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Un’altra Europa serve adesso

di Roberto
Musacchio

Per l’Italia la prima stoccata è contro il blocco dei licenziamenti che danneggerebbe i precari e chi non lo fa. Poi c’è la segnalazione tra i tre Paesi a disavanzo particolare. Per la Francia nel mirino ci sono le pensioni, lì “ancora” a 62 anni e col sistema retributivo.

Se le procedure per violazioni ai parametri sono rinviate al 2023 le avvisaglie ci sono da subito. Lasciamo perdere le esternazioni di Schauble di cui si conosce il pensiero fissamente austero. È la gioiosa macchina da guerra della UE che si è messa in moto. Io la chiamo l’Europa reale perché ha tutti i tratti di un regime. L’ideologismo esasperato e le rigidità. Ma mentre il socialismo reale almeno in teoria e nonostante tutto aspirava a soddisfare la maggioranza, la UE nasce come soggetto dei mercati. La sua religione, sancita da Maastricht, è l’economia sociale di mercato dove il soggetto è il mercato e la società si adegua. Il suo impianto legale è il solo tutto mercatista tra tutti quelli esistenti compresi i Paesi capitalistici come gli USA. Un mercato religioso con al centro l’impresa, il libero commercio, i riti della innovazione e della competizione. Una religione medievalista che del medioevo ha le forme di governance in un connubio tra tecnocrazie e intergovernativismi che si dipana in imperium, vassalli, valvassori e valvassini.

La democrazia è alle spalle. La cittadinanza ridotta ai minimi vitali che dovrebbero realizzare i buoni propositi di carte dei diritti relegate ad annessi dei trattati vincolanti e fuori dagli orizzonti moderni costituzionali. Caro Mario, cara Ursula si dicevano i due amministratori di feudi nella conferenza stampa che concludeva il Global health summit che sanciva che sulla salute decide il commercio e che la UE è strutturalmente a destra degli USA di Biden.

Questa UE si accinge a gestire una feroce ristrutturazione capitalista. I nomi sono fantasiosi, next generation, green economy. Ma stiamo messi peggio che col piano Marshall (sigla European recovery plan, dice niente?) che pure incontrava un pluralismo sociale, politico e di pensiero. Qui siamo alla tautologia che uno come Briatore esprime rozzamente con “il povero mangia grazie al ricco e dunque diamo soldi e potere al ricco”. Draghi e Von der Leyen sono più eleganti ma la sostanza è la stessa. D’altronde la UE nasce dalla sbornia della “vittoria sul socialismo reale” come ci ricorda la equiparazione tra nazismo e comunismo votata da lorsignori. In realtà è una colonia USA ma pensa di mettersi in proprio non ribellandosi come fecero i fondatori del nuovo continente ma formando una sorta di piattaforma di mercato per la concorrenza bardata di un po’ di noblesse oblige del politicamente corretto che si muove senza bandiera che non sia il mercato nell’oceano unico del capitalismo finanziario globalizzato. Un ritorno all’antico dell’Europa dei mercanti, non a caso particolarmente nordici, senza le sue ricchezze culturali e opposta a quella sociale edificata dopo le tragedie delle due guerre mondiali nate nel suo seno ed “espiate” dall’antifascismo e dall’antinazismo delle classi popolari e dei movimenti socialisti e comunisti.

Qualunque dirigente di sinistra dell’Europa sociale e democratica che fu chiamerebbe ciò che è accaduto e accade in pandemia col suo nome: una gigantesca ristrutturazione capitalistica. Ancora più odiosa perché fatta per coprire le colpe di questo regime capitalistico per e nella pandemia. Che ha colto “impreparati” nonostante annunciata da 20 anni. Debilitati da trentanni di smantellamento delle difese pubbliche. Che viene usata,  come le guerre, per un salto tecnologico tutto in mano, più che mai, alle multinazionali alimentate dai soldi pubblici e coperte dai sacrari privati dei brevetti. La vicenda brevetti è emblematica perché mostra ciò che il buon Marx chiamava la contraddizione tra sviluppo produttivo e rapporti di produzione. Eppure è tale l’irrinunciabilita’ per il sistema ai fondamenti religiosi che controllano mercato e scienza che come in una società premoderna ci propongono a soluzione carità e commercio.

Volendo continuare il paragone storico il rapporto della UE con le multinazionali fa pensare a quello degli Stati mercantili con le compagnie delle Indie.

E poi arriva la flat tax sulle multinazionali che il G7 colloca al 15% laddove gli Usa di Biden e Sanders proponevano il 21%. Anche qui la UE si è collocata a destra vicino al 13,5% del paradiso irlandese e tenendo conto che in 20 anni ha ridotto l’aliquota sulle imprese dal 32% al 20,5. Che le tecnologiche pagano il 9%. Che solo con le politiche fiscali aggressive dei trasferimenti le aziende risparmiano circa il 17% sugli utili. Che ci sono le imprese bucalettere per aggirare il fisco. Che la finanza si muove più “libera” che negli USA. E che il 13% del Pil tedesco sta in situazioni con caratteristiche offshore.

La ristrutturazione capitalistica prevede due anni di minacce prima di riattivare Maastricht. Minacce volte ad ottenere più potere alle imprese di ristrutturare senza vincoli dal lavoro, dalle regole, dall’ambiente. E scaricando i fallimenti dei cosiddetti crediti deteriorati, insolvibili e inesigibili, dal sistema bancario ai debiti sovrani. Una montagna di soldi per i quali è pronta la ricetta del 2009 con tanto di Mes riformato che, questa volta si verrà chiamato in azione. E si perché anche nel 2009 si spese, eccome.

Che spazio ha questa nave crociata della UE nell’oceano della globalizzazione è tutto da vedere. Ma i piloti automatici questo sanno fare.

Draghi è tra di essi e trasuda ambizioni post Merkel per le quali ha ingaggiato i due dioscuri Letta e Salvini, giovani senza belle speranze. Paese debole, politicamente spiantato per il più colossale cambio di campo operato dal principale soggetto politico “diverso” il Pci fattosi Pd. Come il socialismo europeo che nell’annaspare nella sua crisi arriva in Danimarca a varare con un suo governo e l’appoggio delle destre tutte la prima legge di esternalizzazione extraUE delle frontiere contro i migranti. Roba da far invidia a Salvini ed Orban. Il quale Orban si vede per fortuna bocciata dalla Corte costituzionale la legge della schiavitù che imponeva straordinari a dismisura e di incerto pagamento. Peccato che assomigliasse molto alla direttiva europea sull’orario che cerca da tempo di essere approvata. Come nella UE ci sono gli indici di flessibilità del lavoro che sottintendono ai licenziamenti liberi. Certo poi si raccomandano i minimi vitali e le quote antidiscriminazioni. Ma sono molto minimi, poco vitali e non per tutti. Come le quote non valorizzano le differenze ma l’omologazione come nel caso dell’aumento repentino dell’età pensionabile delle donne.

Si dirà: da una cosa così bisogna scappare! Purtroppo non è né un incubo né un romanzo distonico. È la realtà che ha bruciato i ponti alle sue spalle. La lotta di classe rovesciata non fa prigionieri né lascia zone franche. Resta solo  che riprendere la lezione di Marx. Solo la rivoluzione può costruire la nuova modernità. Noi dobbiamo liberare l’Europa.

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