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Una tortura di Sisifo

di Stefano
Galieni

Non sono stati sufficienti i 18 mesi di carcere preventivo inflitti a Patrick Zaky, ora c’è stato l’ennesimo colpo basso, un lungo invio dell’udienza in tribunale, fissata al 7 dicembre, per analizzare meglio i presunti capi d’accusa e giungere, forse, alla sentenza. Le accuse, dall’aver diffuso notizie atte a causare un deterioramento all’interno e all’esterno, dell’immagine dell’Egitto ad una mai precisata appartenenza ad associazione con finalità di terrorismo, potrebbero portare ad una condanna fino ai 12 anni di carcere. Il Pm ha chiesto per ora 5 anni, ma non è ancora chiaro per quali dei 4 capi di imputazione di cui lo studente di Bologna deve rispondere. Quando si arriverà a sentenza almeno due anni saranno comunque passati. Si tratta – come in tanti hanno scritto – di un processo politico e per “reati di opinione” che dimostra quale sia lo stadio di garanzia dei diritti democratici in Egitto sotto il generale Al Sisi. Condizioni che, in base al diritto internazionale dovrebbero portare i paesi che si stracciano le vesti quando ad esempio parlano di Cuba o di Venezuela ad avere un atteggiamento coerente. Non accade con l’Egitto – importante partner non solo commerciale – ma non accade neanche con tanti altri paesi e non accade solo in relazione ad un ragazzo, ingiustamente detenuto, che si stava laureando in una nostra università. Due esempi in proposito: le sacrosante condanne al nuovo regime taliban in Afghanistan – il cui governo non va riconosciuto – spariscono in Arabia Saudita laddove la sharia è applicata con la stessa crudeltà. Non solo, il potente Paese del Golfo è raccontato da noti e prezzolati rappresentanti politici italiani come esempio di un “nuovo Rinascimento”, mentre la più importante azienda di produzione di armamenti, la Leonardo ex Finmeccanica, mantiene a Ryad una sede per accelerare le commesse militari.

Che questo sia dovuto a superiori interessi nazionali e internazionali non stupisce, come non stupisce che in nome di tali ragioni anche il termine “diritti” umani venga declinato in maniera diversificata da Paese a Paese. Ma nel caso egiziano i livelli di ipocrisia istituzionale fanno veramente orrore e il cinismo impera.

È di poche settimane fa l’ultimo affare siglato dalla Leonardo che ha venduta alla Repubblica Araba d’Egitto elicotteri Augusta Westland AW149. Uno di questi è stato ripreso durante una esercitazione militare nei pressi del confine libico ad inizio luglio.

Il ministero della Difesa ha autorizzato la fornitura all’Egitto di 32 elicotteri di questo tipo e di ulteriori altri 8 veivoli simili (AW189) Nello specifico si rilevava l’autorizzazione ministeriale alla fornitura all’Egitto di 32 elicotteri AgustaWestland (Leonardo), 24 di tipo AW149 e 8 AW189 (una versione simile utilizzata soprattutto per il traposto di personale sulle piattaforme petrolifere). Il costo stimato della commessa si avvicina agli 872 milioni di euro, un bell’affare che non può evidentemente essere messo in discussione da “battaglie ideali. Il governo italiano non ha ancora reso noti i tempi di consegna di tali elicotteri anche se – per quanto conosciuto – 5 sono già stati consegnati in dotazione alla marina militare egiziana. Quattro elicotteri di altro modello AW139E erano già stati consegnati alla fine del 2019, nel frattempo proseguiva la vendita di fregate che ampliavano notevolmente l’arsenale militare egiziano. Grazie a questi accordi l’Egitto diventa il primo paese africano e mediorientale a disporre di due portaelicotteri (questa è una commessa francese) che garantirà la possibilità di intervenire in tutto il Mediterraneo, nel Mar Arabico e fino al Golfo di Aden. Un progetto, è il caso di dirlo, “faraonico”, che porterà ad una mega installazione militare denominata 3 aprile, dal giorno in cui, nel 2013, Al Sisi, con un golpe e col beneplacito occidentale rovesciò la presidenza di Mohamed Morsi, leader della Fratellanza Musulmana.

