L’istruzione deve essere formativa e disinteressata, non deve cioè avere scopi pratici immediati. Deve formare l’uomo, il cittadino, non l’impiegato o il tecnico specializzato per quella determinata macchina che domani sarà già vecchia (Antonio Gramsci)
Il 13 gennaio si aprono le iscrizioni per il nuovo anno scolastico. Il Ministero dell’Istruzione e del Merito (MIM), con una campagna mediatica pervasiva, propone la sperimentazione della “Filiera formativa tecnologico-professionale”, normata dal Decreto Ministeriale n. 240 del 7 dicembre 2023. Dietro l’acronimo “4+2” (quattro anni di istituto tecnico/professionale seguiti da due anni di ITS Academy) non si cela una semplice riorganizzazione dei cicli, ma un attacco frontale all’idea stessa di scuola pubblica costituzionale. Si reintroduce, in forma moderna, quella precoce separazione tra chi è destinato a dirigere e chi è destinato ad eseguire, ripristinando di fatto quei confini tra classi sociali che, nella nostra Repubblica, erano stati progressivamente superati a partire dall’istituzione della scuola media unica.
Un taglio di tempo e del curricolo chiamato pudicamente “flessibilità”
Elemento centrale del decreto è la riduzione del percorso di scuola secondaria di secondo grado (istituti tecnici e professionali) da cinque a quattro anni. Il MIM sostiene, con una retorica che sfida le leggi della pedagogia e della fisica, che sarà possibile garantire le “stesse competenze” del quinto anno in un arco temporale ridotto del 20%. Tuttavia, rispetto a questa riforma, il Consiglio Superiore della Pubblica Istruzione (CSPI) aveva espresso parere negativo, evidenziando proprio il rischio di una “compressione dei saperi”. Se si taglia un anno di formazione, anche il curricolo dovrà essere tagliato, ridotto, condensato. Cosa verrà eliminato in percorsi formativi che la vulgata popolare vede adatti a quanti “non hanno voglia di studiare”? Non certo le ore di laboratorio tecnico, funzionali all’immediata occupabilità richiesta dalle imprese, ma i saperi che il profitto ritiene inutili. Cioè quei saperi indispensabili alla realizzazione del cittadino consapevole: la storia, la letteratura, la filosofia (laddove presente), il diritto, le scienze pure, le arti.
Il tempo, in educazione, non è una variabile neutra o comprimibile a piacimento come in una catena di montaggio. Il tempo è la sostanza stessa dell’apprendimento. John Dewey, padre dell’attivismo pedagogico e della scuola democratica, ci ha insegnato che l’educazione è un processo di “crescita” che non ha scopi al di fuori di sé stessa, ma che si realizza attraverso la continuità e la ricostruzione dell’esperienza. In Democrazia ed educazione, Dewey ammonisce contro la tentazione di subordinare l’educazione a fini esterni ed economici immediati. Accorciare il percorso scolastico significa negare all’adolescente il tempo dell’errore, della digressione, della maturazione critica; significa trasformare la scuola in addestramento. L’obiettivo principale di una scuola tecnico-professionale realizzata in tempi ridotti è quello di produrre un lavoratore tecnicamente abile nell’eseguire procedure, ma privo degli strumenti storico-critici per comprendere la propria condizione di sfruttamento, e quindi sottomesso. I cinque anni di scuola non servono ad accumulare nozioni, ma a consentire ai ragazzi di crescere entrando in contatto con lo spirito della Scuola della Repubblica: giungere al successo formativo attraverso un tempo disteso, necessario alla maturazione critica, alla scoperta di sé, dell’altro e del mondo, alla sedimentazione dei saperi complessi.
Con il tempo ridotto a quattro anni si torna a far parti uguali tra diseguali (per citare Don Milani): quelli che avrebbero maggiormente bisogno di essere messi in contatto con la cultura, che avrebbero bisogno di più sostegno e di più tempo-scuola, saranno proprio quelli a cui verrà ridotta la possibilità di confrontarsi con il sapere. Verranno indirizzati verso il mercato del lavoro prima che possano divenire consapevoli delle proprie potenzialità. Si torna così, sotto mentite spoglie, a quella divaricazione tra istruzione e avviamento professionale che le lotte degli anni ’60 e ’70 avevano cancellato. La riduzione di un anno non è modernizzazione, è una regressione classista. È la rottura dell’unitarietà del sistema nazionale e un attacco al diritto allo studio.
Le reti, i campus e le scuole sotto il padrone
Ma non è tutto. Il decreto prevede che le imprese (camere di commercio, ordini professionali) non siano più semplici “ospiti” o partner, ma diventino co-progettisti dell’offerta formativa. Si realizza la piena sussunzione della scuola alle logiche d’impresa. Se ieri la scuola organizzava stage con la collaborazione dell’azienda, con la riforma sarà l’azienda a decidere cosa insegnare, come insegnarlo e chi lo deve insegnare. L’”imparare ad imparare”, competenza trasversale per eccellenza, sarà sostituita dall’addestramento alla specifica mansione, allo specifico macchinario. Ciò produrrà lavoratori iperspecializzati in tecnologie magari moderne oggi, ma che diverranno rapidamente obsolete. Cosa accadrà a quello studente dopo pochi anni? Si ritroverà con un bagaglio di “saper fare” vecchio, privo di quella cultura generale e di quelle capacità critiche che, in un’economia in trasformazione, sono l’unico vero sistema di sicurezza.
Leggere la riforma della filiera 4+2 in combinato disposto con il progetto di Autonomia Differenziata (DDL Calderoli) consente di comprenderne la portata devastante. L’impianto si basa sulla connessione della scuola con “reti” territoriali e sulla capacità del tessuto produttivo locale di investire. Nel Nord economicamente strutturato le scuole potranno stipulare accordi con grandi imprese e distretti, creando “Campus” scintillanti. Al Sud, in assenza di partner privati forti, le scuole rimarranno scheletri vuoti, offrendo una formazione di serie C o diventando centri di reclutamento per l’emigrazione interna. Il Lazio è una cartina di tornasole: le intese tra Regioni e Uffici Scolastici Regionali si orientano a legare l’offerta ai “fabbisogni locali”. Ma se il fabbisogno locale è povero, la scuola sarà povera. Lo Stato abdica al suo ruolo di perequatore sociale, sancendo per legge che il destino scolastico di un ragazzo dipende dal codice di avviamento postale in cui nasce. L’adesione di alcune scuole del Sud alla sperimentazione, sbandierata dal Ministro Valditara come un successo, è in realtà il grido di dolore di Collegi Docenti costretti ad accettare qualsiasi riforma pur di intercettare fondi per istituti che cadono a pezzi, evitando il dimensionamento.
Perché rifiutare la “filiera tecnologico-professionale” (4+2)
Alle famiglie che in questi giorni iscrivono i figli va detta una verità scomoda: l’idea che “uscire prima da scuola” significhi “trovare lavoro prima” è un’illusione ottica. In un mercato del lavoro precario, la differenza non la fa l’anno di anticipo, ma la solidità della preparazione di base, le capacità logiche, linguistiche e relazionali. Competenze che richiedono tempo. Le famiglie devono scegliere: cadere nella trappola del “nuovo è meglio”, firmando una cambiale in bianco, o regalare ai propri figli un anno in più di tempo per diventare cittadini consapevoli e non semplici ingranaggi.
Marco Bizzoni
