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Come uscire dalla “tempesta perfetta”. Parla Peppe De Cristofaro

Politica internazionale, diritti umani, mafia, da ultimo emergenza Covid, sono pochi i temi in cui Giuseppe (Peppe) De Cristofaro non si è occupato nel suo lungo impegno politico. Senatore e presidente del Gruppo Misto a Palazzo Madama, è però anche per chi scrive un compagno con cui i rapporti, nelle differenti scelte, non si sono mai interrotti.

E con lui iniziamo a conversare chiedendogli di un Paese e di un continente in cui guerra, crisi economica e spinte antidemocratiche, si sono fatte sistema creando una sorta di “tempesta perfetta”, in cui la politica deve intervenire per uscirne fuori con i minori danni possibili.
“Il processo di globalizzazione neoliberista così come lo abbiamo conosciuto dalla caduta del muro di Berlino ad oggi è entrato profondamente in crisi da tempo. A questa crisi la destra cosiddetta sovranista ha proposto una uscita basata sulla guerra, sulla cancellazione del diritto internazionale e dei diritti umani, sulla rimessa in discussione dei valori fondanti delle stesse democrazie liberali. È una crisi di sistema totale accelerata da una finanziarizzazione sempre più spinta del capitalismo contemporaneo, dalla rivoluzione introdotta dall’intelligenza artificiale, dal ritorno dell’ideologia predatoria di tipo coloniale e da una riedizione ed ostentazione del suprematismo bianco. Un pugno di persone detiene nelle loro mani private ricchezze superiori a quelle della popolazione di un intero continente come quello africano. Il ritorno della barbarie e della forza bruta è il tratto distintivo di questa epoca e le linee rosse continuano ad essere spostate sempre di più verso il baratro, come dimostra il fatto che mai come in questo periodo si è minacciato il ricorso all’arma definitiva, quella nucleare. A tutto questo aggiungiamo il negazionismo sulla crisi climatica, mentre il pianeta brucia e si surriscalda aver arrestato i timidi processi di riconversione ecologica del nostro modello di sviluppo è un crimine contro l’umanità di cui pagheranno il prezzo le generazioni future”.

Questo a nostro avviso riafferma in maniera sempre  più netta, l’incompatibilità di questa fase del capitalismo con qualsiasi forma di reale vita democratica.
“Capitalismo e democrazia si divaricano con torsioni autoritarie sempre più spinte, non a caso si parla di autocrazie. Qui siamo di fronte ad un salto di qualità. L’attacco d’Israele e Usa contro l’Iran e prima ancora quello contro il Venezuela o la minaccia di Trump di ‘prendersi’ Cuba o la Groenlandia, non sono solo azioni che costituiscono una grave violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. Qui si punta espressamente  alla normalizzazione dell’assassinio o al rapimento  di capi di Stato come strumento ordinario della dialettica tra Stati. Se accettiamo questa deriva, se la consideriamo legittima o addirittura inevitabile come ha di fatto affermato la nostra Presidente del Consiglio Meloni (e anche da Ursula von der Leyen per la verità), stiamo di fatto legittimando il ricorso al terrorismo come metodo di regolazione dei conflitti internazionali. Gli stessi cittadini, se non sono passivi spettatori delle decisioni dei ‘Re’, diventano nemici pubblici da reprimere od eliminare. Il ruolo dell’ICE negli USA ci dice che guerra esterna e guerra interna si tengono, sono due facce della stessa medaglia. C’è un filo unico che lega le bombe su Gaza e sul Libano e i decreti sicurezza e le norme falsamente emanate per combattere l’antisemitismo. Si vuole piegare tutto ad un pensiero unico: se non ci riescono con il controllo dei mezzi d’informazione ecco che arriva la criminalizzazione del dissenso e il divieto di manifestare o denunciare il genocidio. A tutto questo sommerei l’esasperazione della ‘società del controllo’ con l’utilizzo delle nuove tecnologie spesso sperimentate a Gaza o nel sistema di apartheid in Cisgiordania”.

