Gualtieri, ormai proiettato sulla ricandidatura a Sindaco, in un recente numero di “Limes” dedicato alla Città eterna e alla sua storia ha presentato la sua visione del ruolo della Capitale. Visione ampia e ben esposta, accompagnata alla celebrazione del molto lavoro fatto e della direzione di marcia verso il futuro. La visione è certo molto migliore della abusata retorica della destra, ma quando cala sul terreno del che fare e come farlo conferma le linee portanti del progetto già in corso, caratterizzate da almeno due criticità.
La prima è una concezione dello sviluppo urbano fortemente orientata in senso quantitativo, con grandi opere, grandi operazioni immobiliari, grandi investimenti. Come a Milano. La seconda è l’accentramento sul Campidoglio del potere di direzione di questi processi, che acquisterebbe anche un profilo legislativo col disegno di riforma costituzionale su Roma Capitale varato dal Governo in carica e condiviso da Gualtieri.
Le due questioni si collegano funzionalmente nel produrre uno sviluppo indirizzato a favorire gli interessi forti più che la qualità della vita dei cittadini. Nonostante gli ampi riconoscimenti tributati dal Sindaco alle esigenze relative a tale qualità ne è inevitabile una compromissione, per diverse ragioni.
Le grandi opere in via di realizzazione (Inceneritore a Santa Palomba, Stadio della Roma, Mercati generali, Porto per navi da crociera a Fiumicino, eccetera) comportano un impatto negativo permanente sulla vita dei quartieri. Ma si punta su queste, sotto la pressione degli interessi forti, perché producono una maggiore valorizzazione dei grandi capitali impegnati direttamente o nell’indotto, mentre opere aventi effetti positivi di rilievo, come il completamento dell’anello ferroviario tra Roma Nord e la Salaria, previsto dal PNRR, subiscono definanziamenti e ritardi. In ogni caso, il privilegiare le grandi opere comporta una riduzione dell’impegno e delle risorse dell’Amministrazione per la manutenzione urbana, dall’illuminazione degli spazi pubblici alla cura del verde all’assestamento della superficie di strade e marciapiedi. E soprattutto per le grandi esigenze, la casa, i servizi di assistenza, il sostegno agli indigenti.
Quanto al rafforzamento dell’Esecutivo capitolino va ricordato che comporterebbe il potenziamento del sottosistema di potere tra cordate politiche, segmenti di amministrazione e soggetti privati forti di cui s’è detto in un precedente articolo su questa Newsletter (Lo sviamento di potere nelle Amministrazioni territoriali – 29 novembre 2025), a detrimento ulteriore della correttezza e della trasparenza dell’azione amministrativa. L’attribuzione del potere legislativo a Roma Capitale, così come previsto dal disegno di legge del Governo, su governo del territorio, beni culturali e ambientali, trasporto pubblico locale, turismo, edilizia residenziale pubblica, significherebbe un’applicazione dell’autonomia differenziata all’interno della Regione Lazio con la creazione di un quarto livello di legislazione (oltre l’europeo, il nazionale, il regionale) e la possibilità, per il sottosistema di potere, di bypassare con leggine ad hoc le sentenze sgradite della magistratura e le pronunce interdittive degli organi di controllo.
Roma ha bisogno di un progetto diverso, che fermi queste criticità. Prima ancora di trattare del programma elettorale indirizzato ai cittadini occorre stimolare una discussione su un tale progetto, che coinvolga la cittadinanza attiva, i quadri e militanti politici, gli operatori intellettuali impegnati su Roma. Partendo dalla pianificazione delle opere relative allo sviluppo urbano nel quadro di una ridefinizione del Piano regolatore, dell’ordine delle priorità, dei parametri di valutazione, tenendo conto delle esigenze dei cittadini e, naturalmente, delle risorse disponibili a questo fine.
In questa sede, tuttavia, appare opportuno mettere a fuoco un’altra questione, decisiva ma meno evidente, relativa al funzionamento del sistema istituzionale, ai rapporti tra organi e poteri, al come si decide. Il problema è già sul tavolo, col disegno di legge del Governo sopra ricordato. Il progetto diverso, oltre che escludere l’autonomia differenziata di Roma capitale, dovrebbe procedere lungo direttrici sostanzialmente alternative a quelle seguite finora. La prima è un decentramento effettivo da Roma capitale ai Municipi, con la trasformazione di questi in Comuni urbani con personalità giuridica, autonomia di Bilancio e autonomia operativa, nel quadro di una pianificazione metropolitana. La questione è stata oggetto di discussione per molto tempo, poi è stata messa da parte dal decisionismo accentratore del Campidoglio, e andrebbe ripresa.
La seconda è un riequilibrio tra il potere dell’Esecutivo e quello dell’Assemblea capitolina in ordine al funzionamento dell’amministrazione. La normativa vigente sul Bilancio, anche degli Enti locali, prevederebbe che nella sessione di bilancio il Sindaco, gli Assessori e i vertici della burocrazia rispondano all’ Assemblea dell’attività amministrativa svolta dagli apparati, della relativa spesa e dei risultati raggiunti, per poter deliberare a ragion veduta sul bilancio dell’anno successivo, modificando le previsioni di spesa. Questa normativa è largamente inattuata. Per darvi attuazione andrebbe ristrutturato il Bilancio, collegandone meglio i capitoli agli Uffici che li spendono. Poi andrebbe attivato un collegamento tra le Commissioni consiliari e le Aziende o gli Uffici centrali, con audizioni, richieste di informazioni, valutazioni dell’operato, prevedendone uno sbocco nella sessione di bilancio. Infine andrebbe stabilito un rapporto diretto tra le Commissioni e le associazioni di cittadini, anche attraverso procedure di partecipazione, in modo da realizzare forme efficaci di controllo popolare sull’impatto effettivo delle diverse attività amministrative.
Le procedure di partecipazione sono un’altra grande questione da affrontare, perché al riguardo emerge una seria contraddizione. Da un lato c’è l’applicazione più o meno puntuale della corposa normativa vigente sul coinvolgimento della cittadinanza nelle diverse attività ed iniziative, e dall’altro lato c’è la forte opposizione di comitati, associazioni, gruppi di cittadini nei confronti delle stesse iniziative, nonostante siano “partecipate”. Il fatto è che le varie procedure, strumenti, sedi della partecipazione la limitano sostanzialmente all’informazione ed alla raccolta di opinioni senza darle spazi di intervento effettivo nelle procedure decisionali, soprattutto sulle grandi operazioni. Queste restano consegnate al decisionismo accentratore del sottosistema di potere ed alle sue scelte opache, magari coperte dalla foglia di fico della “partecipazione”. Anche su questa, perciò, occorre cambiare strada rispetto all’indirizzo politico reale seguito finora, trovando procedure efficaci per dare voce in capitolo alla cittadinanza attiva, come il raccordo organico prima richiamato con le Commissioni consiliari o altre, più stabili, come la strutturazione generalizzata dei comitati di quartiere.
Antonio Zucaro
