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Vent’anni dopo l’undici settembre

di Stefano
Galieni

Oramai da giorni, giustamente, negli organi di informazione di buona parte del pianeta, viene ricordata, con accenti diversi la terribile strage delle Twin Towers dell’11 settembre. Al di là di ogni premessa e di ogni analisi su quanto stava accadendo prima in quello che era divenuto il “nuovo disordine mondiale”, l’orribile strage che portò la guerra asimmetrica nel cuore degli Usa, facendo rivivere l’incubo di Peartl Harbour del 1941, quella data segna l’inizio della “guerra infinita” in cui siamo tutt’ora immersi. Alcuni brevi cenni, che fanno parte oramai della storia contemporanea, vanno considerati. Un mese dopo l’attacco, la vendetta statunitense e della Nato non si scatenò, come sarebbe stato lecito aspettarsi, sui finanziatori di Al Qaeda e del mondo jiahedista che organizzò l’attacco ma contro uno dei paesi più poveri e martoriati del pianeta, l’Afghanistan. Le ragioni? Questo paese dell’Asia centrale, non a caso considerato la “tomba degli imperi”, per i tanti tentativi di conquista falliti, era stato terreno di contesa politica statunitense da quando, l’occupazione sovietica del dicembre 1979 era andata a rafforzare uno stato autoritario ma laico in cui vigevano certamente tutte le limitazioni tipiche del modello sovietico ma dove non solo si andava attuando una modernizzazione non imposta ed una svolta laicista, ma erano state portate avanti riforme per redistribuire le terre e garantire maggiore eguaglianza sociale. Nel 1979 entrò in azione l’operazione della Cia denominata Cyclone, per destabilizzare il paese che portò, direttamente o indirettamente a finanziare i gruppi combattenti contro l’occupazione sovietica. Gruppi al loro interno divisi in milizie che controllavano alcune aree del vasto paese, diversi per orientamento religioso (c’è tutt’ora una minoranza sciita in una prevalenza sunnita), per lingua, per appartenenza “etnica”, per orientamento politico, eccetera. Foraggiati dagli Usa, da Pakistan e Arabia Saudita, prevalsero gli appartenenti ad un piccolo gruppo di studenti coranici, cresciuti nelle madrase delle zone impervie, che a malapena conoscevano le sure più restrittive del Corano ed erano caratterizzati tanto da un feroce anticomunismo quanto per l’odio verso le forme di secolarizzazione della vita sociale e politica, in particolar modo verso chi metteva in discussione le forme di patriarcato tradizionale. Non si trattava “soltanto” – e basterebbe – di imporre alle donne il burka, i matrimoni forzati, la perdita di ogni status sociale e civile, ma anche di riaffermare gerarchie inamovibili che dovevano regolare la vita nell’intera società afghana, sottomettendo anche chi per censo, origini familiari, ruolo militare, non aveva alcun potere reale. Dall’ingresso dei taliban a Kabul nel 1996 (l’Emirato islamico era già stato dichiarato 4 anni prima), ma dopo la dissoluzione dell’Urss a pochi interessava contrastare l’ennesima dittatura foraggiata dall’occidente.

