Un Blackpost contro il coronavirus

di Luca
De Simoni

di Luca De Simoni * –

Leggendo i giornali, guardando la tv, in queste ultime settimane il tema che regna sovrano è sempre uno: la pandemia scatenata dal Covid-19. I media nelle ultime settimane non conoscono altro argomento, giustamente, intendiamoci bene, siamo in piena emergenza e la gente vuole sentir parlare di questo, la paura diffusa e il rispetto per le numerosissime vittime lo impongono. A tratti sembra di vivere in un film, e tutto ciò che non sia legato al virus sembra non esistere più. Tuttavia, una parte del nostro paese e del mondo non si ferma. Gli incidenti sul lavoro continuano, nei campi profughi le condizioni continuano ad essere quelle di sempre mi verrebbe da dire, nei CPR gli immigrati proseguono a vivere pietosamente, i senza tetto vengono privati dei diversi servizi di assistenza a causa del divieto di assembramenti.  

Con il Blackpost, un giornale nato per dare voce ai migranti, cerchiamo di fare proprio questo, dare voce agli immigrati e agli ultimi, facendoli parlare. Nato da un’esigenza precisa: quella di trasformare gli oggetti dell’informazioni in soggetti attivi che possano comunicare in prima persona. I temi più cari alla testata sono chiaramente legati, in gran parte, ma non solo, all’immigrazione. In queste settimane il compito è alquanto arduo, la semplice ricerca di queste notizie, che trascendano dal virus, è diventata difficile. Ognuno di noi comprende il momento tragico che stiamo vivendo, ma queste notizie dovrebbero comunque avere più risalto, anche perché, proprio quest’epidemia che sta colpendo chiunque, indiscriminatamente, da i più poveri ai più ricchi, fino ad arrivare alle famiglie reali (è di poco fa la notizia della positività al covid19 del principe Carlo d’Inghilterra), ci ricorda una cosa che suonerà banale ma vera, e che per questo neanche mi accingerò a ripetere.

Nel campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, che dovrebbe ospitare circa tremila persone, ma ne ha all’attivo circa ventimila, si è registrato qualche giorno fa il primo caso di covid19. Fino a qualche settimana fa, grazie (si fa per dire) alla crisi riaperta dalla Turchia, si era tornati a parlare con insistenza della situazione al confine tra Turchia e Grecia e di questo punto nevralgico rappresentato da Moria. Sono scoppiate inoltre diverse rivolte all’interno del campo profughi, la paura del virus si sta facendo strada anche nel campo profughi dove il presidio sanitario è ovviamente fatiscente. Può avvenire una potenziale strage in quel campo, ma oggi tutta questa situazione al limite dell’umano è passato in secondo piano, sommersa dal virus.

E’ di ieri invece la notizia che in Africa si sono superati i 1000 contagiati, che certo non sono un numero così allarmante per un continente intero. Ovviamente questi sono quelli accertati e testati. Una considerazione, per provare a spiegare l’apparente immunità, o quasi, è da fare rispetto all’età media del continente, che si attesta intorno ai 20-23 anni e dunque molti potrebbero quasi non sentire gli effetti del virus. Con i ragazzi del Blackpost, provenienti in gran parte dall’Africa (ma non solo), e che quindi possono parlare con cognizione di causa, parlavamo proprio la settimana scorsa del covid19 e il possibile arrivo in Africa. Mi facevano notare, in primis come la quarantena non sarebbe possibile in gran parte del territorio, dove molte persone devono uscire di casa, quando ne hanno una, anche per prendere l’acqua, ed a volte camminare per chilometri. Dunque, l’arrivo della pandemia in Africa renderebbe tutto veramente molto complicato. Tralasciamo l’impatto che avrebbe sul sistema sanitario africano, dove la salute è già un privilegio.

Il Messaggero ieri scriveva sul “mistero dell’Africa” e perché non sia colpito dal Coronavirus. Un mistero che alcuni ragazzi della redazione provavano ad immaginare possa essere dovuto semplicemente all’ignorare l’esistenza stessa del virus in alcuni punti più remoti del continente, nonchè alla deficienza di test sul territorio e di strutture ospedaliere.

Altra situazione che porterebbe ad una strage potrebbe verificarsi nei CPR, dove centinaia di persone sono ammassate in camere di 10-12 persone ciascuna e con i bagni interni alle stesse camere, totalmente sprovvisti di porte, almeno in quello di Torino a via Brunelleschi (già drammaticamente noto alle cronache per diversi incidenti accaduti al suo interno). “Il contagio all’interno del CPR avrebbe conseguenze disastrose” ha dichiarato anche Amnesty International Piemonte, dopo numerosi sopraluoghi.

Queste sono tutte tematiche che con la redazione del Blackpost abbiamo sempre cercato di portare “a galla”, sforzandoci il più possibile. Oggi vengono surclassate dal coronavirus, ma ieri era la riforma della giustizia a tenere banco e domani, chi lo sa, un altro motivo per sorvolare ancora si troverà.

* blackpost.it

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