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Treni e ciliegie

di B. Laronga,
G. Scotoni

Questo breve articolo richiede una sorta di spiegazione introduttiva. Nasce da un incontro tra diverse tensioni: quella  a conoscere meglio fatti importanti ma offuscati dalla nebbia di ricordi imprecisi e vicini al mito, quella a confrontare quei fatti con altre e differenti esperienze, e la tensione a combinare le diverse storie in una dimensione di continuità. Si tratta -se ci è concesso- di quel “tutto si tiene” di cui oggi si sente spesso dire, crediamo per la necessità di recuperare il senso delle cose, “sconfitta” o “vittoria” a parte. Infatti, degli autori di questo piccolo contributo alla memoria e alla immaginazione uno è nato a San Severo e può dichiararsi in un certo modo figlio degli avvenimenti che descriviamo succintamente e l’altro viene da una terra che fu lambita da una lontana rivolta dei contadini nel 1524: tanto lontano nel tempo da essere ormai fuori dalla portata del ricordo. Ma se la la Rivolta dei Contadini contro il Conte-Vescovo di Trento resta quasi sprofondata nella storia comune, quella per la terra del Mezzogiorno italiano era ancora vivissima negli anni ’60 e ’70 del secolo passato.

Vivissima ma comunque lontana. E così se Bruno racconta la sua storia e l’immaginario che gli suscita, io faccio uno sforzo per buttar giù il primo, generico quadro necessario all’estraneo per affacciarsi sui fatti.

Fu dal 1944 (cioè quando l’Italia del Nord ancora sotto la morsa nazifascista) che il Meridione venne attraversato da mobilitazioni contadine e bracciantili che avevano come obiettivo la ridistribuzione delle terre e che furono destinate a cambiare il volto del Sud.

Secondo l’economista meridionalista Manlio Rossi-Doria, all’epoca oltre la metà della superficie coltivata nell’Italia meridionale era riconducibile al sistema del latifondo estensivo e alle sue forme contrattuali semifeudali. Per la guerra fascista erano stati mobilitati più del 90 per cento dei giovani dai 18 ai 24 anni e più della metà degli adulti dai 25 ai 35 anni sottraendo così alle famiglie rurali povere la forza lavoro indispensabile alla sussistenza. Inoltre, ad aggravare la crisi, i grandi proprietari terrieri stavano trovando più redditizio destinare all’allevamento molti dei campi in precedenza destinati alla coltivazione del grano; così riducendo l’impiego del lavoro agricolo e aggravando la situazione di coloni, fittavoli e braccianti. E’ per questi motivi che in questo caso sarebbe preferibile usare il termine di terre mal coltivate piuttosto che quello di terre incolte: agli occhi di braccianti e contadini poveri la richiesta di terra appariva naturalmente giusta da un punto di vista economico oltre che sociale.

Il movimento trovò sponda istituzionale e trasse respiro dall’opera di Fausto Gullo1, comunista calabrese, che fu inaspettatamente nominato ministro per l’agricoltura negli ultimi governi del Regno e che si conquistò l’appellativo di Ministro dei Contadini. Nel 1944 i decreti Gullo, oltre a istituire i granai del popolo e i Comitati Comunali dell’Agricoltura  per far fronte alla drammatica emergenza alimentare resero possibile l’assegnazione delle terre incolte o mal coltivate a cooperative di lavoratori. Si trattò di misure importanti che costituirono la base di una durissima contesa, di una accesa lotta di classe, tra gli strati poveri della popolazione di un Sud poco industrializzato e il blocco sociale degli agrari, forte, agguerrito, che aveva sostenuto il fascismo in modo sostanziale e che ora era disposto a usare ogni mezzo per difendere antichi privilegi basati sulle arretratezze economiche, sociali e civili.

Una lotta segnata da decine di uccisi dalle forze dell’ordine o dalla mafia, migliaia di arrestati, denunciati, condannati2… una enorme pressione sociale e politica che costrinsero il governo De Gasperi a varare nel 1950 le leggi di riforma fondiaria. Non si trattò peraltro di una riforma generale, ma di interventi mirati a partire dalla legge Sila (Calabria) per proseguire con la Legge Stralcio (per Maremma, Fucino, Delta Padano, Puglia e Campania). Certamente tra gli intenti della Democrazia Cristiana c’era il mettere un freno alle agitazioni sociali e il ridurre l’influenza del PCI e del PSI e si cercò di farlo costruendo una prospettiva di superamento senza emancipazione ovvero basandosi sulla piccola proprietà.

Comunque il 1950 non vide la fine della stagione di lotta che proseguì intensa tanto che il suo termine lo si situa nel 1955, che è l’anno dell’assassinio di Salvatore Carnevale in Sicilia ma anche del consolidamento della riforma.

