Recentemente facebook mi ha seccamente comunicato che il mio account era stato cancellato, che non potevo più accedere al social e che il mio profilo non era più visibile agli altri utenti.
Non si tratta dunque di una sospensione e il giudizio si presentava inappellabile: comunque provandoci, ho scoperto che è impossibile trovare un indirizzo mail di facebook dal quale si possa essere certi di ottenere risposta: tutto sta dentro la piattaforma social.
Così, facebook si impegna sul serio e riesce a uguagliare il famigerato Comma 22 di Joseph Heller, quello che recita “«Chi è pazzo può chiedere di essere esentato dalle missioni di volo, ma chi chiede di essere esentato dalle missioni di volo non è pazzo.», infatti scrive “Se l’account Facebook o Instagram dell’utente è stato disabilitato per aver violato le nostre condizioni o normative… al momento dell’accesso verrà visualizzato un messaggio che indica che l’account dell’utente è stato disabilitato. Se l’utente ritiene che il suo account è stato disabilitato per errore, di norma potrà chiederci di riesaminare la decisione accedendo al suo account Facebook o Instagram e seguendo le istruzioni visualizzate sullo schermo.”1
Dunque, cacciato, cancellato, eraso, definitivamente fuori dalla porta senza possibilità di far sentire una protesta, un lamento… e persino annichilito.
Non è cosa che faccia piacere sentire la frustrazione che decuplica l’antipatia e quel sentimento viscerale che le persone per bene provano di fronte alle esclusioni. A un certo punto mi è venuto in mente che i regolamenti di polizia proibivano (ma forse proibiscono ancora dato che le norme superate per lo più non vengono abrogate e rimangono là come relitti), proibivano –dicevo- ai diffidati di camminare per strada sui marciapiedi, dovevano starsene nella fanga, tra lo sterco dei cavalli. Ma senza pensare a questi estremi, mi basta ricordare l’effetto che mi faceva da bambino l’esser cacciato da un gioco o il vedere qualcun altr* che dal gioco veniva cacciat*.
E, comunque, sia le misure di polizia che i conflitti infantili possono rientrare, prima o poi, a prescindere dalla difficoltà. Invece facebook si limita a dire che nei paesi la cui legislazione lo permette, l’utente si può rivolgere a un giudice.
Scartata l’idea di rivolgermi a qualche associazione di consumatori per chiedere assistenza legale, mi sono ingegnato e, non so ricordare esattamente come, sono riuscito a inviare un ricorso e ora l’avviso di cancellazione è preceduto da un “hai presentato un ricorso, di solito rispondiamo in ventiquattr’ore”. Dal momento che sono passate le settimane le mie speranze stanno diminuendo…
Le motivazioni di questa cacciata dal paradiso terrestre mi sono ignote. Mi dicono che ho violato i termini di servizio e dal momento che la mia presenza sul social si è andata rarefacendo negli anni posso immaginare che si tratti del fatto che ogni mercoledì pubblicavo sulla pagina di transform! Italia l’estratto degli articoli che settimanalmente mettiamo in rete. Questa attività potrebbe aver forse talvolta violato dei diritti di copyright? O si tratta del fatto che ho promosso contenuti esterni a fb? Non lo so. Esiste anche la possibilità che il mio profilo sia stato hackerato per compiere azioni vietate. E’ una ipotesi al di fuori di ogni mio controllo, che mi racconta poco se non che la possibilità di una falla nella sicurezza della piattaforma dovrebbe comportare una diversa politica verso l’utenza.
A meno che –ma mi sembra improbabile- la censura non sia retroattiva e riguardi un antico impegno per il Rojava… si sa che scrivere “Ocalan libero” in facebook equivale a cercar guai, a superare quel confine sempre in poco incerto e arbitrario che separa il territorio della legge da quello delle terre selvagge, dove tutte le garanzie svaniscono e dove per i cacciatori di taglie la caccia è libera.
Infatti il documento che espone i termini di servizio è piuttosto complicato e fumoso. Le medesime frasi e gli stessi concetti si ripetono in capitoli diversi e spesso si rimanda a definizioni generiche. 2
Sulle prime, quando mi chiesero se desideravo scaricare i miei contenuti prima che diventassero inaccessibili, mi è stato anche ricordato che non avevo risposto ai dei richiami che facebook mi aveva inviato. Effettivamente ricordo di aver ricevuto via messenger degli avvisi che dicevano che stavo violando i termini di servizio. Ma dal momento che non era specificato nulla di preciso e che nulla mi sembrava di star facendo di sbagliato, li avevo ignorati: anzi, confesso di aver pensato addirittura che si trattasse di fake, come quando mentre ero in vacanza trovai sul parabrezza dell’automobile un biglietto scritto a macchina e firmato “i vigili” che diceva che avevo lasciato l’auto in divieto e che avrei potuto pagare la multa all’addetto in giubbotto giallo che avrei trovato nei pressi…
Sbollito il risentimento, mi è venuto in mente che assieme al mio account era stato cancellato un pezzo della mia vita sociale e affettiva potenziale. Ci è voluto un poco ad accorgermene e mi chiedo se dipenda dal fatto che nel tempo avevo ridotto la mia presenza su facebook oppure dal fatto che desidero negare il dispiacere di essere stato escluso e cancellato.
