Nel mese di luglio uscirà per la casa editrice della rivista Left un mio saggio, ispirato dalla figura e dall’opera di Karl Polanyi, che si configura come un grido d’allarme e, al contempo, un manuale di resistenza intellettuale di fronte al “terremoto sistemico” della modernità. La tesi di fondo è che la crisi onnicomprensiva che stiamo vivendo — una spirale catastrofica che lega finanza, geopolitica, ecologia e conflitti sociali — non sia un evento accidentale, ma il risultato inevitabile del tentativo utopico di separare l’economia dalla vita umana.
Per comprendere il presente, sono tornato alla Vienna degli anni ’20 e allo scontro intellettuale tra Polanyi e i padri del neoliberismo, Ludwig von Mises e Friedrich von Hayek. Mentre questi ultimi sostenevano che il mercato fosse un ordine naturale e spontaneo, Polanyi dimostrò storicamente che il laissez-faire fu un progetto politico pianificato e imposto con la forza dello Stato.
Il concetto chiave è quello di embeddedness (incorporamento): storicamente, l’economia è sempre stata parte integrante dei rapporti sociali, religiosi e politici. La “grande anomalia” del capitalismo è stata l’illusione di poter rendere l’economia un’entità autonoma e autoregolata. Questo processo ha trasformato in merci tre elementi che, per natura, non lo sono: il lavoro (l’attività umana), la terra (la natura) e la moneta (un simbolo del potere d’acquisto garantito dallo Stato). Trattare queste “merci fittizie” secondo la pura logica della domanda e dell’offerta significa, inevitabilmente, distruggere la stabilità sociale e l’ecosistema.
La storia del capitalismo è descritta come una dialettica perenne: da un lato la spinta alla mercificazione totale, dall’altro il “contro-movimento”, ovvero la reazione della società che cerca di proteggersi. Se la protezione sociale entra in conflitto con il profitto e la politica non riesce a mediare questa tensione, il contro-movimento può assumere forme “patologiche”.
I fascismi degli anni ’30 non furono incidenti di percorso, ma la risposta autoritaria al collasso dell’ordine liberale. Oggi, il rischio è analogo: la crisi della globalizzazione senza regole sta alimentando risposte protettive che rischiano di sacrificare la democrazia sull’altare di una stabilità illusoria.
Il saggio sviluppa una critica alla democrazia formale neoliberista. Quest’ultima è stata ridotta a un’architettura procedurale — elezioni e parlamenti — svuotata di reale potere decisionale, subordinata ai “vincoli esterni” dei mercati. Pensiamo al caso Epstein non come s un isolato fatto di cronaca nera, ma come allo squarcio su una struttura di potere reale: un’oligarchia transnazionale che agisce “nelle tenebre”, dove la sovranità non appartiene al popolo ma a reti di ricatto, finanza e intelligence.
A questa, si contrappone la democrazia sostanziale, l’unica capace di “ri-incorporare” l’economia nella società. In questo modello, i cittadini tornano sovrani sulle proprie condizioni materiali di esistenza: lavoro, sanità e ambiente. La deriva autoritaria attuale nasce proprio dall’incapacità della democrazia formale di fornire risposte sostanziali ai bisogni popolari.
In assenza di una proposta alternativa forte da parte della sinistra, il contro-movimento è stato intercettato da un “populismo reazionario”. Leader come Trump o Orbán utilizzano il linguaggio dell’identità, della razza e della nazione per offrire una “falsa protezione” alle classi medie e popolari impoverite. Tuttavia, il testo smaschera la natura di questi movimenti: si tratta di un “neoliberismo autoritario”. Questi leader non sfidano i dogmi del capitale finanziario, ma ne accentuano il carattere repressivo. La “comunità del rancore” che crea individua nel migrante il capro espiatorio ideale per distogliere l’attenzione dalle continue detassazioni per i ricchi e dallo smantellamento del welfare. È il sacrificio dell’individuo per salvare il funzionamento tecnico del sistema capitalistico sotto un comando gerarchico.
Il libro critica aspramente le forze politiche di centro-sinistra, colpevoli di aver accettato per decenni gli assiomi di Hayek e von Mises, diventando complici della separazione tra economia e democrazia. La sfida del XXI secolo è riappropriarsi della missione del socialismo democratico, intesa come la tendenza della società a subordinare il mercato alla democrazia.
Il futuro dell’umanità è visto al bivio tra barbarie ed ecosocialismo. Poiché la terra è una merce fittizia, il suo sfruttamento illimitato sta portando alla sesta estinzione di massa. L’economia deve essere ripensata all’interno dei limiti planetari, valorizzando la qualità delle relazioni rispetto alla quantità dei beni. Ciò richiede una “mentalità sottrattiva”: abbandonare il mito della crescita infinita per concentrarsi sulla “manutenzione della vita” e sul lavoro di cura (educazione, supporto emotivo, tutela ambientale).
Il saggio si conclude con una proposta ambiziosa e utopica (nel senso polanyiano di progetto razionale): coniugare l’ecosocialismo con la costruzione di una Costituzione per la Terra, proposta da Luigi Ferrajoli. L’obiettivo è superare il capitalismo e il “nazionalismo metodologico” per gestire a livello globale ciò che il mercato non può più regolare: pace, salute, pandemie e povertà.
In un mondo dove poche aziende tecnologiche hanno un potere superiore ai singoli Stati, è necessario creare istituzioni sovranazionali capaci di riportare i giganti della finanza e dei dati sotto il controllo della politica democratica sostanziale. Il multipolarismo cooperativo non è più un’opzione, ma una necessità per evitare che la grande trasformazione in corso sfoci in un nuovo fascismo globale.
In sintesi, il saggio ci ricorda che l’essere umano non è l’homo oeconomicus motivato solo dal guadagno, ma un essere sociale che cerca dignità e sicurezza. Il bivio è netto: scivolare verso un’oligarchia autoritaria che gestisce la scarsità con la forza, oppure scegliere la risposta democratica, rimettere la vita al centro ed estendere la sovranità popolare alla sfera economica. La politica deve tornare a essere l’arte di costruire un mondo comune, dimostrando che, contro la cecità distruttiva del mercato, è ancora possibile un futuro condiviso per l’umanità.
Alessandro Scassellati
