1947-1977: gli stessi errori?

Nell’ambito del nostro lavoro per i 100 anni dalla nascita del Pci e per una risposta di sinistra alla drammatica crisi innestata dalla pandemia riproponiamo una intervista a Federico Caffè. Ci pare molto interessante per le riflessioni sulla “subalternità” storica della sinistra in economia. C’è anche una proposta che oggi appare previgente di nazionalizzare l’industria farmaceutica. Riproporre Caffè è anche importante in un momento in cui torna in campo Mario Draghi con la riproposizione di scenari che vedono gli Stati pagare i danni per poi ritirarsi lasciando nuovamente la centralità alle imprese con costi sociali già preannunciati. Come transform! ci ripromettiamo di proporre a breve una riflessione più compiuta su Caffè.


Intervista a Federico Caffè, di «Sinistra 77»

Testo dell’intervista concessa da Caffè a «Sinistra 77» sulla partecipazione delle sinistre al governo fino alla metà del 1947 e sugli insegnamenti che se ne potevano trarre trent’anni dopo1

1947-1977: gli stessi errori?

Quali furono le scelte economiche che caratterizzarono i governi di unità nazionale?

Più che di scelte bisognerebbe forse parlare di non scelte, o di cose che si sarebbero potute fare e non si fecero. Fra le molte proposte che rimasero sulla carta, una delle più importanti è certamente quella del riconoscimento ufficiale dei Consigli di gestione. Il relativo progetto di legge, presentato da Morandi e D’Aragona, incontrò la violenta opposizione della Confindustria e fu insabbiato. Ecco una prima occasione perduta. Uso di proposito questo termine, occasione perduta, proprio perché oggi ci sentiamo troppo spesso ripetere che la storia non può essere letta come una storia di occasioni perdute.

A questo punto Caffè cita un’affermazione di Giorgio Amendola: il cliché di un paese sempre pronto a fare la rivoluzione, ma che non la fa mai per colpa di qualcuno che tradisce, è duro a morire. Si parla solo e sempre di occasioni perdute: il Risorgimento, il primo dopoguerra, la Resistenza. Ma se in cento anni questo paese non l’ha mai fatta, la rivoluzione, delle ragioni oggettive ci saranno pure («la Repubblica», 17 maggio 1977. Nel parlare mi porge il ritaglio).

In questa tesi c’è un equivoco di fondo. A chi parla di occasioni perdute si attribuisce infatti l’idea che fosse possibile uno sbocco rivoluzionario. Ma ciò serve solo a eludere il vero problema. A nessuno sfugge, oggi come allora, che vi era stata una divisione del mondo in sfere d’influenza e che avevamo gli americani in casa. Il problema storico su cui non riusciamo a intenderci è: posto che non si poteva fare la rivoluzione, che cos’altro si poteva fare? Ciò che è mancato è la volontà di attuare un coraggioso programma di riforme. Per tornare ai Consigli di gestione, si trattava semplicemente di tener conto di quanto gli operai avevano fatto durante la ritirata tedesca per salvare gli impianti industriali del Nord.

Quali sono le altre occasioni perdute?

