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Unit3, al lavoro e alla lotta. Conversazione con Barbara Tibaldi

di Stefano
Galieni

Barbara Tibaldi, della Segreteria nazionale Fiom-Cgil, è una delle persone più impegnate, per il sindacato anche nelle relazioni con i movimenti sociali sorti prima contro i decreti sicurezza, poi contro guerra, riarmo, il genocidio in Palestina e che hanno trovato nello spazio “No Kings” un importante punto di convergenza. Ma con lei è l’intera Fiom che ha scelto di investire molto in queste mobilitazioni.
Iniziamo la nostra intervista proprio partendo dalle ragioni che hanno portato un sindacato così rilevante in una scelta così impegnativa.
“Intanto c’è un tema che riguarda il contenuto. Essere in campo contro la guerra sta nell’identità della Fiom, nella sua storia e in quella dei metalmeccanici italiani. Gli scioperi del marzo del 1943, nel pieno della guerra e del fascismo nascono su una vertenza salariale, l’estensione dell’indennità degli sfollati a tutti i lavoratori, ma si trasformano in ‘pane’ – il salario –, pace e lavoro. Perché la consapevolezza che il cambio di condizioni di lavoro e di vita era diretta conseguenza della guerra fu immediata nelle fabbriche. La Fiom ha attraversato i decenni sempre così, è sempre stata in prima linea contro le guerre del Novecento. La seconda questione è nella sua storia recente. Il rapporto con i movimenti nasce nel periodo dell’era Marchionne, quando la Fiom, cacciata dalla Fiat, risponde, scende in campo e chiama in causa la Costituzione, a partire dalla democrazia, dal rispetto del lavoro e dai suoi contenuti, quindi anche dall’idea della costruzione di una società pacifica. C’è un rapporto che era consolidato, anche se era nel suo periodo meno intenso e poi c’è stata una ripartenza, un ‘ricomincio da tre’, mettiamola così. Nella relazione con i movimenti ci siamo incontrati all’inizio contro il decreto sicurezza. Perché immediata è stata la consapevolezza che toccava a noi, arrivava a fermare le nostre mobilitazioni, i nostri lavoratori davanti ai cancelli e sulle strade statali. Quindi quella convergenza sul tema specifico ci ha visto entrare naturalmente insieme sul genocidio in Palestina, sul contesto antiguerra, sulle politiche e le economie di guerra. Ci tenevo ad evidenziare la naturalezza con cui questo è avvenuto, è vero che noi abbiamo sempre mantenuto un rapporto più profondo con i movimenti, per noi è normalità e poi spesso ne parliamo nelle assemblee in fabbrica”.

Quando interviene pubblicamente, soprattutto in contesti giovanili, Barbara Tibaldi pone molto l’accento sulla necessità del coinvolgimento del mondo del lavoro per ampliare il fronte da costruire e per riuscire a parlare a chi manda avanti il Paese. Prova a rompere una bolla, che spesso si crea, in funzione della prospettiva di una alleanza di classe intergenerazionale.
“Il termine classe è proprio quello più adeguato. L’efficacia del movimento che sta nascendo dal mondo è direttamente proporzionale a quanto siamo consapevoli del fatto che lo scontro non è solo sociale ma di classe. Quello che stiamo combattendo, l’autoritarismo da un lato, l’economia di guerra e le guerre imperiali dall’altro, sono parenti strettissimi di questa fase di sviluppo capitalista. Quindi o rispondi con un conflitto di classe, con quella consapevolezza che ti dice ‘io so esattamente dove mi stai portando e non ci voglio andare’, oppure rischiamo di diventare un fatto temporaneo. Il rapporto con i giovani diviene strategico. Perché partiamo da una difficoltà. Da noi i giovani entrano nelle fabbriche precari, ricattabili, temporanei. Questo significa che è molto più difficile organizzarli, trovarli nelle assemblee perché i capi li guardano, quando provano ad allontanarsi dal posto di lavoro, pur essendo loro diritto, e gli dicono ‘sai, te lo ricordi vero che ti devo confermare?’ (fra tre mesi o sei). Invece, attraverso la nostra comune mobilitazione, parliamo con i giovani che stanno ancora all’università, a volte a scuola. E riusciamo con loro a ragionare lì, su quali sono i diritti che per noi, prima a scuola e poi sul posto di lavoro, sono irrinunciabili e ad organizzarli. Entrano quindi nel posto di lavoro più pronti, più forti e con una relazione già strutturata. Questo ci aiuta a costruire come dici tu una mobilitazione di classe lavoratrice. I movimenti sono per noi un’occasione preziosissima di confronto prima che i giovani entrino nella tagliola dei contratti, nei luoghi di lavoro. Per farceli entrare più forti e per costruire con loro, magari, condizioni diverse già al loro ingresso. La battaglia contro la precarietà i giovani la capiscono molto bene, tanto è che ai referendum dello scorso anno della Cgil, i giovani sono andati per la maggior parte a votare. A me commuove ogni volta che incontro chi vive in queste lotte, confermare timbrature ideologiche, intellettuali, valoriali”.