Gli elicotteri venduti dalla Leonardo potranno essere utilizzati per operazioni di SAR (Search And Rescue) ovvero di salvataggio in mare di migranti ma, più frequentemente, saranno usati per operazioni militari o di intelligence. Possono infatti trasportare mitragliatrici di diverso calibro, cannoni da 20 mm, missili anticarro e lanciarazzi. L’intera operazione è rimasta secretata per molto tempo, il governo italiano ha reso noto l’esito della vendita ad inizio maggio del 2020 quando le prime forniture risalivano all’anno precedente. Nuovi affari si prospettano. Le maggiori industrie aereospaziali si vogliono aggiudicare la vendita di caccia per le scuole piloti dell’aeronautica egiziana. Una commessa miliardaria che vede in campo la Nevada Corporation (Usa), i tedeschi della Grob e la Leonardo che propone gli Alenia Aermacchi M346 Master, già utilizzati in Italia e che dovrebbero essere venduti anche alla Nigeria. Questo – per tornare al processo Zaky – mentre alle udienze partecipa composto personale dell’ambasciata italiana che vuole dimostrare così la propria vicinanza all’imputato.

Ma non basta. A confermare quanto il regime abbia a cuore i diritti delle persone contribuisce un’agenzia non certo accusabile di estremismo come Human Rights Watch secondo cui – notizie di fine agosto – sono centinaia le esecuzioni extragiudiziali di cui si hanno notizia. Persone accusate di crimini, uccise a freddo se non quando già in stato di arresto, di cui i familiari hanno potuto apprendere la morte soltanto giorni dopo attraverso i media. Questi sono la punta dell’iceberg di un Paese in cui – dati dello scorso anno – sarebbero almeno 60 mila i detenuti per motivi politici nelle carceri del regime. Quantomeno ci sarebbe da sperare che in tali paesi sia impossibile rimpatriare persone fuggite. Sbagliato. Secondo quanto appreso dalla Direzione centrale dell’Immigrazione e della Polizia delle frontiere del Ministero dell’Interno, dopo lo stop imposto dall’emergenza covid, nel periodo compreso tra metà marzo e fine agosto 2021 sono stati effettuati nove voli di “riammissione” di cittadini egiziani destinatari di provvedimenti di espulsione o respingimento dal territorio italiano. Secondo il Garante per i diritti dei detenuti e delle persone private delle libertà personali, Mauro Palma, gli accordi di riammissione firmati con l’Egitto ai tempi di Mubarak andrebbero rivisti data la condizione dei diritti nel paese nordafricano ma nessuno ha impedito che venissero spesi circa 653 mila euro per effettuare voli o direttamente verso Il Cairo o, con una curiosa triangolazione con le autorità tunisine, passando per Hammamet, carichi di persone da rimpatriare e di funzionari di polizia italiana per accompagnare le missioni. Ancora sconosciuto è il numero delle persone rimandate in Egitto. “Le espulsioni in Egitto violano l’art. 16 della Convenzione internazionale per la protezione di tutte le persone dalla sparizione forzata per cui nessuno “Stato Parte” espelle, respinge, consegna o estrada una persona verso uno Stato dove esistano fondate ragioni di credere che correrebbe il pericolo di essere vittima di sparizione forzata”, afferma EuroMed Rights, il network euro-mediterraneo per i diritti umani di cui fanno parte più di 80 organizzazioni non governative di 30 paesi europei e della sponda sud del Mediterraneo. Ma cosa contano queste cose rispetto ai rapporti di buon vicinato e soprattutto di ottimi affari con un regime?

Non possiamo far altro che augurarci intanto che Patrick Zaky sia presto liberato, che finalmente vengano colpiti esecutori e mandanti del rapimento, della tortura e dell’uccisione di Giulio Regeni e che, queste due vicende servano almeno a far si che nell’opinione pubblica prevalga quanto nei governi sembra impossibile a fare breccia.

 

Stefano Galieni

 

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