Intanto, il miliardario Saudita Osama Bin Laden, già dal 1984 aveva iniziato a realizzare l’organizzazione Al Qaeda (La Base) individuando l’Urss prima e l’occidente poi, come nemici da combattere con ogni mezzo. Fino al 1991 operò in Arabia Saudita, poi fu costretto a spostarsi in Sudan (sotto l’ala protettiva del dittatore Al Bashir, oggi deposto e sostenuto sempre dalle potenze occidentali) e infine nelle aree di confine fra Afghanistan e Pakistan. Nel 1998 Bin Laden rivendicò gli attentati alle ambasciate statunitensi in Kenia e Tanzania, (complessivamente 224 vittime), nel 2000 la USS Cole, nave della marina militare Usa, ormeggiata nel golfo di Aden (Yemen) che provocò la morte di 17 soldati americani. Ma all’indomani dell’11 settembre, la vendetta Usa era già programmata verso l’Afghanistan in cui si supponeva vivesse Bin Laden. Il 7 ottobre partì l’attacco massiccio degli Usa e il governo taliban venne spazzato via in tre mesi. Ma il Paese non fu mai sotto controllo americano, i taliban iniziarono a riorganizzarsi nelle zone di confine col Pakistan ed Al Qaeda non venne intaccata nella sua potenza dall’operazione militare. Alla “libertà duratura” (il nome dell’operazione), venne affiancata l’operazione ISAF (International security assistance force), che vide coinvolti i paesi Nato – Italia compresa – in quella che con un orrendo ossimoro venne definita “guerra umanitaria”. Con i cacciabombardieri, le mine, i blindati, si dichiarò che a quel punto compito dell’occidente non era più soltanto quello di sconfiggere il terrorismo ma quanto di “esportare la democrazia”. La stessa motivazione addotta nel 2003 per invadere l’Iraq, cacciare Saddam Hussein accusato – dopo essere stato sostenuto per decenni in chiave anti iraniana – di “crimini contro l’umanità” e di possedere potenti armi chimiche poi mai ritrovate. L’occidente andava in Afghanistan per “liberare le donne dal burka”, peccato che poi, nonostante l’enduring freedom (dichiarata chiusa da Obama il 28 dicembre 2014) sia stata ridenominata Operation Freedom’s Sentinel, mutando ben poco le regole di ingaggio, pace e libertà in Afghanistan non sono mai arrivate. Nel maggio 2011 intanto l’uomo più ricercato del pianeta (vivo o morto) era stato ucciso nel suo rifugio ad Abbuttabad, in Pakistan a quasi 200 km dal confine afghano. In molti non avrebbero gradito una sua cattura da vivo e i suoi resti sono stati, per spregio e vendetta, dispersi nell’oceano. Al Qaeda, nel frattempo, avendo perso i suoi maggiori finanziatori si è trovata da una parte a perdere numerosi quadri dirigenti uccisi con chirurgica precisione dagli “specialisti” statunitensi che – se prevalesse lo stato di diritto – andrebbero considerati atti di terrorismo internazionale, dall’altra a veder trovare incrinata la propria egemonia dal progetto dello Stato Islamico (altrimenti Daesh), sorto in Siria e Iraq sempre avvalendosi degli stessi sostenitori più o meno dichiarati.

Oggi, dopo gli anni degli attentati in Europa, alla fine condotti da “lupi solitari” e poi rivendicati dai circuiti jiahedisti, la galassia del mondo islamista che combatte una guerra asimmetrica contro l’occidente sembra aver perso il proprio potenziale offensivo. La propensione è quella di rafforzare la presenza se non il dominio in alcuni Stati o in alcune aree del continente africano e di quello asiatico senza reclamare il confronto /scontro bellico con il resto del pianeta. Una scelta che è difficile definire tattica o strategica, legata alla fine dell’unipolarismo statunitense e della Nato (sono oggi più le potenze regionali e mondiali in campo), al fatto che non esiste più un’unica organizzazione egemonica jiahedista ma diverse espressioni sovente in contrasto fra loro, alla propensione a costruire configurazioni stabili (emirati) nei contesti in cui tali organizzazioni godono di ampio consenso. La possibilità di realizzare nuove teocrazie simili all’Iran o alle “petrocrazie” del Golfo, queste ultime tanto conservatrici e tradizionaliste nella politica interna (la sharia che è legge), quanto disponibili ad accordi commerciali con i vecchi nemici “crociati”, fondati sul puro neoliberismo.

