La prima edizione de ‘Il progetto locale’ Verso la coscienza di luogo di Alberto Magnaghi esce nell’anno 2000, sto rivedendo le mie sottolineature sull’edizione accresciuta del 2010. Non è mia intenzione ripercorrere la complessità della trattazione di Magnaghi, tuttavia le sue analisi costituiscono un punto di riferimento ineludibile nel momento in cui si pone tanto a livello globale quanto a livello regionale e locale la necessità di un’alternativa radicale all’attuale modello di sviluppo. In questi giorni si sta svolgendo a Santa Marta in Colombia la Conferenza per l’uscita dai combustibili fossili1
“Il primo risultato della Conferenza internazionale in corso a Santa Marta, in Colombia, dal 24 al 29 aprile è lo Scientific Panel on Global Energy Transition: un organismo internazionale indipendente che ha l’obiettivo di trasformare le evidenze scientifiche in roadmap, politiche pubbliche, strumenti finanziari e percorsi nazionali di decarbonizzazione. Non basta dire che bisogna uscire dai combustibili fossili: bisogna costruire, paese per paese, settore per settore, gli strumenti per farlo davvero. È questo il passaggio politico che ha segnato i primi due giorni della TAFF, la Conferenza per la transizione oltre i combustibili fossili, che ha aperto con la sezione dedicata al dialogo accademico e al ruolo della conoscenza scientifica nei processi decisionali. Il panel di esperti, pensato per accompagnare governi, città, regioni e coalizioni nella definizione di percorsi concreti di uscita da petrolio, gas e carbone, è stato lanciato al termine della giornata inaugurale. L’iniziativa è stata presentata dalla ministra colombiana dell’Ambiente Irene Vélez Torres, insieme a figure di primo piano della comunità scientifica internazionale tra cui Johan Rockström, direttore del Potsdam Institute for Climate Impact Research, e Carlos Nobre, climatologo brasiliano tra i massimi esperti dell’Amazzonia2.
Marica di Pierri osserva che “In questo senso, il panel non si presenta come alternativa al processo UNFCCC, ma come una sua possibile infrastruttura di supporto: più vicina ai territori, più rapida nell’aggiornamento delle evidenze, più orientata alla costruzione di soluzioni praticabili. La sede sarà in Brasile, presso l’Università di San Paolo. Ma la vocazione, nelle parole di Rockström, sarà internazionale e indipendente: “un comitato scientifico internazionale al servizio dell’umanità”. Il punto non è costruire un altro luogo di osservazione, ma un’infrastruttura scientifica di supporto alle decisioni pubbliche.”
La creazione dello Scientific Panel on Global Energy Transition pone al centro il nesso tra una capacità di analisi a livello globale portata avanti dal processo UNFCCC3 e analisi e azione a livello territoriale. Un nesso fondamentale in sintesi da un duplice punto di vista. Il primo riguarda le dinamiche del cambiamento climatico indotto dal riscaldamento globale, laddove l’aumento delle temperature è differenziato a seconda delle regioni, è noto che il Mar Mediterraneo conosce aumenti della temperatura ben superiori alla media globale, così come i fenomeni a livello regionale possono avere conseguenze globali, come avviene con lo scioglimento dei ghiacci dell’artico e della Groenlandia che impattano la circolazione delle correnti oceaniche nell’atlantico la regione artica è caratterizzata dalla cosiddetta Amplificazione Artica4 ossia un riscaldamento accelerato della regione, con le conseguenze di cui sopra.
L’altro aspetto è il nesso con le diseguaglianze economiche tra i diversi paesi e regioni del globo; se nessun paese è esente dalle conseguenze del cambiamento climatico, gran parte dei paesi più poveri sono tra quelli che subiscono le conseguenze più rilevanti di quel cambiamento, sono quelli che hanno bisogno di un rilevante supporto economico per affrontarle. Le COP sul cambiamento climatico hanno di volta in volta definito flussi finanziari a supporto di quei paesi, flussi inferiori alle reali necessità e comunque mai effettivamente realizzate. Come abbiamo più volte evidenziato in precedenti articoli il cambiamento climatico diventa un fattore sostanziale nei rapporti geostrategici, a partire dalla capacità di investire nella transizione energetica e nel mitigare gli effetti del cambiamento climatico.
La congiuntura che stiamo attraversando è caratterizzata da una crisi energetica e quindi economica senza precedenti prodotta dalla chiusura dello Stretto di Hormuz nel contesto di un corsa globale ad armarsi, in assenza di qualsiasi dispositivo di regolazione della competizione globale, dei conflitti armati reali e potenziali che si manifestano, condizione nella quale il pensare una qualsiasi cooperazione globale per interdire il cambiamento climatico appare allo stato delle cose utopica, da qui il valore della conferenza di Santa Marta.