Tornando a parlare di quanto accade in fabbrica, soprattutto in quelle che producono armi o che si vorrebbero riconvertire a tale scopo, c’è il timore che passi l’idea che, in nome di un lavoro stabile, non sia importante pensare a cosa si produce.
“Bisogna essere sinceri. Tra i lavoratori la percezione è diversa a seconda che abbiano la pancia piena o vuota. Mentre con coloro che lavorano per la Leonardo, che non hanno un problema di futuro e hanno, meno di altri un problema di salario, perché hanno una contrattazione integrativa molto importante, puoi aprire una discussione e chiedere, insieme a Leonardo, di fare un piano industriale sul civile e non su quello militare, davanti ad un lavoratore a cui hanno chiuso il cancello della fabbrica, al quale viene sottoposta – per fortuna i casi sono ancora pochi – l’ipotesi di reindustrializzare, ma stando nel mercato della morte e della guerra, è molto più complicato. Per questo siamo contro la guerra dicendo ‘pane, pace, lavoro’, perché quando manca il pane è più difficile organizzare consapevolezza operaia di valore. Difendi il tuo futuro, difendi la tua pancia. In questo c’è un terzo elemento che a nostro avviso aiuta. Sulla riconversione delle fabbriche civili in produttrici di armamenti, si fa molta demagogia. Produrre armi è molto complesso, richiederebbe un alto livello di specializzazione. Noi non produciamo le munizioni del 1900, parliamo di armi che hanno delle componenti tecnologiche avanzate, per cui questa balla che anche se non facciamo più auto non è un problema perché ci sono tante armi da fare, incoccia contro la realtà del tipo di lavoro che riesci a fare. L’unica cosa che riesci ad ottenere è di prenderti il capannone, lo spazio. Ma quei lavoratori che montavano una frizione, non sono in grado di montare i chip di un sensore di un missile. E loro lo sanno. Questo aspetto lo usiamo, però non è facile. Poi c’è anche un altro fatto. Il rischio che corriamo come movimento, continuamente, è quello di trattare la questione della produzione di armi e peggio, della riconversione, solo dalle gambe, partendo dalla fine del processo. Il punto vero è che chi decide cosa fare alla Leonardo, non è Leonardo ma il governo. E troppo spesso, nelle fasi più calde del movimento, si è ceduto alla tentazione di porre il tema a Leonardo. Magari andando di fronte ai cancelli con il rischio di scontrarsi con gli stessi lavoratori come se la colpa fosse loro. Ma sono due i gradini da salire. Uno i lavoratori non c’entrano. La logica dell’obiezione di coscienza sul lavoro, i lavoratori non la possono esercitare. Nella storia del movimento operaio si è scioperato, si è boicottato, ma nelle regole del lavoro tu non puoi rifiutarti di produrre. Puoi rallentare la produzione, chiedere delle modifiche, fare sciopero. Ma questo è l’alveo delle tue azioni, sia culturali che normative. Due: nel rapporto con l’industria tu devi essere consapevole di chi comanda perché andare sotto una sede di Leonardo non serve a niente. Serve solo andare a Palazzo Chigi. Noi che ci parliamo con i dirigenti e l’amministratore delegato della Leonardo, non è un caso che l’abbiano fatto fuori, sappiamo cosa pensano. Non sono guerrafondai. Hanno continue pressioni dai ministeri, in particolare da quello della Difesa, affinché aumentino la produzione di armi. Una delle fabbriche più di valore di Leonardo, tecnologico oltre che occupazionale, sta in Puglia, a Taranto e fa le fusoliere dei Boing. E su quello Leonardo vorrebbe investire. Stesso ragionamento vale per Fincantieri, anzi lì hai una dinamica in più. La metà del popolo che lavora per Fincantieri è sottoproletariato, perché sono lavoratori dei subappalti e degli appalti. Con loro è ancora più complesso spiegare ‘che tipo di pane portarsi a tavola’, più o meno sano a seconda degli ‘ingredienti’ che ci metti. Il punto, quindi, è avere sempre la coerenza politica di capire che questa fase di sviluppo capitalista ha come braccio armato la politica. Ed è quel braccio armato che va tagliato. Ad esempio, in alcuni stabilimenti come a Monfalcone, gran parte delle persone che lavorano vengono dal Bangladesh. La loro permanenza in Italia dipende dall’accettare il lavoro per quello che è senza poterlo mettere minimamente in discussione. Non c’è differenza fra chi lavora in appalto o subappalto in quelle condizioni e il connazionale che lavora nei campi. Hanno lo stesso ricatto sulla schiena, che non è solo il pane ma è anche il permesso di soggiorno. Una delle cose più schifose della storia del Novecento si chiama legge Bossi – Fini che ha trasformato gli uomini in merce. E quando sei merce tu non scegli”.