Cosa resta dei popoli che hanno subito questo ventennio di guerre e sangue? Aumento di fame e povertà, del numero degli sfollati interni e di coloro che (terrore per l’occidente) cercano di entrare con ogni mezzo nei nostri opulenti paesi, una minoranza infinitesimale usata come arma propagandistica. E poi i disastri compiuti dalle guerre da cui molti Paesi non si sono mai ripresi o che, in alcuni casi, non si sono mai interrotte. Si pensi alla Siria, all’Iraq formalmente libero ma costellato di campi profughi, al Sahel, a Libia, Tunisia, Corno D’Africa che direttamente o indirettamente hanno risentito degli effetti della cosiddetta “guerra al terrore”. E l’Afghanistan tornato oggi in mano ai taliban è il paradigma di quanto le scelte operate dalla Nato e contro cui nulla ha svolto un multilateralismo ad oggi solo apparente, ha portato. Il nuovo governo di cui si sta dotando il paese è un insieme articolato e fragile di vecchia leadership antisovietica, ex fautori della “guerra santa” ed eredi dei leader taliban rimasti nelle zone impervie, controllando buona parte del paese, per tanti anni. Dichiarano di voler portare pace e sicurezza, maneggiano i social media e usano le tecnologie un tempo odiate per propagandare i propri messaggi, cercano di accreditarsi come forza di stabilizzazione ma intanto a Kabul, figuriamoci nel resto dell’Afghanistan, scarseggiano pane e generi di prima necessità. Sono già state molte le uccisioni di persone considerate non compatibili con i dettami dell’Emirato, le donne, con coraggio, hanno manifestato e sono state pestate ad Herat come a Kabul, molte di loro vivono in clandestinità. C’è chi pensa ad organizzare la resistenza – e a queste forze laiche va dato il massimo del sostegno – e chi sogna di fuggire, perché ha collaborato con il precedente e corrotto governo o semplicemente perché non vuole vivere sotto un regime oppressivo. Oggi dalle Nazioni Unite e dall’UE si parla di intervento in loco e civile di cooperazione, di lotta alla povertà, si ragiona rispetto al fatto che l’unica produzione cresciuta a dismisura in Afghanistan è quella dell’eroina (maggior produttore mondiale) mentre mancano i campi coltivati per produrre viveri. Ma sarà possibile cooperare (realmente) per portare verso l’autonomia una popolazione se non se ne riconosce prima il governo? Sembra che alla classe politica internazionale questo tema sfugga, sarà interessante capire come sarà affrontato nel prossimo G20.

Due ultime brevi ma doverose considerazioni. La prima si riassume oggi nella parola “rimozione”. Tanti leader, italiani, europei e non solo, che 20 anni fa o, con l’ingresso della Nato, nel 2006, parlavano di “esportazione di democrazia” o di “costruzione di uno Stato di diritto”, negano oggi tali affermazioni. Forse anche perché tali parole risultano ormai sostanzialmente sbiadite anche nella vita dei “paesi civili”. La seconda osservazione riguarda i “movimenti contro la guerra”. Nel febbraio 2003 portarono in piazza, complessivamente e contemporaneamente nel mondo 110 milioni di persone. Uomini e donne che affermavano il proprio no alla guerra e al terrorismo. Che fine hanno fatto? Hanno pesato nei singoli paesi gli errori compiuti dalle singole forze politiche e sociali che tentavano di rappresentarne le istanze? Certamente e nessuno può considerarsi immune. Ha pesato il fatto che di fronte a scelte di politica estera guerrafondaia si è perso il diritto e il bisogno di un dibattito pubblico, lasciando prevalere sedicenti interessi nazionali che hanno poi rafforzato soltanto limitati gruppi di potere. Ma ha pesato anche il fatto – e da questo punto di vista l’Italia è stata vero e proprio laboratorio – che un’istanza di pace, giustizia ed eguaglianza fra i popoli, come propulsore allo sviluppo di tutte e tutti, non ha mai trovato da noi sufficiente credibilità e rappresentanza. Si è preferito continuare a votare quei partiti e ad accettare quei racconti dei mezzi di informazione a volte violenti, altre autoassolutori, che non mettevano in discussione gli equilibri politici prestabiliti. Si è continuato a provare empatia per i popoli sofferenti fino a quando la loro sofferenza, di cui le scelte militari ed economiche nostrane si annoverano fra le cause, non arrivava nei pressi delle nostre coste. Allora quelle guerre si dimenticavano e gli “effetti collaterali” divenivano soltanto “clandestini”.

 

P.S.

L’11 settembre in varie città italiane, si terranno iniziative promosse dal Cisda (Coordinamento Italiano di Sostegno alle donne Afghane) sulla base di un appello (https://www.cisda.it/chi-siamo/comunicati/2454-uniamoci-alla-resistenza.html ). Transform darà notizia in tempo reale delle varie mobilitazioni e invita tutte/i ad aderire e a partecipare.

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