Un esempio è quello del progetto di legge sul cambio della moneta accoppiato con un’imposta straordinaria sul patrimonio. Anche questo progetto, presentato dal governo Parri, fu deliberatamente insabbiato. Non è vero, com’è stato sostenuto, che la sua attuazione presentasse gravi difficoltà tecniche. Le difficoltà erano esclusivamente di natura politica: mantenere la fiducia di quelli che vengono tradizionalmente chiamati i risparmiatori, fu ritenuto più importante che combattere efficacemente l’inflazione. Finora ho parlato solo di proposte che formarono oggetto di specifici progetti di legge. Ma le cose che si sarebbero potute fare sono assai più numerose. Penso al mantenimento e al ripristino dei controlli amministrativi sui prezzi e di un sistema di razionamenti (anche se in questo caso le difficoltà tecniche non possono essere considerate irrilevanti, date le condizioni del paese). Penso anche a una seria riforma urbanistica. E ad alcune nazionalizzazioni, come fu fatto in Inghilterra e anche in Francia. La nazionalizzazione dell’energia elettrica, per esempio, avrebbe potuto essere attuata in modo ben diverso che nel 1962, scaglionando i rimborsi su un arco di trenta o quarant’anni. Di nazionalizzare l’energia elettrica si era, in realtà, parlato durante la Resistenza, e se ne continuò a parlare nell’immediato dopoguerra. Ma non se ne fece nulla. Mentre le cose andavano in questo modo, alcuni ministeri economici erano tenuti dai partiti operai, con uomini prestigiosi e autorevoli come Pesenti e Scoccimarro. Ciò mi rende molto scettico sulla possibilità di realizzare alcunché per il semplice fatto di stare nella «stanza dei bottoni».

Se i partiti operai avallarono con la loro presenza al governo un indirizzo economico liberistico, fu perché lo condividevano o perché pensarono di non poter fare altrimenti?

Viene qui in considerazione la grande influenza esercitata, sul terreno culturale, dalla scuola economica liberale, i cui esponenti erano circondati dal più grande rispetto. Da questa influenza la sinistra non fu per nulla indenne. L’egemonia culturale della triade Del Vecchio, Bresciani Turroni, Einaudi era così forte che le voci critiche riuscivano difficilmente a farsi udire. Provenivano, queste voci critiche, da giovani che gli economisti più attempati guardavano con olimpica indifferenza; oppure da studiosi molto rispettati, come Alberto Breglia, ma inclini per loro natura alla testimonianza di un dissenso piuttosto che alla lotta per l’egemonia.

Ma l’arrendevolezza della sinistra in materia economica non rifletteva anche una precisa gerarchia di obiettivi?

La preoccupazione dominante era, per la sinistra, la scelta istituzionale. Ma anche in seguito le scelte economiche furono considerate secondarie rispetto alle scelte politiche. Non a caso lo slogan di Nenni era «politique d’abord». La mia convinzione, maturata fin da allora è che si trattò di una linea miope. Prendiamo, per esempio, la crisi ministeriale del marzo 1947. Fu subito chiaro che essa preludeva all’estromissione dei partiti operai dal governo. Allora mi chiedo: non era preferibile cadere combattendo? Non era preferibile dare battaglia sulle linee di fondo lungo cui si muoveva la ricostruzione? Una riflessione su questo problema può essere ricca di insegnamenti anche per l’oggi.

Veniamo dunque all’oggi. L’attuale discussione sulla politica economica presenta delle analogie con quella svoltasi nel dopoguerra?

Sul piano dell’egemonia culturale trovo delle analogie sconcertanti. Ricompare con forza il tema dell’efficienza. Si riparla dell’impresa come centro del sistema economico e dell’imprenditore come regolatore incontrastato della vita dell’impresa. Si ripetono, talora con parole identiche; i discorsi che si sentivano nel dopoguerra, quando veniva detto che i Consigli di gestione non consentivano all’imprenditore di fare il suo mestiere, di prendere le decisioni con la necessaria rapidità e snellezza. Anche oggi la sinistra accetta un terreno di discussione proposto da altri. Non riesco a comprendere, per esempio, perché il Partito comunista debba rinunciare programmaticamente a qualsiasi estensione del settore pubblico dell’economia. In particolare, non vedo perché non si dovrebbe nazionalizzare almeno l’industria farmaceutica. Per continuare il paragone con il dopoguerra, mi sembra di cogliere nell’atteggiamento del Partito comunista la stessa paralizzante preoccupazione di rassicurare i ceti medi moderati.

Il problema del Pci è sempre stato quello di farsi accettare all’interno di un assetto socio-politico che voleva emarginarlo. Non è anche per questo che esso ha assunto atteggiamenti più moderati di quelli tipici dei tradizionali partiti riformisti?

