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Un presente revi-sionista

di Stefano
Galieni

Ascoltando i principali notiziari nazionali del 10 febbraio, la gerarchia delle notizie che sottintende l’importanza che viene riconosciuta ad un fatto specifico o ad un avvenimento, veniva data alle commemorazioni inerenti la “Giornata del ricordo”. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, questa vuole “conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”. Che le vicende a cui allude, tale giornata, nel periodo 1943-45 e che segnarono certamente un momento cupo della storia del Paese per cui anche una vittima innocente va considerata un crimine contro l’umanità è fuori discussione. Ma, come si ammette nello stesso testo di legge, le vicende del confine orientale italiano sono complesse e sembrano incomprensibili se non storicizzate. Purtroppo l’istituzione di una giornata significativa è ancor più oggi, pensata come una misera e triste operazione di revisionismo storico. Non affrontiamo qui un dibattito per cui bisognerebbe avere una sufficiente competenza, ci basti dire che le atrocità commesse contro le persone hanno una loro radice, che non le giustifica, in un pregresso fatto di annessione forzata di quelle che erano zone di lingua e cultura slovena, dove si era proceduto ad un’italianizzazione forzata che prevedeva il divieto persino di parlare e/o insegnare lingue che non fossero l’italiano, in cui essere italiani significava, non a torto, essere considerati: ricchi, padroni, oppressori e fascisti. La fine dell’occupazione nazifascista portò con sé vendette a volte indiscriminate, crudeltà, il tentativo di spostare ad ovest il nascente stato jugoslavo, la fuga e l’esodo delle popolazioni italofone che non si conformavano alle nuove condizioni e, di conseguenza, un numero mai definito di deportazioni e /o di uccisioni con i corpi delle vittime gettate in queste fenditure chiamate appunto foibe.
La data del 10 febbraio non venne scelta a caso. È quella in cui, nel 1947, fu firmato il trattato di Parigi, che assegnava alla Jugoslavia l’Istria, il Quarnaro, la città di Zara con la sua provincia e la maggior parte della Venezia Giulia. Il primo aspetto è di carattere marcatamente revanscista, in subordine doveva servire a “pareggiare” il conto con la Giornata della memoria del 27 gennaio, come tappa di un percorso di egemonia storiografica utile ad equiparare, sotto la voce “totalitarismi”, nazismo e comunismo.
Il percorso si va compiendo in questo periodo dove gli eredi del partito nato dal ricordo della Repubblica Sociale Italiana, governano il Paese, per cui si vanno via rimuovendo letteralmente le responsabilità del regime fascista, in barba alla Carta costituzionale e contemporaneamente si considera un’ideologia, che ha visto numerose e diverse esperienze, come la causa di tutti i mali. Ovviamente siamo costretti a semplificare ma quanto avvenuto poi nel settembre 2019, col Parlamento europeo, godendo anche dell’appoggio di una parte consistente delle forze socialdemocratiche, veniva approvata una risoluzione che equiparava le due ideologie, con un testo che se presentato come tesina da uno studente di liceo ne avrebbe determinato la bocciatura, ha costituito il passo successivo.
Basti pensare soprattutto allo scenario odierno dopo la fine del Patto di Varsavia: in Ucraina nel 2015 è stata vietata la propaganda comunista e l’uso di simboli; in 

Polonia, dopo una serie di misure restrittive, compreso il divieto dell’utilizzo di simbologia, nel dicembre 2025, la Corte Costituzionale ha dichiarato fuorilegge il Partito Comunista in quanto incompatibile con la costituzione; nelle Repubbliche baltiche tale partito tale partito è spesso considerato un’organizzazione criminale o i suoi simboli sono vietati. L’Ungheria ha giocato di anticipo, i simboli di tale partito sono al bando già dal 2013; in Bulgaria il codice penale ha dichiarato tale ideologia come criminale. Simili tentativi si vanno attuando nella Repubblica Ceca e in Moldavia. Di certo i crimini e l’oppressione messi in atto dal cosiddetto “Socialismo reale”, che sono continuati anche dopo la destalinizzazione, offrono motivi comprensibili a tale accadimento, ma lascia interdetti scoprire come contemporaneamente vengano ri-celebrati collaborazionisti nazifascisti un tempo ricordati come feroci invasori. In Croazia, per tornare all’origine, già nel 2017 veniva creata la “Commissione consultiva per il superamento del passato dei regimi non democratici” con il compito di trovare le modalità legali e sociali per diminuire le profonde divisioni presenti da anni nella società croata sul carattere del regime degli ustascia del duce croato Ante Pavelic, ma anche di quello comunista jugoslavo del maresciallo Tito. Composta in maggioranza da storici, ha ribadito le posizioni espresse in passato anche dalla Corte costituzionale che i simboli degli ustascia, alleati di Hitler e Mussolini, al potere in Croazia dal 1941 al 1945, sono da ritenere anti-costituzionali e in violazione dei valori democratici e di difesa dei diritti umani e delle minoranze ai quali si richiama la moderna Repubblica di Croazia, e di conseguenza resta vietato il loro uso. Ma la Commissione ha proposto una importante eccezione per il motto ustascia “Per la patria pronti!”, risuscitato nel 1991, all’inizio della guerra per l’indipendenza della Croazia, da alcune formazioni paramilitari croate composte da volontari di estrema destra, poi integrate nell’esercito regolare. Il saluto di chiara derivazione filofascista potrà essere usato durante le commemorazioni pubbliche e sulle tombe dei soldati caduti negli anni Novanta sotto questo simbolo, dopo previo consenso delle autorità competenti. 