Attraverso espropri guidati ed enti speciali, lo Stato suddivise i latifondi in piccoli poderi distribuiti agli agricoltori: furono distribuiti circa 760.000 ettari a 113.000 famiglie contadine che ricevevano la terra sotto forma di poderi o quote, potendo riscattarla definitivamente e diventarne proprietari dopo il pagamento di rate annuali per un periodo di 30 anni. Con questa che possiamo giudicare una mediazione prudente e conservatrice fu disperso nell’interesse privato del piccolo coltivatore il patrimonio di cooperazione e di socializzazione che si era costruito nelle lotte e che forse avrebbbe potuto aprire altre, diverse, possibilità di sviluppo. E così, se queste leggi portarono al tramonto il feudalesimo agrario del Centro e del Sud non intaccarono i nodi sociali e civili della questione, né risolsero le problematiche di produttività e di credito legate a una eccessiva frammentazione della proprietà. Insomma, di lì a pochi anni molti dei protagonisti di quelle lotte si trovarono a dover ingrossare le file dei milioni di meridionali spinti alla emigrazione verso il Nord.

A chi volesse immergersi nel clima delle lotte di quegli anni proponiamo un articolo del 1951 sulle occupazioni delle terre d’Arneo a firma di Vittorio Bodini3. E’ la cronaca del viaggio di un letterato, di un cittadino-cronista, in un mondo contadino in lotta che si presenta assieme prossimo e distantissimo. Questa distanza che il letterato Bodini non mette in discussione e fa propria, la confessa però anche lucidamente e questo può aiutare chi legge quella cronaca a misurare le distanze di un breve, semplice viaggio di pochi chilometri. Un percorso di poche ore che porta lo scrittore accanto al mondo contadino, dentro i campi in rivolta, ma il cui racconto restituisce l’impressione di un non avvicinamento, di una estraneità che non si lascia approcciare.

Dopo avervi dato il tempo di leggere, proseguiamo: le terre d’Arneo stanno in Salento, e dunque per arrivare a San Severo dobbiamo spostarci a nord e a ovest, in provincia di Foggia. E se là eravamo agli inizi del cinquantuno, ora ci è necessario risalire a qualche mese prima per arrivare al marzo 1950.

Dunque, seguendo la storia che mi propone il mio amico Bruno, dopo questo lungo giro per mezza Italia, dovremmo arrivare finalmente in vista di San Severo. E Invece occorre spostarci ancora in provincia di Chieti, dove il 20 marzo le forze dell’ordine del Ministro dell’Interno Mario Scelba avevano sparato su una manifestazione di operai e di braccianti in quello che venne chiamato l’eccidio di Lentella4 la repressione militare è durissima, con decine di feriti.

Molti gli arrestati, i denunciati, i detenuti tra cui numerose donne. Ci sarà anche qualche latitante. Dopo due anni fu celebrato il processo per “insurrezione armata contro i poteri dello Stato”. Il collegio di difesa guidato da Lelio Basso ottenne l’assoluzione per il capo di imputazione tanto grave da prevedere l’ergastolo.5

Rimandiamo a un altra occasione un resoconto completo di quei fatti, limitandoci a invitarvi a navigare nel web per trovare le fotografie delle barricate fatte dei carri di legno a due grandi ruote tipici delle campagne, le istantanee tra cui quella di un gruppo di donne sanseveresi tradotte in carcere, le riproduzioni di articoli di giornale… In particolare vi segnaliamo la testimonianza di un nipote che ripropone i ricordi del nonno, avvocato socialista e tra gli imputati di spicco6. Ci sono poi una videostoria((I figli della rivolta.)) e una canzone composta dalle donne in carcere a Lucera a cui ci sentiamo particolarmente legati. Infatti fu scritta alternandosi ad aggiungere un rigo dopo l’altro, scrivendo con un pezzetto di gesso sul muro di un locale comune. In nota potete trovare il testo corretto, la traduzione e anche due registrazioni di questa canzone che nella sua modalità di creazione ricorda un “cadavere squisito” surrealista e che invece fu realizzato in galera7.

Quella canzone, fu uno tra i modi per continuare la lotta, per restare unite e sostenersi vicendevolmente. Proviamo ammirazione e senso di fraternità per quella forza d’animo; ma essa non avrà certo evitato l’angoscia e il dolore per i figli e le figlie lasciate sole. Alle necessità di questi orfani di legge (e quale legge!) rispose la mobilitazione solidale di tante famiglie del Nord e del Centro Italia che accolsero circa 70 bambini di San Severo per il periodo necessario, ripetendo quello che era stato fatto nell’immediato dopoguerra per i bambini delle grandi città bombardate e prive di cibo.

Infatti c’era già stata l’esperienza di accogliere nelle famiglie i bambini di Milano, di Cassino, di Napoli… per sottrarli alle macerie fisiche e morali delle loro città distrutte. I treni che portarono fuori dai centri in rovina circa 70.000 bambine e bambini, furono chiamati “della felicità”. Speriamo che tutte e tutti troveremo questo termine ferrigno: quale felicità ci può essere nel dover essere adottati, sebbene provvisoriamente? E così anche il definire i bambini di San Severo “figli della rivolta” ci appare scorretto, inaccettabile con una sua sotterranea mancanza di rispetto.

