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Una rivoluzione inevitabile

di Fabio
Alberti

Sul Messaggero di oggi Romano Prodi racconta come, visitando l’Iran nel 1978, rientrò in Italia con la convinzione: che “una rivoluzione è inevitabile”, considerando la diffusa avversione in tutti i settori sociali al regime dello Scià con cui ebbe a che fare.

Nel mio piccolo ebbi la stessa sensazione nel visitare il paese, dove restai con la mia famiglia quasi un mese, nel 1973. Con chiunque parlassi, l’ostilità verso “lo Scià e l’imperialismo americano” era potentissima. Successivamente mi capitò, nel 1977 o 1978, non ricordo con esattezza, di trovarmi a Parigi ad una festa a cui partecipavano esiliati politici ed oppositori del regime dello Scià, marxismo-leninismo e una versione radicalmente terzomondista dell’Islam si intrecciavano nei discorsi. Mi fu presentato un anziano signore vestito in abiti tradizionali  (gli altri presenti errano in jeans e minigonne) e mi dissero che sarebbe tornato in Iran e lo Scià sarebbe caduto molto presto. Pensai in seguito che potesse essere Khomeini.

La rivoluzione del 1979, che abbatté la monarchia Pahlavi, non nacque da una cospirazione internazionale, come dissero i sostenitori dello Scià e come lesse gran parte della stampa, incapace di vedere il mondo al di fuori dello schema della guerra fredda. Non era stata organizzata a Mosca, nonostante il partito comunista iraniano, il Tudeh, fosse tra i protagonisti. Studi recenti hanno trovato che l’Unione Sovietica fu presa di sorpresa ed anche indecisa sul da farsi.

Con buona pace di coloro che vedono sempre solo macchinazioni geopolitiche dietro alle rivolte popolari, la rivoluzione del 1979 non fu un colpo di Stato per procura, ma una sollevazione di massa contro il regime che era stato installato, questo sì con un golpe, per diretto intervento dei servizi segreti britannici e statunitensi nel 1953, dopo che il primo ministro democraticamente eletto, Mohammad Mossadeq, aveva nazionalizzato la Anglo Persian Oil Company in un tentativo di garantire indipendenza e sviluppo economico al paese. La composizione sociale della sollevazione popolare fu la stessa di quella che oggi sembra essere all’origine dell’attuale sollevazione: dalla borghesia cittadina e i commercianti dei bazaar, agli studenti universitari, agli strati più poveri della popolazione.

Non una improvvisa eruzione orchestrata dall’estero, ma un evento politico che aveva avuto una lunga incubazione nel profondo della società e che reagiva a condizioni di vita decrescenti e alla durezza della repressione, che si fece negli anni sempre più stringente.

Nel 1957 fu costituita, con l’assistenza della CIA e dei servizi britannici e israeliani la famigerata Savak, polizia segreta che rapiva, torturava, uccideva in modo indiscriminato gli oppositori. Il regime dei Pahlavi fu, in quegli anni, tra i più duri tra i regimi che gli USA instauravano in giro per il mondo, dall’Indonesia, all’Iraq, alle Filippine, ecc.

L’8 settembre 1978, ricordato come il ”venerdì nero”, dopo aver dichiarato la legge marziale in risposta alle agitazioni popolari che duravano da anni, l’esercito dello Scia giustiziò sulle piazze centinaia di manifestanti, fornendo la miccia del processo che portò nel febbraio del 1979 alla caduta del regime.

Queste due cose dovrebbero essere ricordate oggi: la rivoluzione del ’79 non fu una cospirazione oscurantista contro un sovrano modernista, ma una rivolta di popolo contro un monarca assoluto. Dovrebbero ricordarselo coloro che nei governi e nelle redazioni giornalistiche inneggiano al figlio del massacratore  Pahlavi sul trono di Persia, il cui nome viene sventolato molto più dai media mainstream, imboccati dagli apparati informativi occidentali, che nelle piazze di Teheran.

Dovrebbero ricordarselo anche coloro che vedono nella rivolta iraniana null’altro che la proiezione di potenza del mai sopito imperialismo statunitense e di Israele negando agency alle popolazioni in lotta. Anche oggi, come allora, la rivolta è stata lungamente incubata nella società iraniana, coinvolge larghi strati della popolazione e si oppone ad un potere oppressivo che ha condannato alla povertà un paese.