A Barbara Tibaldi chiediamo anche di spiegare cosa si pensa adesso rispetto al fatto che, soprattutto in passato, tanto la sua categoria che l’intero sindacato, cedendo alle politiche concertative, si è indebolita la stessa capacità di mobilitare chi lavora. Non si tira indietro, anche volendo segnare una concreta discontinuità.
“Il primo segnale è l’arrivo di questo governo. In realtà anche con l’arrivo del governo Draghi, che meno di altri è riuscito a mascherarsi da tecnico, il sindacato ha avuto una spaccatura storica. Abbiamo capito che le strade per la sopravvivenza erano due: una è quella che ha preso la Cisl, di immettersi in una nuova fase come sindacato di servizi, con categorie che rappresentano lavoratori specifici. La Cisl è fatta di sindacati indipendenti che si federano ad una struttura generale che, a quanto pare è fatta solo di servizi e rinuncia alla rappresentanza della condizione e alla sua vertenzialità. L’altra, è quella della Cgil che è una confederazione ed è un sindacato generale e ha scelto, con Landini segretario generale, proveniente da una esperienza di lavoro molto importante nei metalmeccanici, di rimanere ancorato ad essere sindacato di rappresentanza. Avocando a sé il diritto a rivendicare più salario, ma anche una sanità e un sistema di istruzione migliori, perché le componenti anche economiche della vita delle persone, sono fatte di tutte queste cose. Con un governo fascista, questa è una scelta di campo. Indietro non puoi tornare. È una scelta di fondo che non ti viene perdonata, tanto è che la rinnovata vivacità della Cgil, anche su strumenti non tradizionali, i referendum dello scorso anno, l’appoggio a quello costituzionale, lo stare insieme ai movimenti che prima era un fatto più estemporaneo, si è sommata alle iniziative di lotta. Gli scioperi generali contro la finanziaria, non abbiamo iniziato a farli contro il governo Meloni, ma oggi li facciamo, affiancati ad altre iniziative. Tutte quelle che riusciamo a inventare, legali, formali, legislative. Abbiamo depositato lunedì due proposte di legge, una sulla sanità e una sugli appalti. Adesso inizieremo a raccogliere le firme. Abbiamo messo in tensione una grande confederazione che ha l’ambizione di essere sindacato generale. Ed è l’unica al mondo che lo è, tanto è che il solo sciopero nazionale contro la guerra, è stato fatto dalla Cgil, l’unico in tutta Europa. Nella sfiga questo ha amplificato dinamiche che sembravano più smorzate ma ha segnato delle differenze. Tanto è che ci si aspetta che col decreto del primo maggio Meloni provi a smorzarle e a intervenire, ad esempio, sulla rappresentatività, rendendo legittima la presenza di chiunque. Se invece vai a contare, nella rappresentanza, non ce n’è per nessuno. I 5 milioni della Cgil, anche tenendo dentro i pensionati, rimangono la più grande organizzazione rappresentativa del Paese con cui dover fare i conti. Evidentemente si stanno attrezzando per non essere obbligati a farlo”.