Nell’immediato dopoguerra il più forte partito della sinistra non era il Pci, ma il Psi. Il Pci ne prese il posto in seguito, grazie a una politica molto accorta. Per cominciare, lo scavalcò immediatamente a destra già dalla «svolta di Salerno, riconoscendo la monarchia. Sotto il profilo dell’acquisizione di rispettabilità, e quindi dell’efficacia propagandistica e degli esiti elettorali, la politica di Togliatti non si può certo definire sbagliata. L’obiezione che ho rivolto ad Amendola nel corso di un dibattito è, tuttavia, che questa politica è stata utile per il partito, ma forse non altrettanto utile per il paese. Le sinistre potevano almeno far pagare qualcosa per ciò che concedevano. E ciò che concedevano non era poco: l’adesione delle forze organizzate del lavoro. Invece tutto si è risolto nell’avallo dato a una politica di restaurazione.

Con quali conseguenze?

Molte delle cose che si sarebbero potute fare allora non furono fatte, a maggior ragione, neppure in seguito. Il modo in cui si provvide alla ricostruzione e le scelte deflazionistiche dei governi centristi condizionarono tutto lo sviluppo economico italiano. La consapevolezza delle cose non fatte emerse improvvisamente nel 1962, quando la «Nota aggiuntiva» di La Malfa colpì molti come una rivelazione.

La politica economica italiana è sempre stata caratterizzata da un orientamento deflazionistico. Oggi, tuttavia, un simile orientamento e la sua accettazione da parte della sinistra sembrano trovare qualche giustificazione nello stato della bilancia dei pagamenti. Dobbiamo dunque chiederci: dove conduce questa strada? Ma anche: esiste una strada diversa?

Continuare sulla strada attuale non mi sembra assolutamente auspicabile. Le nostre esportazioni, tutto sommato, reggono. Ma ciò avviene grazie al lavoro nero e accettando una posizione subalterna nella divisione internazionale del lavoro. Il deterioramento delle ragioni di scambio impone senza dubbio dei sacrifici. Ma affidare la distribuzione dei sacrifici al meccanismo dei prezzi non è affatto l’unica scelta possibile. Questa è, però, la strada che ci viene indicata. Inoltre viene richiesta una maggiore mobilità del lavoro e, più in generale, la liberazione delle decisioni imprenditoriali da tutti i vincoli cui sono oggi sottoposte. Il problema che si pone è se le forze di sinistra debbano accettare queste condizioni (o, meglio, subire il ricatto, poiché di questo in realtà si tratta); oppure se esse debbano proporre un sistema di sacrifici generalizzato e controllato. La Robinson ha scritto che se usassimo anche in tempo di pace i metodi dell’economia di guerra il problema della piena occupazione sarebbe risolto. Non dovrebbe essere questo il programma delle sinistre?

Economia di guerra per scopi non di guerra. Quali sono gli obiettivi prioritari?

Il problema principale è quello dell’occupazione. L’aumento dell’occupazione non può essere affidato all’espansione delle esportazioni, e cioè a una variabile che è fuori del nostro controllo. E’ necessario rilanciare l’edilizia e fare una politica di opere pubbliche, espandere la spesa pubblica nelle sue componenti non assistenziali. C’è però un equivoco di cui dobbiamo liberarci: si sente spesso ripetere che la spesa pubblica deve rivolgersi in maggior misura agli investimenti e in minor misura al pagamento di salari e stipendi. Ma alcune riforme fra le più importanti, richiedono un aumento dell’occupazione nel settore terziario. Se si vogliono migliorare i servizi sociali, si devono pagare salari e stipendi. Non è vero, poi, che la spesa pubblica è troppo elevata. E’ il gettito fiscale che è troppo basso per le ragioni che sappiamo.

E quali sono i metodi dell’economia di guerra?