In questo contesto, attraversato da processi globali che attraversano ogni realtà locale, che è stato inventato il neologismo della policrisi, dove la transizione tecnologico-digitale avviene nelle forme oligopolistiche che conosciamo, senza alcun nesso positivo con la necessità di combattere il cambiamento climatico, l’aumento delle diseguaglianze e l’instabilità degli assetti di mercato, ebbene in questo contesto è pura velleità rivolgere le proprie energie, capacità di cooperazione e di produrre conoscenza verso un progetto di riconversione della realtà produttiva, economica e sociale di un territorio contro la svolta militarista, nel senso della giustizia climatica, economica, sociale e ambientale?
La definizione di territorio di Alberto Magnaghi della società dei territorialisti5 ci aiuta a cogliere la necessità, la possibilità di partire dalla nozione di territorio come ‘bene comune’.
Nel capitolo primo del suo libro ‘Forma metropolie deterritorializzazione’ leggiamo “Attraverso il sapere tecnico e le protesi tecnologiche ci si è ‘liberati’ dai vincoli territoriali e si può localizzare in pena libertà, dovunque, tutto, sempre. Questa liberazione dai vincoli territoriali, che per una fase storica ha consentito giganteschi processi di mobilitazione e valorizzazione di risorse ambientali e umane, ha prodotto nel lungo periodo dipendenza e fragilità: la metropoli vive e cresce ignorando e distruggendo la capacità del proprio ambiente di riprodursi ( ne disconosce i limiti inerenti la sua qualità di soggetto vivente usando le risorse territoriali come fossero illimitate).
Di contro la riterritorializzazione.
“La riterritorializzazione prende avvio dalla restituzione al territorio della sua dimensione di soggetto vivente ad alta complessità, attraverso una lunga fase di ‘bonifica’ che non ha più lo scopo, come per le bonifiche succedetesi per secoli sino al nostro, di creare nuove aree coltivabili, o costruire nuove vie di comunicazione vallive strappandole alla palude, ma si assume il compito del tutto nuovo di curare e ricostruire sistemi ambientali e territoriali devastati e contaminati dalla presenza umana. È un processo complesso e lungo che riguarda la costruzione di una nuova geografia fondata sulla rivitalizzazione dei sistemi ambientali e sulla riqualificazione dei luoghi ad alta qualità dell’abitare.
(…)
Questo processo non può avvenire in forme tecnocratiche, esso richiede nuove forme di protagonismo delle comunità insediate, poiché riabilitare e riabitare i luoghi significa nuovamente prendersene cura quotidiana da parte di chi ci vive, acquisendo nuove sapienze, ambientali tecniche e di governo sottraendole ad apparati burocratici e tecnico-professionali.”
L’attuale drammatica transizione tecnologico-digitale produce una straordinaria concentrazione dei poteri a fronte all’opposto di una possibilità straordinaria di produzione e di condivisione delle conoscenze a fondamento di un diverso modello di società. Se Magnaghi si confrontava con le conseguenze del modello tayloristico-cibernetico sugli assetti territoriali, la costruzione delle metropoli, le dinamiche sociali, oggi siamo di fronte ad una possibile dipendenza delle forme di vita individuali, sociali e collettive dalle competenze algoritmiche di una sorta di megamacchina in grado di rielaborare quanto è stato prodotto e riversato in termini di dati, informazioni e conoscenze nelle reti digitali. Una trasformazione nella quale si vengono a creare nuove gerarchie e diseguaglianze sociali, polarizzazioni nella distribuzione della ricchezza e delle risorse per lo sviluppo tra territori e regioni del globo.
Le forme che le società assumono, nelle più diverse linee di trasformazione tendono comunque tutte all’autoritarismo nelle sue diverse forme, che stiamo conoscendo in questi anni. La critica che Magnaghi porta avanti nei confronti del costituirsi delle metropoli e delle megalopoli se la confrontiamo con la dimensioni delle megalopoli cinesi, forse quelle più intimamente legate all’attuale modello di sviluppo trainato, reso possibile e governato dall’innovazione tecnologico-digitale, ci rendiamo conto della complessità della formazione sociale globale, la sua straordinaria stratificazione e la necessità in questo di ricomprendere e ricostruire le condizione di possibili forme di autogoverno dei territori e della comunità.
Se la prospettiva è la concentrazione relle risorse tecnologiche, economiche e finanziarie, dei poteri, laddove la riproduzione sociale passa per le megalopoli, forme in generale di antropizzazione dei territori resi possibile da reti tecnologiche la cui efficienza sia fondi sulla concertazione del potere, dei processi decisionali e non sulla orizzontalità, l’autonomia relativa delle comunità e dei territori, forme di concentrazione del potere la cui logica di conservazione porta all’esasperazione della competizione con lo sviluppo ipertrofico degli apparati militari, allora se tutto questo sta avvenendo abbiamo la necessità ineludibile di legare le lotte che nascono dalla condizione di sottosviluppo, stagnazione, subordinazione a quelle che si originano invece nella condizione dell’iper-sviluppo.
