La notizia mi giunge per vie strane, sotterranee e disparate. È come se i pennivendoli facessero fatica a parlarne. La mia stanchezza insiste: evita la verifica, non andare a fondo. Per una volta almeno sii pietoso con te stesso.
Anche stanotte, come accade da tanto tempo ormai, mi sveglio in anticipo e sembra quasi che il confine meraviglioso tra la notte e il giorno non esista più; la rosea luce dell’alba sognante, che in pochi, dolcissimi minuti supera la cinta delle mie Alpi è sparita. Si presenterà solo verso le cinque, dopo più di tre ore di pensieri bui, per sottrarre alle ombre sinistre della notte gli edifici che si levano in alto, tra via Simone Martini e via Saverio Altamura.
Quando la luce del giorno infine si alzerà lentamente, rivedrò il mio Monte Bianco. Il grazioso “1912” in stucco, data di nascita posta sotto l’arco gotico che incornicia la finestrella d’un attico, mi farà pensare alla belle epoque, alla musica trascinante del can can e a una società inebetita da una comunicazione attenta soprattutto a confondere le idee.
Da lì, da quella costruzione graziosa, forse da quell’attico, partì, zaino affardellato, il giovane sottotenente di cui si son prese le tracce tra le sabbie roventi della Tripolitania; mandato a cercare, armi in pugno, un posto al sole, non vide più la sua luce e non sentì più il suo calore. Ma chi vuoi che lo ricordi il giovane ufficiale? Chi ricorderà che, dietro le bandiere e i canti militari, c’erano gli sportelli delle nostre banche e gli interessi dei nostri banchieri? Non lo disse certo la radio festosa e chi cantò con tono melodioso “Tripoli bel sol d’amore”. Non lo dirà, sta certo – forse nemmeno lo sa – la cronista televisiva da Gaza, che tra poco farà il conto dei morti, ma parlerà della barbarie araba e della nostra innocenza.
L’esercito dei pennivendoli mi spiegherà poi che Gaza, senz’acqua e senza elettricità, merita lo sterminio e nessuno dirà che quell’assedio feroce è un crimine di guerra. A me, chissà perché, verrà in mente il grazioso “1912” di stucco sul mio Monte Bianco e quel sottotenente che non ho mai conosciuto e non è mai tornato, disperso nelle sabbie ardenti della Tripolitania.
Maledetta giornata d’ottobre, così simile a un giorno di agosto, da meritare mille monumenti imbrattati da mille giovani, mille politici di ogni colore condotti a Gaza come sulla ghigliottina, responsabili del genocidio dei palestinesi, del disastro ambientale che ci togli la vita e della distruzione della scuola, che, racconta ancora la ricerca del “posto al sole”, come fosse un videogame, ma non ha una parola per il sottotenente disperso, per tutti quelli che oggi, a un tiro di schioppo dalle mie Alpi, perderanno la vita nell’inferno di Gaza, solo perché il nostro bel paese garantisca ai padroni un’eterna belle epoque.
La stanchezza e il sonno non bastano a fermarmi e poiché nati non fummo a viver come bruti, scopro che la notizia notturna non è falsa: la fiera del libro di Francoforte ha negato il prestigioso premio letterario LiBeraturpreis alla scrittrice palestinese Aiania Shibli.
Gli scrittori arabi hanno abbandonato la manifestazione. Solo quelli arabi. Che terribile vergogna.
Per il mio sottotenente ormai non c’è speranza: resterà disperso per sempre e non ritornerà. Sarebbe un testimone pericoloso.
Comincia intanto un altro giorno di vergogna. Mi vengono in mente Giordano Bruno e il Sant’Uffizio. Dici che questa però è un’altra storia? Dillo se vuoi, ma ricorda: le storie infami hanno tutte la stessa origine.
Giuseppe Aragno

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