Innanzitutto, caro Alfio, grazie per la tua disponibilità. Tu non solo sei stato il presidente di Un ponte Per, una organizzazione che stimiamo in tante e in tanti, ma anche del, Consiglio ed Esecutivo della Associazione delle organizzazioni italiane di cooperazione e solidarietà internazionale, e sei Coordinatore della Rete Italiana Pace e Disarmo.
Proprio la Rete Italiana Pace e disarmo a marzo di quest’anno, assieme alla Conferenza Nazionale Enti di Servizio Civile e a Sbilanciamoci! ha lanciato la campagna UN’ALTRA DIFESA È POSSIBILE e mi sembra giusto iniziare da qui. Vorresti parlarci dunque di questa iniziativa?
Di fronte alla drammatica crisi globale, con un Mondo e un’Italia sempre più armati e il diffondersi di guerre su scala globale che dimostrano che la soluzione militare dei conflitti non esiste, abbiamo cercato di dare una prima risposta a questo militarismo fallimentare. Perché dopo il vertiginoso aumento delle spese militari per gli armamenti i governi europei stanno sempre di più parlando di reintrodurre la leva obbligatorio. Insomma si vuole portare gli stivali sul terreno e le armi, anche quelle sofisticate e moderne, non bastano più. Per questo vogliamo cambiare i paradigmi del dibattito pubblico. I veri fuori dalla realtà sono chi propugna la guerra e il riarmo come risposta a questa crisi di sicurezza. Noi invece pensiamo che sia proprio il riarmo, gli eserciti, l’idea che deve prevalere tra gli Stati la legge della giungla e del più forte, a creare insicurezza. Sappiamo che di fronte a questa narrazione la nostra proposta di legge rappresenta solo un piccolo passo, ma pensiamo che sia un passo fertile e prezioso. Proponiamo la costituzione di un Dipartimento che indirizzi il contributo alla difesa civile con le proprie autonomie e modalità di lavoro delle varie componenti oggi esistenti fra cui il Servizio civile, i Corpi civili di pace, la Protezione civile oltre ad un ipotizzato Istituto di ricerca su Pace e Disarmo (quest’ultimo, sul modello del Sipri svedese). Si tratta di dare finalmente concretezza a ciò che prefiguravano i Costituenti con il ripudio della guerra e che già oggi è previsto dalla legge e confermato dalla Corte Costituzionale: la possibilità di assolvere all’obbligo costituzionale dell’articolo 52 con una struttura di Difesa civile alternativa a quella militare, finanziata direttamente dai cittadini attraverso l’opzione fiscale in sede di dichiarazione dei redditi.
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Grazie. Noi contribuiamo alla diffusione di questa iniziativa facendo sì che 3 nostr3 lettor3 trovino in calce i riferimenti per poter firmare. E in effetti con te come transform!itallia siamo fianco a fianco nell’opposizione alle sciagurate scelte belliciste dell’unione Europea. Per citare le vostre parole, anche noi siamo convinti che «In un momento in cui il dibattito pubblico europeo sembra aver capitolato all’equazione “più sicurezza = più armi”» sia necessario affermare «con chiarezza l’opposto: la vera sicurezza si costruisce con prevenzione dei conflitti, mediazione, coesione sociale e cooperazione internazionale». Questa consapevolezza che ci stiamo muovendo in controtendenza rende indispensabile anche una denuncia dei processi di militarizzazione. Credo di poter dire che se per noi il Servizio Civile Universale può essere uno degli strumenti per affermare principii di difesa della patria non armati, i concetti di “guerra e mobilitazione” integrate o totali” che rieccheggiano dai vertici militari vorrebbero andare in altra direzione. Vorresti dirci il tuo punto di vista su queste intenzionalità contrapposte?