Per esempio il circuito dei capitali. Noi facciamo qualcosa del genere quando blocchiamo la scala mobile, imponendo un prestito forzoso. Ma lo facciamo poco e male, colpendo alcuni e non altri. Trascuriamo, poi, lo strumento fondamentale, che è rappresentato da una politica di estesi razionamenti.

… e di controllo delle importazioni.

Certo. Ma occorre anche il razionamento. Bisogna evitare che il razionamento avvenga automaticamente attraverso l’aumento dei prezzi. La mia preoccupazione è che si continui sulla strada del liberismo economico, aggravando progressivamente la situazione del paese. Se si vuole parlare di austerità, per me va bene, purché non sia un esercizio retorico e purché l’austerità sia concretamente finalizzata all’aumento dell’occupazione. E a un’occupazione non precaria. Io vedo la situazione dei giovani. Giovani di venticinque anni che appassiscono nell’inattività. Non è escluso che tutto questo si traduca m un aumento dei suicidi. Occorrono misure immediate per aumentare l’occupazione, accompagnate dagli altri provvedimenti che mi sono sforzato di indicare. Dire che tutto si risolve esportando di più praticando l’austerità e restituendo efficienza al sistema è una colossale mistificazione.

Fra gli argomenti più frequentemente addotti contro una politica di controllo delle importazioni e di razionamenti vi sono quelli relativi ai vincoli del Mercato comune e all’inefficienza della pubblica amministrazione. Qual è la forza di questi argomenti?

I regolamenti del Mercato comune sono stati fatti da persone intelligenti, e prevedono clausole di salvaguardia, scappatoie da usare nei momenti di difficoltà. Quanto poi all’inefficienza della pubblica amministrazione, non bisogna esagerare. Nel 1945-46, allora sì, la situazione dei ministeri era disastrosa, anche per effetto delle epurazioni. Eppure si è rapidamente compiuta un’imponente opera di ricostruzione delle ferrovie. Quindi, quando qualcuno ha voluto fare, le cose sono state fatte.

Se l’attuale linea di politica economica non verrà modificata, vi saranno ripercussioni sul quadro politico? E’ compatibile questa politica economica, con uno stabile spostamento a sinistra degli equilibri governativi?

Non mi sento completamente in grado di rispondere a questa domanda. Il mio compito di intellettuale, così come io l’intendo, è quello di indicare un modello alternativo e di dimostrare che si tratta di un modello possibile. Sul resto mi è difficile addentrarmi. Posso dire solo questo. Che, dopo un periodo di restaurazione sociale e dell’assetto dell’economia, la sinistra venga ricacciata all’opposizione mi sembra un’ipotesi da prendere in seria considerazione. Vi è tuttavia, un’ipotesi che mi preoccupa ancora di più: quella di una Sinistra subalterna che, per andare o restare al governo, rimette al passo le forze del lavoro senza ottenere sostanziali trasformazioni economiche. Vorrei aggiungere che, se per miracolo qualche risultato si dovesse raggiungere, ma andasse nel senso di un avvicinamento della nostra situazione a quella, poniamo, della Germania, non è questo il destino che augurerei al mio paese. Si tratta, infatti, di una situazione in cui i lavoratori, pur godendo di un certo benessere, sono in una posizione fortemente subalterna. Non credo, in altri termini, che il risanamento della bilancia dei pagamenti e un riassetto dell’economia, senza l’introduzione di veri elementi di socialismo, sia qualcosa che vale, un traguardo degno di essere indicato alla società italiana. Se ci mettessimo su questa strada, tradiremmo per la seconda volta gli ideali della Resistenza. Non vorrei apparire retorico. Ma tradiremmo l’ideale di costruire un mondo in cui il progresso sociale e civile non rappresenti un sottoprodotto dello sviluppo economico, ma un obiettivo coscientemente perseguito.


Intervista riproposta da sinistrainrete

  1. All’incontro con Caffè partecipò anche Antonio Lettieri, cui è dovuta una parte delle domande.[]
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