Certo anche oggi potenze esterne approfitteranno della situazione. Ma non esiste nella storia una rivoluzione che non abbia usufruito anche di forme di appoggio esterno. I fatti politici, soprattutto in campo internazionale non sono mai “puliti”, come spesso vengono dipinti a posteriori, ma comprendono sempre un certo grado di opacità.

Leggere quanto avviene in Iran con la lente degli equilibri e delle sfere di influenza impedisce di vedere le persone, che vengono nascoste dietro agli Stati o alle Nazioni.

Un militante dell’opposizione democratica ha coniato la felice definizione di ”orientalismo alla rovescia” le titubanze di alcune sinistre a sostenere i popoli quando i loro governi si professano “antimperialisti”. E’ già avvenuto per la rivoluzione siriana lasciata anche dai movimenti in pasto ai Mig di Putin e alle milizie integraliste islamiche.

Il regime iraniano si è evoluto nel tempo dalla presa del potere degli apparati religiosi all’interno dello schieramento rivoluzionario grazie alla retorica religiosa e alla maggiore capacità organizzativa. Si è rafforzato durante la guerra con l’Iraq, introducendo la narrazione del martirio eroico e consolidato il potere militare ed economico delle guardie della rivoluzione. Poi la retorica dell’”asse della resistenza”  permetteva di proiettare all’esterno le proprie contraddizioni,  continuando ad opprimere il proprio popolo nel nome della liberazione di un altro. Scambio che dovrebbe essere inaccettabile per qualunque movimento di liberazione. Ed intanto evolvendo in un conglomerato politico-economico-militare  che domina la società e ne blocca lo sviluppo e la libertà, ancorandola all’inutile impresa nucleare e estendendo il controllo sul corpo delle donne per assicurarsi il sostegno della parte più arretrata della società rurale. La grave situazione economica ha fornito alimento e benzina ad una rivolta che nasce dalla profonda perdita di legittimità del regime.

Certo ci sarebbe piaciuta di più una evoluzione democratica dello stato iraniano sotto la pressione popolare che ne salvaguardasse anche l’autonomia e l’indipendenza. Un l’indebolimento della concentrazione di potere economico dei cosiddetti Guardiani della Rivoluzione, la progressiva attenuazione della presa delle disposizioni pseudoreligiose ed una democratizzazione della società e dell’economia. Ma ciò non sta avvenendo a causa della storica resistenza dei poteri consolidati e conglomerati a perpetuare sé stessi.

Se questo regime, che gli oppositori chiamano fascismo islamico, cadrà sarà per decisione della popolazione e non di Trump, ma non ci si deve scandalizzare se, in una lotta che è mortale, accetterà gli aiuti che arriveranno .

Chiediamoci se saremo in grado di far arrivare potenti, determinati e convinti anche il nostro sostegno.

 

Fabio Alberti

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1 Commento. Nuovo commento

  • massimo di nola
    15/01/2026 17:18

    Per evitare di cadere nel giro spudorato dei post che vedo in giro vado subito al dunque: mi sembra evidente che l’unico tentativo razionale, oggi, da parte di noi europei, per aiutare gli/le iraniani/e sarebbe di mandare al diavolo Trump e Nethanyau e di aprire un negoziato immediato con il regime di Teheran per l’abolizione delle sanzioni in cambio di un numero limitato ma chiaro e controllabile di azioni di salvaguardia dei diritti individuali (arresti, processi, carceri) e collettivi (manifestazioni, critica). Con particolare attenzione a quelli delle donne e dei giovani in genere. Cercando di trovare degli eventuali appigli anche all’interno del pensiero islamico. Per controllabile intendo anche con il riconoscimento di una rappresentanza con poteri definiti dell’attuale opposizione. E di precisi limiti all’azione dei pasdaran e dei loro leader. In pratica si tratterebbe di proporre un processo di trasformismo/transizione a cui la parte meno fanatica (o semplicemente: più opportunista) dell’attuale classe dirigente potrebbe aggregarsi. La riapertura, da noi, di uno spazio economico non predatorio, attualmente precluso all’Iran, sarebbe sicuramente una grossa attrattiva.

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