Ma queste scorrettezze di linguaggio non nascono certo dallo slancio con cui quei bimbi furono accolti, e dunque grazie, e grazie, e grazie ancora alla solidarietà! Fosse anche una solidarietà condizionata dall’ideologia. Grazie all’UDI che quasi tutto fece, grazie al PSI e al PCI che molto si impegnarono e grazie ai senza partito, e alle persone comuni. (E muoia quel pizzico di senso di superiorità che certo si affacciò in tante e tanti di fronte alla profonda miseria e alla profonda diversità di cultura e di costumi di quei bimbi meridionali.)

Ci guardiamo bene dunque dall’esaltazione retorica: non c’è solidarietà umana che possa invertire il segno di una sofferenza, di una ingiustizia subita; ma anche dentro la solidarietà trova eco e terreno di sviluppo il dipanarsi costante di rifiuto, di rivolta, di bisogno di una condizione umana più giusta, più libera, più solidale.

E, per soffermarci sul dipanarsi, occorre dire che se molti dei protagosisti delle lotte contadine degli anni quaranta e cinquanta erano passati per l’esperienza della mobilitazione e della guerra, molti avevano anche partecipato alla Resistenza: tanto che è possibile stimare che tra i partigiani circa il dieci per cento venisse dal Meridione. E dunque una “figlia della rivolta” che nel 1950 fosse stata sulla soglia della scuola primaria avremmo potuto ritrovarla pochi anni dopo emigrata con la famiglia a Sesto San Giovanni a nutrire il miracolo economico e la stagione delle lotte degli anni sessanta e settanta.

Dunque un intreccio di esistenze, di storie concrete e un orizzonte ideale di una umanità che andava avanti, che cresceva, progrediva, forzando i limiti della storia. Un progresso intrecciato a quello dominante, al progresso capitalistico che nel secondo dopoguerra possedeva ancora delle connotazioni positive rispetto a quelle che può vantare oggi. Ma comunque un progresso rispetto a cui sarebbe stato necessario già allora possedere forza critica; soprattutto attraverso la capacità di riconoscere e articolare differenziazioni e confrontarsi meglio con la concreta dialettica della storia8. 

E torniamo a San Severo e torniamo alla Puglia e, finalmente, alle ciliegie.

In Puglia esiste una varietà di ciliegie succose, dolci e persino croccanti che si dicono di sapore inarrivabile. Si chiamano “ciliege ferrovia” e esistono leggende a proposito di questo nome (ma su wikipedia si può trovare invece la ricostruzione della storia prosaica del nome di questa varietà di frutta). Si fantastica di casellanti, forse di casellanti innamorati… Ma Bruno me ne ha proposta una originale e molto bella: lui dice che forse furono i figli della rivolta o i loro parenti in visita che, lasciando San Severo e mangiando ciliegie per consolarsi, sputando i noccioli fuori dal finestrino diffusero gli alberi lungo il percorso, a fianco dei binari.

Crediamo che questa versione della leggenda possa piacere, regalare uno spazio di immaginazione in cui stiano assieme, come nella vita reale, tristezza, speranza, aspettativa, un polveroso scompartimento ferroviario e il sapore fresco della frutta matura. Da qui, dal riavvolgere i fili e dal connettere i nessi sono nate le righe che ora vi inviamo.

Bruno Laronga,  Giancarlo Scotoni

  1. https://sbilanciamoci.info/il-ministro-dei-contadini/.[↩]
  2. https://www.istitutogramscisiciliano.it/fondo-li-causi/lotte-contadine-riforma-agraria-e-repressione-agrario-mafiosa/.[↩]
  3. https://www.cicloamici.it/arneo.htm[↩]
  4. https://www.eccidiodilentella.it/.)).

    La CGIL proclamò immediatamente uno sciopero generale nazionale di 48 ore per protestare contro l’eccidio. Le proteste di solidarietà scoppiate nei giorni successivi portarono a durissimi scontri con le forze dell’ordine a Roma, a Parma e, appunto, a San Severo.

    Ed eccoci al 23 marzo 1950 quando nella città pugliese i manifestanti rispondono alle pesantissime provocazioni della polizia con una insurrezione popolare. I braccianti si scontrano duramente con le forze dell’ordine, innalzano barricate. Per sedare la rivolta, il ministro dell’Interno Mario Scelba invia l’esercito e vengono impiegati carri armati e autoblinde per svuotare le strade. Negli scontri trova la morte il bracciante Michele Di Donato,((Troviamo notizia anche di un secondo ucciso, ma le nostre fonti non sono univoche.[↩]

  5. https://www.brocardi.it/codice-penale/libro-secondo/titolo-i/capo-ii/art284.html[↩]
  6. https://www.letteremeridiane.org/2022/03/san-severo-23-marzo-1950-per-non-dimenticare-di-antonio-testini/.[↩]
  7. https://www.antiwarsongs.org/canzone.php?id=5995&lang=it#lyrics_song e anche https://www.lagazzettadisansevero.it/san-severo-rivolta-del-23-marzo-1950-quando-una-canzone-fa-la-storia/.[↩]
  8. Il condizionale vuole sottolineare il carattere storico di limiti che si sono mostrati insuperabili ma che non per questo vanno negati.[↩]
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