Le guerre contemporanee si caratterizzano più che nel passato per l’uccisione di un numero sempre più crescente di civili. Le città diventano il luogo della battaglia e sono le istituzioni civili a pagarne il prezzo maggiore. Guardiamo Gaza: ospedali, cliniche, scuole, luoghi di culto, redazioni giornalistiche sono i target della guerra moderna. Qual è la trincea, il campo di battaglia oggi? Tutto è campo di battaglia. Per cui non mi stupisce che anche la Nato nel suo concetto strategico punti alla “difesa totale”. Ma mentre loro pensano alla militarizzazione della società civile noi pensiamo invece che bisogna smilitarizzare la società. Il servizio civile nazionale – che la destra vorrebbe ricondurre ad una sorta di apprendistato di lavoro- deve tornare ad essere ancorato ai valori costituzionali dell’obiezione di coscienza. Il valore dell’obiezione di coscienza, alla luce di questa guerra mondiale a pezzi, non è solo testimoniare la propria indisponibilità personale a questo piano criminale, è contribuire a svuotare il sistema della guerra dai suoi due pilastri: le spese militari e i ragazzi e le ragazze reclutate “per uccidere e morire”. Per le nuove generazioni, che hanno scoperto la piazza per fermare il genocidio a Gaza e il voto nel referendum che ha bocciato la controriforma sulla giustizia, dobbiamo avere una idea del pacifismo non semplicemente come assenza di guerra ma come costruzione di un sistema di giustizia. In questo la sensibilità ambientalista e femminista molto forte tra i giovani, rompe con la logica dei nazionalismi e delle frontiere. Nazionalismo e militarismo vanno sempre a braccetto, mentre la nostra prospettiva non è difendere i confini ma superarli con una idea di convivenza tra i popoli, come era anche scritta nel Manifesto di Ventotene. Dovremo forse dare più attenzione alla proposta di confederalismo democratico che viene dai curdi e dal piano di pace di Ocalan. È una proposta modernissima alternativa in modo sistemico a quella proposta dai nazionalismi.
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E in effetti ci è capitato di leggere l’invito che il Ministero ha rivolto a3 volontar3 del SCU per la loro partecipazione alla parata del 2 giugno: addestramento di giorni per sfilare in divisa assieme alle forze armate… In questi giorni La Rappresentanza Nazionale degli Operatori Volontari si è opposta a queste forme di celebrazione e ha chiesto delle modalità di partecipazione che escludano l’assorbimento dei volontari civili in un immaginario militaresco. Sul due giugno, dunque, è evidente uno scontro che non è solo ideologico: dalle scuole alle piazze e nei media si avverte la pressione della militarizzazione e il due giugno allora diventa più che simbolico. Vorresti commentare questi eventi e chiarire il punto di vista di chi pensa al due giugno come un’occasione di impegno?
Il governo, come ho detto prima, sta cercando di togliere ogni alterità culturale e strategica al servizio civile nazionale. Questa cosa di far marciare i ragazzi e le ragazze in servizio civile alla parata militare imponendogli anche un addestramento di quel tipo è assolutamente irricevibile. Bene hanno fatto gli enti di servizio civile a dire di no e a chiedere che per l’ottantesimo anniversario della Repubblica anche i militari fossero messi in abiti civili e che invece della parata vi fosse una manifestazione di popolo a sostegno della Repubblica che ripudia la guerra.
Il 2 giugno del 1946 non si è combattuta nessuna battaglia, guerra o campagna militare, eppure questa data è stata inopinatamente occupata da anni – ad eccezione del periodo di presidenza del partigiano Sandro Pertini- dalla parata militare e dal mettere in mostra i potenti mezzi delle nostre Forze Armate. Il 2 giugno del 1946 gli elettori e per la prima volta le elettrici, decisero con il loro voto di cacciare la monarchia dei savoia che aveva portato l’Italia in una infinità di guerre coloniali prima, in due guerre mondali dopo, ci aveva consegnato alla dittatura fascista ed aveva approvato le vergognose leggi razziali. Quelle cittadine e quei cittadini scelsero la Repubblica e i loro rappresentanti all’Assemblea Costituente. Per questo insieme a Sbilanciamoci ci siamo detti che è giunta il momento di riprenderci questa festa e promuoveremo tra il 30 maggio e il 2 di giugno una serie d’iniziative in tutta Italia.