In contemporanea però, da noi come dall’altra parte dell’atlantico, si assiste da tempo ad una ripresa, a volte quasi prepolitica, di opposizione, soprattutto giovanile. Ad avviso di chi scrive, se negli Usa potrebbe anche sgretolarsi il trumpismo, da noi le due diverse campagne referendarie, le manifestazioni per la Palestina, contro guerra, riarmo e ddl sicurezza, il recente movimento No Kings, sembrano suscitare grandi speranze.
“Non so se si tratta di prepolitica, a me pare che sia Politica con la P maiuscola. Lo diceva don Milani: ‘sortire da soli è l’avarizia, sortire insieme è la politica’. Questo agire collettivo, dal basso, il non accettare le ingiustizie in casa propria e nel mondo è l’esatto opposto di quello che ci hanno voluto imporre da anni. Ci hanno detto che ‘sbattersi’ e impegnarsi non serve a niente, il Palazzo è sordo e impermeabile alla piazza, tanto vale rimanere passivi. Certo nel movimento per la pace brucia ancora la sconfitta per non essere riusciti con la grande manifestazione mondiale del 15 febbraio 2003 – ‘la seconda potenza mondiale’ come scrisse a quel tempo il New York Times – a fermare la guerra all’Iraq.  Bush e le potenze occidentali se ne infischiarono dei 110 milioni di persone in piazza e la guerra, basata sulla menzogna delle armi di sterminio di massa, la fecero lo stesso. Fu la dimostrazione della crisi verticale delle democrazie liberali incapaci di rispondere positivamente alle aspettative della società civile globale, il tentativo di mettere la pietra tombale all’utilità concreta della mobilitazione di piazza. 25 anni dopo  una nuova generazione ricorda a tutti noi invece che senza lotta ed impegno non c’è speranza. La fragilità del nostro pianeta e delle nostre democrazie hanno bisogno come non mai di questa linfa, di questo desiderio di contare. Tanto più che il mondo è ostaggio della follia e brutalità dei ‘Kings’, tanto più è preziosa questa voglia di far pesare la propria voce. La generazione Gaza ha avuto un ruolo fondamentale nel rovesciare il verdetto già scritto dal Palazzo sul referendum o nell’obbligare il governo a sospendere il memorandum di cooperazione militare tra Italia ed Israele. Siamo davanti ad un grande potenziale democratico ad una grande occasione di riscatto dal basso, per questo bisogna maneggiarlo con cura evitando di rinchiuderlo in giochi politicisti”.

L’impressione, sempre parlando di embrioni di movimenti, è che ci sia soprattutto una forte indignazione di carattere etico che difficilmente si sente oggi rappresentata politicamente, tranne alcuni settori.
“L’etica è sicuramente un elemento importante ma c’è anche consapevolezza della gravità del momento. Altrimenti non mi spiegherei l’ossessione del potere di normalizzare i luoghi della formazione del sapere come scuola ed università, negli USA come da noi. Il distacco con la politica partitica non lo si recupera in pochi giorni, gli stessi partiti dovrebbero tornare ad essere ‘intellettuali collettivi’, luoghi di elaborazione e crescita non solo semplici e banali comitati elettorali. Certo il referendum ma anche l’Ungheria o diverse elezioni amministrative qua da noi e negli Stati Uniti o in Francia ci dicono che c’è un recupero della consapevolezza dell’utilità sociale del diritto di voto. La destra l’ha capito benissimo, per questo ha impedito il diritto di voto a 5 milioni di fuori sede. Poi se mi chiedi se l’offerta politica a sinistra è adeguata a dare risposte all’altezza della situazione, non posso che risponderti che dobbiamo ancora lavorarci a lungo e approfonditamente. Però ci stiamo provando. Il governo Meloni ha cercato tardivamente di riacquisire credibilità con alcune mosse ad effetto (cfr. sospensione dell’accordo con Israele e gelo con Trump), dopo lo smacco subito con il referendum costituzionale. Forse ora bisogna lavorare  di più e meglio per dimostrare l’assoluta inaffidabilità di tale svolta. Trump sta affondando il Governo Meloni così come ha affondato Orban, ma è troppo presto per dichiarare il declino definitivo delle destre sovraniste in Europa e nel mondo. Non basta che le persone si rendano conto che le politiche dei dazi e le guerre di Trump lavorano contro i loro interessi più elementari, bisogna che sia proposta loro un’alternativa politica adeguata. Insomma è a sinistra che dobbiamo lavorare facendo leva sui ‘pensieri universali’ forti che guardano all’umanità nel suo insieme e oltre i confini nazionali dentro il quale la destra vorrebbe richiuderci. Occorre avere una idea altra di Europa, di Mediterraneo, di relazioni globali basate su diritto internazionale e sull’equa ripartizione della ricchezza. Bonificare il terreno minato della guerra tra poveri alimentata e costruita nella pubblica opinione da decenni con il pretesto del migrante che ci porta via il lavoro e rende le nostre città più insicure, richiede un lavoro di lunga lena nella società”.

