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Un tanto peggio tanto meglio impraticabile

di Stefano
Galieni

Un tempo, almeno 40 anni fa, si, considerava la logica del “tanto peggio tanto meglio” come praticabile. Eravamo in un Paese in cui le conquiste erano ancora in espansione per cui anche la povertà stava divenendo residuo da dimenticare, ma si provava ad imporre sacrifici, austerity, diminuzione del welfare. E, soprattutto fra chi pensava ancora ad una svolta a sinistra, ogni misura repressiva o di attacco ai diritti, si pensava potesse portare acqua al mulino di chi non era disposto a cedere un benessere conquistato. Oggi che accade il contrario c’è chi ripropone simili analisi. Dopo decenni in cui impera la logica del “voto utile” e del “turiamoci il naso”, abbiamo tutte/i potuto appurare come questa non sia altro che un viatico per le destre peggiori, ma siamo certi di avere l’antidoto giusto? Serpeggia un approccio cinico e frutto del fatto che i suoi convinti fans sono persone con la pensione certa o un reddito garantito. Il ragionamento è semplice, quasi meccanico: la destra che andrà al governo, grazie ad ampie fette di voto popolare, in perenne ricerca di qualcuno che difenda gli interessi dei propri interessi non più percepiti come di classe, si scontrerà in pochi mesi con contraddizioni insanabili. Da una parte arriveranno le cambiali del PNRR da saldare sull’unghia, perché l’UE tornerà alle sue politiche fondate sulla propria agenda. Un’agenda in cui non hanno spazio i bisogni collettivi ma la salvaguardia dei grandi interessi finanziari nazionali e, soprattutto, sovrannazionali. Un’agenda che imporrà tagli ai servizi sociali e privatizzazione dei beni essenziali da cui si dovrà trarre profitto per pagare gli interessi maturati sui debiti. Tornerà il tempo di stringere la cinghia, insomma, anche per chi di buchi alla cinghia non ne ha più. Dall’altra, di conseguenza, non potranno essere esaudite le promesse elettorali, dalla flat tax, all’abrogazione della legge Fornero, all’aumento delle pensioni minime, al taglio del cuneo fiscale, fino ai crediti per le piccole imprese. La tattica imporrebbe dunque di pensare ad un governo di durata breve, (pochi mesi? Un anno?) per poi ridare ufficialmente la palla a Draghi o ad un qualsiasi procuratore fallimentare della sua stessa risma. Un ennesimo governo “di unità nazionale” per far ingoiare le peggiori porcate senza alcun rischio di conflittualità sociale o di riaggregazione politica. I “tattici del terzo millennio” credono che invece, date le condizioni, e chissà forse per improvvise conversioni progressiste di un popolo sfiduciato, potrebbero (il condizionale è d’obbligo) riaprirsi spazi interessanti. Un meccanicismo, tradotto in termini forse dozzinali, che rischia però di reiterare percorsi già falliti in passato, mentre il presente e soprattutto l’immediato futuro si presentano molto più cupi, si lasci governare le destre (quelle nazionaliste e seguaci di Orban e Le Pen), si dimostri che non sono in grado di mantenere le promesse fatte agli elettori e si lavori per costruire un’alternativa quando il loro potere verrà a cadere. Una tentazione che sembra aver contagiato un po’ tutti, dal M5S o quello che ne resta che prova a darsi una rassicurante e compatibile verniciata di sinistra, al Pd e loro piccoli ed ininfluenti satelliti, pronti a riscoprire il sapore della piazza e di un “conflitto sociale a tempo determinato” per mostrare il proprio senso di responsabilità e riacquisire consenso. Ma in virtù di quale obiettivo? Ahinoi quello di accreditarsi come gli unici veri depositari delle verità contenute nella ormai famigerata “Agenda Draghi”, quella a cui neanche la destra post fascista mancherà mai di obbedire. In pratica torna la vecchia politica da politicante, di utilizzare il virus Meloni per poi vaccinarsi con del sano ed educato liberismo edulcorato e tornare alla “normalità” quella normalità che da anni provoca peggioramento delle condizioni di vita di gran parte della popolazione.