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Cercando un punto di vista di più ampio respiro, per la tua storia militante vorrei chiederti un punto di vista sul percorso del progetto pacifista a partire da Comiso a oggi, considerando naturalmente anche la fondamentale iniziativa StopRearmEurope che è stata la base di convergenza per la nuova stagione di lotta per la pace.
Insieme all’Arci, a Sbilanciamoci e a Un Ponte Per abbiamo fatto un sito di storia e di memoria del pacifismo italiano (www.paceinmovimento.it) . Il movimento per la pace in Italia ha avuto un ruolo fondamentale nel far crescere la nostra democrazia. Quello di Comiso si riprese le piazze che erano proibite dalle legislazioni speciali antiterrorismo riempiendole di contenuti, colori e milioni di persone. Abbiamo immaginato un continente libero da armi nucleari e dai patti militari. Quando il muro di Berlino è caduto quel sogno poteva realizzarsi, invece, nonostante lo scioglimento del Patto di Varsavia, si è preferito rilanciare la Nato e la guerra come strumento di governo mondiale. La Jugoslavia è stata fatta a pezzi, l’Iraq ridotto in macerie, l’Afghanistan è stato un pozzo senza fondo in cui sono stati gettati uno sproposito di miliardi di dollari, la Libia ridotta a quello che è adesso, un non Stato, mentre sono decine le guerre “dimenticate” per rapinare continenti come quello africano. Il Sudan è lì che con i suoi 14 milioni di sfollati anche grazie alle armi vendute dall’Italia. Dovunque ci giriamo vediamo il fallimento del militarismo (almeno rispetto agli obiettivi dichiarati). Un mondo più di armi è sempre più insicuro. Il riarmo europeo, lungi dal rende autonoma l’Europa, ci consegna mani e piedi all’industria bellica statunitense. Tutti i paesi europei della Nato, ad eccezione della Spagna, hanno detto si alla richiesta di Trump, di portare al 5 per cento del pil la spesa militare dei singoli paesi. Questo significa fare a pezzi il welfare state, tagliare la ricerca scientifica civile per piegarla a quella militare. Anche per questo il 14 giugno saremo a Bruxelles alla manifestazione di “Stop Rearme Europe”
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Il titolo della nostra comune condizione attuale per molti versi potrebbe essere ”al peggio non c’è mai fine”, eppure i segnali di speranza non smettono di affacciarsi, nonostante tutto. Serve molta pazienza e sopportazione; ma forse serve ancor più la generosità di riconoscere il nuovo, di tenere aperte le strade del confronto, del riconoscimento dei nuovi soggetti e delle nuove forme di lotta. Vorresti terminare questa intervista con una riflessione su questo tema?
Penso che dobbiamo ringraziare la “generazione Gaza” per aver provato a farci uscire da quella che chiamo “la sindrome del 15 febbraio 2003”. In quel giorno, come gli attivisti di Transform sanno bene, in tutto il mondo scesero in piazza 110 milioni di persone per fermare la guerra all’Iraq. Cinque continenti in movimento con le medesime parole d’ordine. Il New York Times parlò del movimento per la pace come “la seconda potenza mondiale”. Di fronte a quella umanità consapevole i governi decisero di farlo lo stesso la guerra e quella fu una scelta disastrosa. Non solo perché il modo è diventato più insicuro, ma anche perché ha palesato una crisi irreversibile delle democrazie liberali: ogni Re chiuso nelle sue torri d’avorio inespugnabili anche dal desiderio di pace di un pianeta intero. Questa crisi democratica ha portato ad una sfiducia sulla capacità delle società civili d’incidere sulle decisioni dei governi. La “generazione gaza” riscopre l’attivismo, riempie le piazze, rende utili sia lo sciopero che il voto che sembravano ormai armi spuntate. I No Kings, hanno cominciato a tessere una rete mondiale unendo la resistenza alla guerra esterna anche quella contro la guerra interna. Sono certo che il movimento dell’autunno non si è volatilizzato ma è presente in una infinità d’iniziative sui territori. Non è andato a casa, ma le forme della mobilitazione potranno anche essere diverse ed innovative. Ognuno di noi deve fare la sua parte affinché questo avvenga nel migliore dei modi.
Alfio Nicotra
Giancarlo Scotoni
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