Parlare di quanto avviene in casa nostra impone anche di comprendere se andrà in porto il tentativo di sovvertire ancora una volta la già penalizzante legge elettorale e rimettere in moto il percorso che porta al premierato o se, in seguito ai risultati referendari, ci sarà una battuta d’arresto.
“Le leggi elettorali che portano ad alterare la volontà popolare attraverso esosi premi in seggi, trasformando minoranze nel Paese in maggioranze in Parlamento, sono una delle ragioni della crisi della nostra democrazia. Meloni ne è un esempio lampante di come questa distorsione ottica possa ingannare. Tutta questa narrazione che gli indici economici vanno bene, che la disoccupazione giovanile e quella femminile sono ai minimi storici, che i salari sono adeguati e il precariato in contrazione alla prima prova del nove, ovvero al referendum costituzionale, viene pesantemente contraddetta da 15 milioni di No. La tentazione della destra sarà quella di alterare le regole del gioco e proporre una legge elettorale, una sorta di nuovo porcellum, che anticipi il premierato, personalizzando sulla figura del candidato a Palazzo Chigi la contesa elettorale. Se una cosa ci dice il movimento ‘No Kings’ e lo stato comatoso delle nostre democrazie è che il presidenzialismo è in crisi, non è in grado di rispondere adeguatamente ai bisogni della società contemporanea. Dopo la difesa dell’indipendenza della magistratura dall’esecutivo, dobbiamo ora difendere e tornare alla centralità del Parlamento e renderlo il più rappresentativo possibile della società reale. Da parlamentare posso dirti che il senso di frustrazione per il procedimento legislativo sequestrato dall’esecutivo è enorme. Praticamente non c’è più una disegno o proposta di legge di origine parlamentare. Il ricorso continuo alla decretazione d’urgenza e al voto di fiducia sta umiliando le Camere. Alla riforma costituzionale sulla giustizia nata a Palazzo Chigi non è stato possibile al Parlamento modificare neanche una virgola: tutto rigorosamente blindato. Visto che l’errore di mettere mano alla Costituzione lo hanno fatto sia la destra sia il centrosinistra per poi essere sconfessati dal voto al referendum, forse è giunto il momento di restituire pienamente al Parlamento l’eventuale iniziativa di modifica costituzionale e lasciare, come diceva Calamandrei nel dibattito all’Assemblea Costituente, i banchi del Governo vuoti”.

Il mondo che ha risposto “no” al tentativo di smontare la Costituzione e oggi chiede alle sinistre unità e chiarezza nei contenuti. Resta ora da capire se sia possibile operare in un cambio di passo tale da poter segnare quella discontinuità col passato che riporti le persone a partecipare non solo ai referendum.
“Come Alleanza Verdi e Sinistra abbiamo sempre lavorato in questa prospettiva unitaria, facendo dell’attuazione della Costituzione il nostro principale programma politico. Penso che il successo del referendum e il ruolo attivo della società civile che abbiamo visto non devono andare dispersi e che siano fondamentali nella costruzione di un’alternativa politica e sociale al blocco delle destre. Evitiamo di contarci sui leader e mettiamo al centro il programma a partire dal punto da cui discendono tutti gli altri: la pace”.

Per concludere, tenendo ovviamente conto del fatto che manca ancora più di un anno al voto, diviene importante domandare a Peppe De Cristofaro se esistano secondo lui le condizioni per ampliare un fronte contro il fascismo, anche con forze che intendono mantenere la propria autonomia come ad esempio è emerso dal recente documento approvato dal Comitato politico nazionale di Rifondazione Comunista.
“Sono contento che anche Rifondazione Comunista voglia dare il proprio contributo alla sconfitta delle destre. Ho sempre ritenuto un peccato che questa comunità di compagne e compagni si fosse collocata ai margini e in alternativa ad un progetto progressista, solidaristico e costituzionale per dare all’Italia la svolta politica di cui ha diritto. Ognuno può contribuire a questo percorso, abbiamo bisogno di unità vera. Davanti a noi ci aspettano gli appuntamenti del 25 aprile, del 1 maggio e dell’80esimo anniversario della vittoria del referendum istituzionale in cui gli italiani e le italiane scelsero la Repubblica. Attraversiamole in modo intenso ed unitario chiedendo pace, disarmo e diritti civili e sociali per tutti e tutte”.

Stefano Galieni

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1 Commento. Nuovo commento

  • Raffaele Tecce
    22/04/2026 16:05

    Ottime le domande di Galieni , ottime le risposte di De Cristofaro.
    Emerge una volontà unitaria di un accordo contro la destra alle prossime elezioni politiche del 2027, che ricompone le/i compagne/i che rappresentano la storia migliore di Rifondazione Comunista.
    E di questo fatto sono particolarmente contento
    Raffaele Tecce

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