Il tutto avviene mentre, tanto ad est che ad ovest, riemergono nostalgie per un passato spesso destoricizzato, figlio di malesseri sociali che le sedicenti democrazie non vogliono e non possono affrontare senza rinunciare alla logica del profitto. 

Le giovani generazioni, soprattutto, non ricevono spesso alcuna vera formazione storica e questo vale per l’intero contesto europeo ma a maggior ragione in Italia dove le narrazioni revisioniste vanno prendendo il sopravvento. In un Paese sano, che è stato al centro delle vicende del secolo passato, spesso con responsabilità enormi dei governi, ovviamente chi vince tenta anche di orientare una selezione culturale della memoria evitando tanto di storicizzare i singoli avvenimenti quanto di evidenziarne la complessità. Diviene una maniera per ridimensionare le responsabilità dei crimini commessi quando non per gettarli in un enorme calderone del dimenticatoio, omettendo ciò che risulta scomodo e inaccettabile per una narrazione binaria. Ricordare quindi è necessario, ma bisogna ricordare tutto, tutti e tutte. Bisogna ad esempio tenere a mente che i campi di lavoro e di concentramento, che ben presto divennero luoghi per la deportazione in campi di sterminio, durante il periodo fascista in Italia ne risultarono attivi 55 per un totale di almeno (stima per difetto) 155 mila persone detenute. Senza dimenticare il campo di sterminio, del tutto simile a quelli realizzati dai nazisti, della Risiera di San Sabba a Trieste. Altri 13 campi vennero realizzati, durante il regime, nelle colonie in Libia, Eritrea, Somalia, oltre 70mila il numero delle persone imprigionate, quasi 45 mila quelle che ci lasciarono la vita. E qui si aprono altri due capitoli, in cui i numeri sono unicamente un indicatore. Da una parte nei campi di lavoro in Italia vennero portati prigionieri di guerra combattuta al fianco dei nazisti e alti dignitari locali provenienti dalle colonie, nonché oppositori politici, persone di religione ebraica e, a seguire, tutte le cd “categorie di persone” che secondo il dogma razzista ripreso pari pari dalle leggi razziali del 1938, andavano quantomeno tenute da parte per poi procedere alla loro eliminazione. Il secondo ramo porta verso quello che è un altro rimosso, il passato coloniale italiano. Questo, si badi bene, come perfettamente raccontato nel volume “Storia del colonialismo italiano” di Valeria Deplano e Alessandro Pes, non inizia col fascismo e con questo non termina. Si tratta forse di uno degli ultimi testi usciti, dopo la scomparsa dei primi grandi storici italiani decisi ad aprire il vaso di Pandora (Del Boca, Rochat ecc,), in cui si frantuma il mito degli “Italiani brava gente” che serviva a raccontare le scarne fortune italiane, soprattutto in Africa, come fondate sul sostegno alle popolazioni e sull’essere stati portatori di cultura, democrazia ed infrastrutture. 