Intanto governo, media mainstream, a volte – da questi orientata – una parte dell’opinione pubblica, sembra non porre al centro il fatto che viviamo nel Paese in cui il potere d’acquisto dei salari cala ogni giorno e aumenta il lavoro povero. Il tema non è all’ordine del giorno nelle agende politiche. Si tratta di una sorta di strutturale emergenza nell’emergenza, che sembra essere stata acquisita come normalità. È quasi per troppe famiglie arrivare alla terza settimana con il proprio reddito e non si intravvedono le strade, che dovremmo trovare insieme per uscirne fuori. Anzi il rischio di ulteriore escalation dei conflitti fa temere che la situazione peggiori.
“Non un rivoluzionario, ma una persona moderata come Bobbio, affermava ‘È la narrazione’. Noi abbiamo di fronte un potere politico e parlo di quello mondiale, che ha il monopolio della forza, dove governa, ma anche la pretesa di avere quello della verità. A me capita spesso di discutere di questo fatto, che qui è indiscutibile. Ciclicamente, una volta al mese, escono i dati ufficiali, dell’Istat e di tutti gli istituti di ricerca, in cui si afferma che il trend del calo del potere d’acquisto è almeno decennale. Richiederebbe reazioni strutturali, per esempio il ripristino della scala mobile, affiancato al potere del rafforzamento della contrattazione nazionale. Questo vuol dire l’erga omnes per i contratti, combattere contro i ‘contratti pirata’, e che vuol dire non solo un incentivo ma un’obbligatorietà a definire un salario minimo, oltre l’inflazione, che puoi avere solo se riconosci la contrattazione come strumento. Ma se hai una legge che ti dice comunque che tu contratti o non contratti, sotto un certo livello, non puoi scendere. Tali scelte sono scomode perché incompatibili con questa fase di sviluppo capitalista, che prevede l’uso della guerra e quindi l’utilizzo della povertà e della fame. Finché i popoli non si ribellano alla guerra. Ogni volta che si tocca questo argomento, in qualunque discussione pubblica, dura 5 minuti. Poi si torna a parlare delle minchiate che vengono messe in giro, degli scandali dei sottosegretari che vengono fatti fuori, ma funziona così: 5 minuti come per i morti sul lavoro, un altro tema che sta diventando normalizzato. Qualche minuto di cordoglio e poi parliamo delle ‘cose importanti’. Infatti, occorre tentare di riappropriarsi di una narrazione che al momento, mi dispiace dirlo, non ha nessuno strumento di comunicazione davvero consapevole e amico, neanche le reti, come dire, meno filogovernative lo fanno. Spesso si puliscono la coscienza anche loro. E allora rimane la piazza, rimane la consapevolezza delle persone, rimangono le discussioni che fai in un’assemblea, in un’università. Perché la verità per essere difesa va resa manifesta dove puoi. Quando poi ti chiude una fabbrica, quando è una lotta di fabbrica, uscendo in una rotonda, quando vai in un’assemblea universitaria e lì ci interviene un operaio che dice: ‘Mio figlio non l’ho potuto mandare a fare l’università perché voleva fare il medico, voleva studiare chirurgia a Bologna, ma m’hanno chiesto 800 € al mese per un divano letto’. E allora quel padre capisce che la nostra lotta per avere, come dire, un accesso all’università democratico è anche la sua. Questa la verità c’è, esiste. Il punto è che dobbiamo portarla in giro tutti, ognuno nella sua prospettiva, ma tutti arrivando allo stesso punto. Sai quanti operai, ma anche amici sindacalisti, perché sai che noi abbiamo lo stipendio tarato con chi rappresentiamo e non siamo lontani da quei redditi hanno fatto mutui sulla prima casa, ovvero ipoteche, per mandare una figlia o un figlio all’università. Questo non può essere un mondo normale. E si dice che puoi studiare e lavorare insieme, ma come fai? Può andare per lettere, ma se vuoi fare ingegneria elettronica o medicina come fai? Si torna ad avere una selezione del gruppo dirigente, perché oggi chi trova un buon lavoro sono gli ingegneri elettronici ma devi partire da una condizione di base favorevole o poter accedere a borse di studio pagate dalle aziende a cui vengono affiliati. Con questo meccanismo si viene educati a provare gratitudine nei confronti del ‘padrone’ prima ancora di essere assunti. Ti è stato consentito di studiare ed emanciparti e in cambio dovrai andare fedelmente a lavorare”. 

Torna in mente un passato in cui si cantava “dell’operaio che vuole il figlio dottore” e di “studenti e operai uniti nella lotta”. Forse dovremmo considerare meno vetusti alcuni concetti, ma intanto affrontiamo con Tibaldi anche una data che si avvicina. Il 7 maggio sarà depositata in Cassazione una proposta di legge di iniziativa popolare perché si imponga una tassa dell’1% sui patrimoni, prima casa esclusa, superiore ai due milioni di euro, prevedendo che gli introiti vadano a sostenere casa, sanità, welfare e non possano essere destinati ad altro uso.
“È anche la proposta della Cgil, ma non attraverso una proposta di legge però il punto è quello della redistribuzione e non dell’emergenza da risolvere con un obolo. Si tratta di un approccio che in questo sistema fiscale, semplicemente non esiste e che scarica il 90% delle responsabilità di garantire le risorse, sull’Irpef e quindi su lavoro dipendente e pensioni”.

