo Philip K. Dick (Mondadori, 2022), l’opera dello scrittore americano costituisce un “convincente discorso estetico che non riguarda solo la narrativa fantascientifica, ma l’arte del romanzo nell’epoca della postmodernità” . In questo saggio, che raccoglie quarant’anni di studi critici, Pagetti restituisce l’immagine di uno scrittore capace di “costruire, libro dopo libro” mondi nei quali “si riverberano le idiosincrasie dell’uomo del Novecento e di tutta la sua (la nostra) epoca” .
Uno dei tratti più inquietanti e politicamente rilevanti dell’universo dickiano è la rappresentazione del capitalismo come un sistema che sopravvive a tutto, persino alla fine del mondo. Come osservato da Stanisław Lem in Fantascienza e futurologia (1971): “Nei romanzi di Dick il capitalismo è più longevo dell’intero universo […] Dick è il nemico pubblico del capitalismo, lo odia, ma ne è anche affascinato, conferendogli una nuova dimensione metafisica.”
“Dio promette la vita eterna” disse Eldritch. “Io posso fare di meglio; posso metterla in commercio.” In Le tre stimmate di Palmer Eldritch (Fanucci, 2003, traduzione di Umberto Rossi), la terra è diventata una landa desolata e il potere non risiede più negli Stati, ma nelle corporazioni che controllano l’accesso alla droga e alla realtà virtuale. La figura di Palmer Eldritch, come scrive Pagetti nell’introduzione, è un “mostruoso imprenditore-spacciatore, non del tutto umano e forse strumento di un’oscura divinità” (p. VII), incarnazione della fusione perversa tra capitale, tecnologia e controllo delle coscienze. Non si paga per mangiare, si paga per sognare, in un’economia di esperienze dematerializzate dove il profitto si fa sulla fuga dalla realtà. È un’anticipazione lucida del capitalismo della sorveglianza e dell’esperienza controllata, che trasforma il desiderio di evasione in merce. Il migliore dei mondi impossibili?
In Ma gli androidi sognano pecore elettriche? ( Mondadori 2022 ), da cui è stato tratto Blade Runner, il lavoro è globalizzato e la forza-lavoro è composta da androidi, metafora dei migranti e dei lavoratori precari privati di ogni appartenenza civile, ridotti a mezzi disumanizzati per fini economici.
Ma è nel suo primo romanzo, Lotteria del Sistema Solare (Mondadori, 2020, traduzione di Domenico Gallo), che Dick mette in scena la logica perversa del capitalismo delle piattaforme. Il protagonista, Ted Benteley, viene licenziato e per sopravvivere è costretto a giurare fedeltà a una corporazione, in una forma di servitù che trasforma il lavoratore in proprietà. In un sistema in cui il potere supremo viene assegnato per lotteria, l’unica possibilità di riscatto sono il gioco d’azzardo o la violenza politica, rivelando la profonda ingiustizia di una società che si professa basata sul caso e sul “merito”, in una politica scaduta a spettacolo televisivo e un capitalismo d’impronta feudale.
In un mondo che spinge all’isolamento e al sospetto, Dick propone una via d’uscita profondamente solidaristica: il gruppo eterogeneo di persone comuni, che si uniscono per fare fronte comune. Questa non è una scelta narrativa casuale, è un contributo, pop e fantascientifico, alle rivendicazioni del gruppo contro quelle dell’individuo. In Dick, la salvezza non è mai individuale, ma passa attraverso la condivisione di un destino comune e la costruzione di solidarietà, un valore che lui stesso definisce etico e che contrappone all’inarrestabile entropia del sistema.
La domanda cruciale dickiana “Cos’è reale?” non è solo un gioco filosofico, è un atto politico. Come sostiene Fredric Jameson in Postmodernismo. Ovvero la logica culturale del tardo capitalismo (Fazi, 2007, traduzione di Massimo Giovanetti, p. 186), il potere agisce anche attraverso la produzione del consenso e la naturalizzazione delle gerarchie: Dick, anticipando questa riflessione, ci insegna a diffidare di ogni narrazione ufficiale. I suoi personaggi vivono in mondi che sono simulacri, prigioni sociali costruite per essere scambiate per realtà.
In Ubik (Fanucci, 1969, traduzione di Roberta Rambelli; riedito più volte, anche da Mondadori), la realtà stessa si sgretola in una molteplicità di piani temporali contraddittori. La vita si scambia con la morte e mondi diversi fluiscono contemporaneamente, in una dissoluzione che rende impossibile distinguere il vero dal falso. Secondo Carlo Pagetti (introduzione all’edizione Fanucci, p. IX), il romanzo “affronta alcuni dei suoi temi più profondi: l’illusione che chiamiamo realtà, la mancanza di un tessuto connettivo e di un principio unificatore al di sotto dell’apparenza delle cose”, mettendo in crisi ogni certezza su cui il potere si fonda. Va notato che tutto si svolge in una narrazione che ha forti tratti umoristici. L’umorismo “patafisico” di Dick è un tratto essenziale per una lettura non solo didascalica.
In Valis (Fanucci, 1981, traduzione di Roberta Rambelli; poi Mondadori), la rivelazione della natura oppressiva e fittizia del tessuto sociale assume una forma teologica. Il Vast Active Living Intelligence System, è una rete di intelligenza aliena divina che un giorno contatta un terrestre, e il romanzo trasforma una visione interiore cruciale di Dick in un labirinto picaresco dove lo sdoppiamento tra narratore e protagonista diventa l’unico modo per dare voce a una visione del mondo e della storia umana a metà tra confessione psicotica ed epifania. La sostanza è la stessa: il mondo in cui viviamo è una finzione costruita da poteri che ci sovrastano, e la presa di coscienza di questa finzione è il primo passo per la liberazione. Con un passo mistico “a latere”, contenuto nella formidabile raccolta di appunti postumi di Dick, L‘Esegesi ( Mondadori 2026), che meriterebbe un approfondimento oltre questo articolo introduttivo. Si sappia solo che questa Esegesi è un testo in cui Dick analizza vari momenti mistici e profetici vissuti in prima persona.
Un’ulteriore declinazione del sospetto verso le narrazioni ufficiali si trova in La svastica sul sole (Fanucci, 1973i; poi in edizioni successiva Mondadori 2022, con titolo L’uomo.nell’alto Castello, da cui è stata tratta una serie visibile su Netflix), romanzo che immagina un mondo in cui le potenze dell’Asse hanno vinto la Seconda Guerra Mondiale.
Leggere Philip K. Dick a sinistra significa andare contro un pregiudizio narrativo ancora ancorato a un realismo “classico”. Significa avere consapevolezza di quanto il sistema sia mostruoso e onnipresente, ma anche vulnerabile alla critica e alla solidarietà umana, ai rapporti tra compagne e compagni in lotta. Dick ci mostra che, quando il mondo sembra irrimediabilmente compromesso, anche gli androidi possono sognare e altri mondi sono riconfigurabili nella collettività. Infine, un impegno pervasivo abita l’opera: “Che cosa posso fare di meglio. Esattamente quello che ho fatto. La mia voce per coloro che non hanno voce.” ( Phil K. Dick, L’Esegesi).
Paola Guazzo

2 Commenti. Nuovo commento
Molto bello. Poi Dick mi ha introdotto alla fantascienza umanistica e da lui e con lui è iniziato un lungo viaggio nella fantascienza. E già ero fan di Mary Shelley.
Ottimo articolo! Grazie