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Un Paese sull’orlo di una crisi di nervi

di Pier Giorgio
Ardeni

L’Italia del 25 aprile ci è apparsa in fotografica evidenza come sia oggi attraversata da un fremito, una tensione viva di ribellione, un sentimento di rifiuto. Come già con le manifestazioni per Gaza e con l’alta partecipazione al referendum, anche stavolta le piazze di mille città e paesi sono state attraversate da folle come da tempo non si vedeva in un’occasione divenuta rituale.
Le migliaia di giovani e adulti sorridenti ci hanno riportato alle immagini di quel giorno felice in cui a Milano sfilarono i dirigenti del CLN tra le ali di folla in festa. Era la festa dell’antifascismo e così è stata espressa. Questo Paese era diventato lo zimbello del mondo, inventando qualcosa – il fascismo – che è rimasto il simbolo di un totalitarismo totale di pochi fanatici sui molti (e fascista un epiteto che ancor oggi si usa per indicare vergognosamente quella cosa lì). Con la Resistenza, abbiamo saputo affrancarci, liberarci e affermare agli occhi del mondo che non lo meritavamo. È questo che festeggiamo il 25 aprile.

Manifestare per il 25 aprile fa ormai parte della nostra storia, perché ogni anno rappresenta il rinnovare quella liberazione, la riconquistata dignità, l’inizio di una democrazia nuova. E quest’anno ha rappresentato una volta di più l’affermare il rifiuto dell’autoritarismo, della violenza e della brutalità della guerra. Il Paese, con maturità, sta mostrando che non ha perso la bussola. Ma è nervoso, quasi insofferente, ansioso di liberarsi di una minoranza che lo governa e non lo rappresenta. Così, alle patetiche rivendicazioni di un’élite al potere incapace di trovare un posto nella storia e di venirne a patti si sono contrapposte le altrettanto incoerenti rappresentazioni delle manifestazioni di piazza evidenziate sui media.

Da sempre, il 25 aprile ricorda e celebra la liberazione d’Italia, l’apoteosi della resistenza partigiana. Anche se è ben noto che sul piano militare l’Italia poté essere liberata dai nazisti e dai loro accoliti fascisti della Repubblica sociale grazie al contributo degli alleati – che lasciarono sul terreno migliaia di caduti – mai era successo di vedere bandiere a stelle e a strisce sventolare nelle piazze. E non perché non fossero ammesse, né perché qualcuno abbia mai disconosciuto il contributo dato alla liberazione del Paese, ma semplicemente perché in quella data si festeggiava la nostra liberazione per la quale centinaia dei nostri ragazzi avevano dato la vita. Nessuno aveva mai messo in discussione il contributo di tutti quelli che avevano partecipato – dai russi nelle brigate partigiane ai corpi annessi all’esercito alleato, tra cui la Jewish Brigade. E poteva anche starci una “Brigata ebraica” che si rifaceva a quell’esperienza. Ma è ovvio che scendere in piazza oggi con le bandiere di Israele (non della Brigata, che erano diverse) e degli Stati Uniti appare come una provocazione, come ha detto la stessa Edith Bruck. E se qualche imbecille inneggia parole antisemite, altrettanto fuori luogo è sostenere lo Stato di Israele in un’occasione come questa. Parimenti, sventolare la bandiera ucraina e magari inneggiare ad Azov non sembra avere altro scopo che aizzare la tensione (come è stupido gridare che «tutti gli ucraini sono nazisti», sapendo il prezzo che quelli pagarono contro l’aggressione tedesca). Il 25 aprile in piazza si festeggia la nostra Resistenza come le resistenze di tutto il mondo, di popolo alla macchia antifascista contro un esercito invasore fascista.

Se il nostro presidente del Senato vuole, ancora una volta, mettere i caduti della Repubblica sociale sullo stesso piano delle migliaia di partigiani e civili uccisi da nazisti e fascisti, lo fa per provocare lo sdegno, fingendo di non sapere quanto i repubblichini furono in larghissima parte volontari, dedicati ad un progetto di morte e di dominio al fianco dei tedeschi occupanti che innescò la guerra civile.

C’è una (piccola) parte di Paese che non vuole accettare il responso della storia, non capendo quanto ammorbante sia il volersi schierare, ancora, dalla parte sbagliata – quella della violenza, dell’oppressione e della sopraffazione. Il che testimonia di un irrisolto desiderio di rivalsa che non fa onore ai sostenitori del centro-destra. Perché questo rimane uno degli arcani che la politica odierna non riesce a risolvere: perché mai conservatori e moderati abbiano accettato linguaggio, modi e contenuti di questa destra fascista, che sempre è stata minoritaria – e altro non potrebbe essere – pur di non far prevalere quell’orizzonte di equità e giustizia che emerse dalla Resistenza e dall’unità dei partiti antifascisti e che fu così definito nella carta costituzionale. Preferirsi reazionari e sdoganare il fascismo pur di non contaminarsi con il progressivismo egualitario.

L’Italia rigetta questa destra e le sue provocazioni lo sfibrano. Sono loro – e i media che fanno loro eco – ad essere sull’orlo di una crisi di nervi e riversano sul Paese il loro livore ancora accecato, aizzandolo. Si capisce, allora, perché stiano tirando la corda, perseguendo un autoritarismo malcelato che non promette nulla di buono. Dobbiamo liberarcene al più presto, il che è il più limpido segnale che ci viene dalle folle festanti che non vogliono saperne di repressione, aggressioni, guerra e progetti di sterminio. Vogliono tornare ad immaginare quel Paese per tutte e tutti per cui combatterono i mille ragazzi che abbiamo ricordato e festeggiato per le strade d’Italia. 

Pier Giorgio Ardeni

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