Spostiamo la nostra discussione sui temi più strettamente legati alle responsabilità della politica partendo dalla vittoria del no al referendum costituzionale. Hanno votato due milioni di persone in più rispetto a quelli, ed erano già tanti, del giugno scorso. Un fatto positivo che segnala un bisogno di partecipazione e di voglia di esprimersi a cui la politica deve dare risposte sensate.
“Dipenderà dalle azioni che farà la politica. Nel senso che un’azione come quella che si appresta a fare Rifondazione, con la proposta di legge di cui parlavi, va in questo senso. È un esempio di concretezza che parla e lancia una risposta al segnale lanciato dai giovani ma anche a tutti quelli che sono andati a votare al referendum. Che ti hanno mostrato la disponibilità ad andare a ritirare una scheda e partecipare alla democrazia, quando ti viene chiesto di pronunciarti su qualcosa che riguarda il merito. Questo anche a fronte magari dell’indisponibilità della stessa persona, di andare a votare quando deve scegliere qualcuno a cui delegare. Accade perché per troppi anni le deleghe sono state date e non sono stati rispettati gli impegni presi, anche dalle forze del centro-sinistra quando hanno governato. Va ricostruito, stando nei contenuti, un rapporto con quella platea immensa che non è più scontato. Io ho trovato estremamente sgradevole la discussione che si è aperta immediatamente il minuto dopo della vittoria referendaria, in cui si è provato, da parte di molti leader del centro-sinistra, a metterci sopra il cappello dicendo: bene, adesso discutiamo chi fa il capo. Quella partecipazione democratica ha dimostrato che la democrazia può essere difesa e partecipata dalle persone, ma solo a condizione di essere vincolata nel merito e non ai nomi, non alle leadership e non alle primarie. Adesso in qualche modo va ricostruita una prospettiva, perché senza quella siamo morti, resta solo la gara a chi la spara più grossa”.

La sconfitta del governo Meloni, per chi si riconosce in Transform, ha una priorità che un tempo si definiva come “prevalente”. C’è da domandarsi quanto il mondo sindacale, rappresentato dalla nostra interlocutrice si senta capace di considerare questo aspetto come nodo fondamentale.
“Avrà un ruolo fondamentale per le cose che ci dicevamo. Il sindacato, per sua natura, essendo una struttura di rappresentanza del lavoro è portatore esso stesso, con i propri corpi, della verità. È l’unico strumento che, contrapposto alla narrazione dominante, può interrompergli il progetto. Possiamo spaccargli il giochino se a un certo punto, come spesso usiamo dire, dopo che ci hai raccontato un sacco di cazzate sul fatto che hai aiutato il lavoro salariato, milioni di persone leggono il salario netto, in busta paga, in basso a destra. Magari non basta guardare una volta, neanche due, ma poi cominci a vedere contemporaneamente le tue bollette aumentare e il salario fermo. Se porti questo fuori dal tuo privato e lo organizzi collettivamente diviene un atto rivoluzionario. È un contributo che il sindacato deve portare, fosse anche solo questo”. 

Per concludere chiediamo a Barbara Tibaldi la propria opinione rispetto all’appello, lanciato da Rifondazione, di dare vita ad un fronte comune per cacciare il governo, che non deve diventare una sommatoria, ma potrebbe provare a chiedere alle altre forze di opposizione di agire per non reiterare gli errori del passato. L’appello è rivolto alle tante donne e ai tanti uomini che vorrebbero potersi riconoscere in una prospettiva e in una visione diversa di futuro. Potrebbe essere un segnale da raccogliere anche nel mondo del lavoro.
“La considero positiva perché parte dal merito. C’è molto di quello che è organizzato dentro la politica, intendo nei partiti, ma anche in chi ne sta fuori, è nella Costituzione, nella sua applicazione, nel suo agirla e mantenerla viva. Lo dico anche partendo da noi. La Fiom si è salvata in questo modo quando, con la vicenda Fiat, hanno provato a cancellarci, abbiamo vinto grazie a persone come Stefano Rodotà e altri grandi costituzionalisti, ma grazie al fatto che abbiamo la Costituzione. Abbiamo vinto praticamente in Corte costituzionale, il diritto a non essere esclusi dalla rappresentanza sindacale ma intanto, le piazze che abbiamo costruito e attraversato, avevano quella matrice che, come nel referendum di marzo si è dimostrata buena suerte. È il giusto campo in cui stare, penso sia più forte di quanto appare e quindi considero quella di Rifondazione una notevole buona proposta. L’importante è che regga il confronto con gli altri interlocutori senza cadere nella tentazione storica che si è ripetuta negli ultimi decenni, quella di continuare a prenderci le misure reciproche”.

Stefano Galieni

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