Ora, avendo ben chiaro in testa che non c’è motivo di cadere nella trappola del voto utile (che porta a scegliere fra schieramenti che hanno più affinità che divergenze), bisogna però stare particolarmente attenti a non divenire osservatori esterni, magari garantiti, di una profonda crisi sociale. Sono tanti gli esempi in cui si dimostra come le grandi forze politiche e dei loro poveri satelliti, tentino di mettere in sordine le proprie differenze. Il confronto Letta / Meloni, preceduto la scorsa estate da un lieto incontro alla festa di Atreju, e, prima ancora dal fatto che entrambe le forze, in nome di interessi simili, hanno scelto di non modificare la legge elettorale, lo ha dimostrato in maniera plastica. Chi scrive si considera sufficientemente esperto di un tema, come quello delle migrazioni, che non sembra centrale nel dibattito politico ma è spesso cartina di tornasole del resto delle scelte politiche. Entrambi i leader hanno parlato, come nulla fosse e, di fatto quasi di comune accordo, di contrasto agli ingressi irregolari, di importanza di una solidarietà europea nella gestione dei richiedenti asilo, di decreti flussi come strumento per continuare a legare gli arrivi, preferibilmente stagionali e a tempo determinato, alle esigenze delle imprese. Un approccio che definisce una comune visione della società fatta di persone che diventano merce, che neanche portano a ricordare quanto di tragico sta avvenendo in questi giorni di tragico nel Mare Nostrum, ma che definiscono una raggiungibile “normalità” che poco ha a che fare con visioni diverse e prospettive alternative per il Paese. Gli altri sedicenti poli, da Azione a M5S, con accenti diversi, il primo più smaccato, il secondo con maggiore ipocrisia, vestendo l’abitino non sgualcito della forza antisistema, risultano compatibili su tale tema come su quelli di macroeconomia o di incentivi alle spese militari, votano ancora in parlamento le stesse norme, con dei distinguo che fanno venire in mente quello spazio dei periodici di enigmistica dedicato a vignette in cui si chiede di “cogliere le differenze”. Ma questo stupisce fino ad un certo punto.

Quello che lascia più attoniti è un atteggiamento più diffuso, anche in ambienti apparentemente vicini se non interni ai nostri mondi, le cui riflessioni sono quasi simili. Per costoro il governo della destra nazionalista potrebbe costringere forze finora inerti, dai sindacati al mondo dell’associazionismo e a ciò che resta dei corpi intermedi, ad alzare il tono delle mobilitazioni, aprendo la strada ad un salutare conflitto. E potrebbero aver ragione ma c’è in questa prospettiva un cinismo tattico che omette elementi fondamentali. Se il percorso definito è corrispondente al vero cosa accadrà a quella parte del Paese già impoverito e preda di inflazione, caro bollette, crollo della produzione, chiusura delle attività, licenziamenti? Ma davvero, in nome di un calcolo così spregiudicato a nessuno importa concretamente di coloro che si vorrebbe rappresentare? Ci si aspettano freddo e fame perché si scatenino mobilitazioni guidate poi da chi? Si lascia al Papa tale spazio politico di rappresentanza? Dovrebbe essere questo il tema che agita le nostre coscienze, quello che ci dovrebbe portare a prospettare soluzioni praticabili e concrete in cui si colleghi la costruzione di reti sociali al conflitto, alla necessità di ricostruire proposta politica. Pensare a spazi in cui chi affronterà la crisi di autunno non si trovi da sola/o in cui si creino proposte di lotta per il reddito e per i diritti fondamentali, per un welfare dignitoso. L’Unione Popolare che si dovrà creare dovrebbe avere come obbiettivo ineludibile quello di ricomporre reti sociali, mettere insieme ciò che oggi è non rappresentato, polverizzato, lasciato chiuso nelle solitudini da computer. Nessuno avrà tempo di crogiolarsi in attesa del crollo dei post fascisti né illudersi che la speranza possa giungere da soggetti il cui scopo unico è ricomporre una normalità compatibile col mercato, in cui il conflitto sia più apparente che reale, in cui si non esiste l’idea che il modello di sviluppo possa cambiare. Ma perché questo accada è necessario ritrovarsi al fianco di ultimi che non sono impegnati, come ancora si sragiona, in una “guerra fra poveri” ma a difendersi da una guerra contro la povertà. Non ci sarà spazio per l’attesa e per l’osservazione di quanto avviene nelle aule parlamentari, bisognerà restare, come accade in questa movimentata campagna elettorale, in mezzo alle strade, capaci di intercettare i segnali che pure ci sono di reazione e di indisponibilità alla resa. Dipenderà da noi e non da un sistema che questo vorrà impedirlo facendo di tutto per renderlo reato. Non sarà tempo di attesa ma di azione concreta. Per farlo occorre anche ritrovare un nostro modo migliore e innovativo di agire, senza perdere di vista i nostri antichi saperi ancora preziosi.

Stefano Galieni

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