I motivi che mi avevano allontanato da facebook erano molti: l’idea che l’azienda fosse una scatola che fa profitti sulla comunicazione prodotta dagli utenti, lo scarso controllo sulla porzione di rete realmente raggiungibile (il concetto di bolla,cioè del meccanismo secondo il quale si è messi in contatto solo con i propri simili), la difficoltà a usare il social come un terreno in cui la comunicazioni si possa sviluppare oltreché esercitarsi.
Recentemente mi ero trovato in una difficoltà particolarmente sgradevole: i post di alcuni amici stimati e verso i quali provo affetto avevano cominciato a apparirmi insopportabili, mi sembrava soffrire di un presenzialismo esasperato e superficiale. Non so se una proposizione come questa sia proponibile dal momento che si tratta di una reazione totalmente soggettiva; ma il disagio è stato reale andando al di là del giudizio o dell’approvazione. A ognuno le sue opinioni e la stima e l’affetto non sono obblighi che si possano imporre; ma quando ci si sente male o a disagio… Però ho il dubbio che la responsabilità possa essere anche nel meccanismo del social, sia per quanto riguarda la mia reattività (“non è che scambio le persone per quello che scrivono?”) sia perchè il social spinge a essere presenzialisti e a stupire, a essere originali e persino a usare opinioni e espressioni come corpi contundenti in una costante battaglia virtuale che gli spiriti semplici possono immaginare sia intellettuale.
Invece, come accennavo, tempo fa per qualche mese mi ero impegnato a sostenere su facebook una iniziativa per il Rojava. L’obiettivo era di far conoscere e di mobilitare consenso attorno alla realizzazione di un progetto a sostegno della lotta delle donne curde. Il successo di un post si misura con la sua diffusione, dal numero di visualizzazioni, di like, di condivisioni ecc. ma in che misura questo “successo” è compatibile con il senso del messaggio è un’altra storia. Nel nostro caso non solo trovammo grandi difficoltà a superare il livello della comunicazione fai da te, ma arrivammo a imporci delle autocensure: ad esempio cominciammo a evitare il più possibile l’uso di fotografie di belle ragazze in divisa con il fucile di precisione sulla spalla per far sì che il post non piacesse alle persone sbagliate. Se ciò fosse avvenuto era estremamente difficile riparare il danno. Si poteva rispondere al commento, certo, o addirittura cancelalrlo però la fritatta era fatta, il sentimento sbagliato e la sua comunicazione erano stati attivati.
Dunque la possibilità di fare comunicazione si scontrava con una inadeguatezza di competenze (e di strumenti; questi ultimi sono venduti a caro prezzo dall’azienda)e forse di riflessione, ma anche con qualcosa di più profondo: non si pretende la nascita di un Majakovski e nemmeno l’onda creativa di una rivoluzione; però non si può nemmeno rinunciare all’idea che le modalità di espressione siano strettamente connesse non solo a un contenuto ma anche a un percorso di crescita direttamente o indirettamente collettivo, a un concetto di comunicazione alta.. Ma questo si presenta solo in relazione all’esercizio del conflitto e della lotta o perlomeno della rottura e della critica.
In facebook non si può immaginare di collocare un tazebao all’ingresso della mensa o della fabbrica: in facebook il divieto di affissione è nelle cose. Ricordo ancora i presidi –e purtroppo non solo loro- che insistevano perché venissero usate le bacheche, quegli spazi stavano lì apposta… controllate, plurali e insignificanti ancor prima che ininfluenti.
Non posso escludere che da qualche parte su facebook si possa esperire direttamente il flusso del conflitto, fosse solo in forma di traccia, di eco. So che i giovani preferiscono altri social, che peraltro mi risulta impossibile seguire per limiti di linguaggio e di situazione esistenziale. In facebook a me è capitato di trovare molta adesione al maistream, molta comunicazione emozionale, sentimentale e identitaria. Al più informazione e molto raramente informazione critica. Non che l’informazione sia cosa di poco conto. Quella critica, poi, è preziosa: già mi manca la possibilità di leggere commenti e notizie che su facebook vengono fornite con impegno e generosità da persone e collettivi che riescono a mantenere una presenza ricca, o perlomeno sobria: nonostante tutto riescono a “fare politica” certamente in ambiti ristretti ma rispettabilmente.
Nonostante facebook pieghi il loro soddisfacimento in modi talora perversi, sono convinto che questo social dia spazio a molte necessità, susciti bisogni e questo è un terreno comunque vitale. Il fatto che da mesi avessi ridotto le mie visite non ha escluso che ogni tanto mi fosse necessaria la possibilità di visitare qualche conoscenza o di aggiungere un post alla mia pagina. La decisione di facebook di espellermi ha colpito dunque sia la mia presenza che la mia –limitata- libertà.
Sto pensando di aprire un nuovo account, passando per l’utilizzo un numero di telefono diverso dal momento che altrimenti il sistema mi identifica immediatamente come il me stesso che è stato cacciato. Se lo farò, sarò comunque un utente, una identità, una persona diversa che potrà solo iniziare un percorso nuovo nel social. Potrà essere un nuovo inizio, ma è anche una perdita imposta. L’ironia di tornare a vivere nel metaverso di facebook attraverso una nuova sim mi colpisce; il trovarmi ancora a affidare una parte della mia vita reale all’azienda di Mark Zuckerberg mi inquieta.
Dunque, non potendo -per ora- utilizzare un post, consentitemi di inviare da qui i miei auguri di buon Natale e buon anno nuovo (anche) alle amiche e agli amici di facebook.
Giancarlo Scotoni