Se precipitiamo dalle megalopoli cinesi, alla Valle del Sacco, a Colleferro con la sua storia particolare, ponte tra l’area metropolitana romana e la Ciociaria, ci rendiamo conto di quanto siano velleitarie le ipotesi di piccola qualificazione dello sviluppo comunale con qualche impresa tecnologicamente più avanzata a fronte di una dissoluzione dei legami sociali. Fare ‘Società Locale’ è qualcosa di diverso, significa produrre saperi legati alla propria realtà, alla propria storia assieme a saperi critici delle forme di sviluppo dominanti, costruire società locale, non significa isolarsi, ma cogliere le ragioni più profonde, i legami più profondi, di solidarietà e riconoscimento reciproco, capacità di costruire società assieme alla capacità di accogliere e relazionarsi.
“Nella prospettiva di un modello di sviluppo fondato sulla valorizzazione del patrimonio territoriale (sono le risorse del territorio a creare valore aggiunto) va superato il concetto di ecocompatibilità delle attività produttive, verso il concetto di auto-sostenibilità ricostruendo le sinergie interrotte tra territorio ambiente e produzione.”
Abbiamo preso a prestito alcune affermazioni del testo di Magnaghi per motivare la necessità di costruire un laboratorio per la riconversione economica, sociale, culturale e democratica del territorio della Valle del Sacco; obiettivo legittimo per ogni territorio che si presenti con caratteristiche tali poter individuare una sua specifica realtà nel complesso della formazione sociale del nostro pase, laddove le delimitazioni sono sempre un qualcosa di relativo. In realtà il nostro paese nel suo sviluppo storico, sociale, culturale ed economico ha espresso fortemente le sue caratterizzazioni territoriali dagli aspetti più locali a quelli regionali e sovraregionali.
Esso è attraversato dalle trasformazioni e dai flussi globali e nazionali, tuttavia anche appoggiandoci alle riflessioni di Alberto Magnaghi e molti altri come lui -oltre che al patrimonio di conoscenze e riflessioni, anche autocritiche, prodotte da almeno vent’anni di lotte ambientali e sociali- possiamo cominciare darci luoghi e strumenti per produrre conoscenza, confrontare pratiche, definire obiettivi parziali, rompendo recinzioni, condizioni di isolamento e di competizione continua che rende impossibile ogni forma di cooperazione. La mancanza di un progetto condiviso, costruito anche attraverso contraddizioni e conflitti, rende un territorio oggetto di rapina, come in questi anni sta avvenendo -per fare un esempio- con l’insediamento di impianti fotovoltaici su terreni agricoli approfittando della debolezza dell’economia contadina. Progettare la riconversione implica un gigantesco e lungo lavoro di mappatura che si realizza con un processo di ricerca-azione dove le diverse realtà di questa mappa partecipano alla sua realizzazione, evidenziando tutti i caratteri della propria esistenza, trovando in questa attività occasione per prendere coscienza della propria realtà, delle proprie relazioni, dei propri bisogni dei propri pretesi caratteri identitari. Non si tratta di scattare una fotografia, ma di dare voce alla dinamica delle attività, delle relazioni, delle collocazioni e delle trasformazioni, appoggiandosi a tutte le mappature, le basi dati esistenti.
La composizione sociale, di classe del territorio ne viene messa in discussione, il progetto non può che nascere dagli esiti possibili dei conflitti attuali e potenziali. L’alternativa è tra una sorta di darwinismo sociale che produce pochi vincitori ed una massa di esclusi e vinti e comunque la passività dei più oppure il riconoscimento dell’esistenza di diritti universali, beni comuni, criteri di eguaglianza, profondamente radicati nel territorio, inteso a sua volta come un bene comune, una sua ridefinizione cui abbiamo alluso nelle righe precedenti come realtà viva e complessa.
Non si tratta quindi di elaborare l’ennesimo libro dei sogni, ma di darsi obiettivi, strumenti luoghi e tempi di realizzazione, esplicitare di contraddizioni, conflitti, interessi consolidati e divergenti. Intanto cominciamo a conoscere a fondo la realtà in cui viviamo in mdo sempre più attivo, condiviso e partecipato.
Roberto Rosso
- https://asud.net/ultima/stop-ai-fossili-santa-marta-pensaci-tu/ [↩]
- https://economiacircolare.com/santa-marta-scienza-uscita-fossili/ [↩]
- Il processo UNFCCC Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici è il principale negoziato internazionale per contrastare il cambiamento climatico, nato nel 1992 a Rio. Obiettivo centrale è stabilizzare i gas serra a livelli non pericolosi, sviluppato annualmente attraverso le Conferenze delle Parti (COP), inclusi accordi storici come il Protocollo di Kyoto e l’Accordo di Parigi. https://unfccc.int/process-and-meetings/united-nations-framework-convention-on-climate-change [↩]
- https://ingvambiente.com/2024/12/27/amplificazione-artica-come-il-riscaldamento-del-polo-nord-sta-cambiando-il-clima-del-pianeta/ [↩]
- https://www.societadeiterritorialisti.it/ https://www.societadeiterritorialisti.it/2025/09/24/in-ricordo-di-alberto-magnaghi/ [↩]