Nulla di tutto questo corrisponde al vero. Governi liberali e fascismo, regio esercito e milizie, coloni e latifondisti, si comportarono in quei Paesi con violenza inaudita, crudeltà, crimini contro l’umanità quali l’uso di gas come l’iprite per uccidere ed avvelenare le falde acquifere. Si vada a chiedere in Libia cosa si pensa delle centinaia di migliaia di persone deportate da una zona fertile ad un’altra desertica per far posto ai nuovi padroni, si chieda qualcosa del ricordo di Omar Al Muktar, il “Leone del Deserto”, fiero oppositore pubblicamente impiccato dopo un processo farsa e divenuto emblema dell’anticolonialismo. Le vittime dirette della storia coloniale italiana ammontano a 700 mila, in gran parte civili, ma non c’è in questo caso una data che provi a ricordarle né un servizio anche in un angolo di un tg a farne cenno. Vogliamo ricordare? E allora, si raccolga la proposta di legge presentata nell’ottobre del 2023 e celebrata in Etiopia. Si tratta del 9 febbraio (Yekatit 12 nel

calendario etiope) in ricordo della strage avvenuta nel 1937 ad Addis Abeba, seguita

all’attentato al generale Rodolfo Graziani. Almeno 20 mila persone vennero uccise a seguito dell’attentato, molti erano anziani, donne e bambini che vennero arsi vivi nelle case. Ma questi non si ricordano. Forse perché si dovrebbe poi parlarne e far presente che Addis Abeba in quegli anni fu un vero e proprio prototipo di apartheid realizzato prima nel Sudafrica e poi in Palestina. Terre migliori agli occupanti, accesso alle risorse d’acqua, controllo militare ovunque e morte, rappresaglia, strage, fino al genocidio per chi osa resistere. Con quale ragione se non quella del più forte, del dominante, di chi porta la civiltà in un mondo considerato inferiore e, altrimenti, condannato alle tenebre? Leggendo di queste vicende in cui all’occupante tutto è permesso e guai a volerne sottoporre a terzi un giudizio sull’operato, il pensiero va immediatamente all’oggi, a tanti conflitti in corso e in particolare a quanto accade appunto in Palestina dove è fuorviante parlare di conflitto. Stessa strategia di occupazione e di separazione fra cittadini israeliani ed altri a cui non si intende riconoscere neanche il nome di “palestinesi”, galere, uccisioni indiscriminate, tentativi di pulizia etnica, il tutto con l’avallo di quelli che andrebbero considerati come gli “smemorati della fiamma”. 

Nella compagine dell’attuale partito di maggioranza, in alcune delle forze vicine, la memoria di un antisemitismo ancestrale viene rimossa, anche se poi soprattutto fra i loro gruppi giovanili, come ricordato mesi fa in un magistrale servizio inchiesta di Fanpage, di tale odio non si fa mistero e si continua ad irridere anche sui sopravvissuti. In quel mondo torbido di un’internazionale nera che ricostruisce un nuovo e pericoloso pensiero collettivo, l’antisemitismo reale continua a covare mentre invece si afferma un prevalente attaccamento all’ideologia sionista. Un’ideologia che, come affermato anche dall’ONU in epoche non sospette ha radici colonialiste, suprematiste e che si fonda sull’aberrazione del considerate il proprio come “un popolo eletto” a cui ogni azione è consentita. Gli amici di Israele e oggi del governo Netanyahu, che ha solo impresso un’accelerazione a questa fascistizzazione, non si contano e li si ritrova ovunque. Viene da pensare che parlare di crimini del colonialismo e di ogni forma di occupazione diventa controproducente se si vuole affermare il punto di vista del dominante come unica verità. E c’è una curiosa affinità fra quanto avvenne con la definizione della giornata del ricordo in merito alle foibe e quanto sta avvenendo ora. Fra i firmatari del ddl con cui si istituiva tale giornata c’erano anche esponenti della cosiddetta sinistra moderata. Attengono alla stessa area coloro che si apprestano, nei prossimi giorni a convergere in disegni di legge preparati dalle destre attraverso cui si assumono pedissequamente le posizioni dell’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance) in merito alla definizione di antisemitismo. Tale organizzazione intergovernativa che ha il nobile scopo di combattere l’antisemitismo, considera ogni critica allo Stato di Israele, al sionismo come attinente all’antisemitismo e in quanto tale penalmente punibile. Il grimaldello con cui poter vietare manifestazioni per la Palestina, esporre bandiere, esprimere giudizi di critica verso un governo che la CPI ha già bollato come genocida. Ma, in conclusione, soprattutto lo strumento attraverso cui imporre una visione eurocentrica e razzista del presente e far divenire l’oppressore come ingiudicabile e comunque “dei nostri”, corrispondenti al pensiero comune occidentale. Un revi-sionismo, viene da dire giocando amaramente con le parole. Sarà questo il prossimo ricordo?

Stefano Galieni

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