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Storie di lotta, emancipazione e liberazione

di Alessandro
Scassellati

Marco Omizzolo ha scritto un libro solido e importante, Per motivi di giustizia (People, Busto Arsizio, 2022), un’etnografia della lotta contro lo sfruttamento nell’Italia di oggi e, più precisamente, nell’Agro Pontino, uno dei principali distretti dell’agricoltura industriale italiana che produce ortofrutta e cereali consumati in Italia e all’estero. Qui, decine di migliaia di braccianti italiani e immigrati – prevalentemente indiani sikh provenienti dal Punjab vittime di tratta da parte dei “capi” e caporali della stessa comunità sikh, ma anche bangladesi, pakistani, romeni, moldavi, africani – lavorano nei campi e nelle serre in una condizione di semi-schiavitù, privi di diritti e di cittadinanza, vittime di continui incidenti sul lavoro, violenze, umiliazioni, varie forme di ricatti e truffe (sui salari pagati e gli indennizzi per gli infortuni) “da parte di un’alleanza criminale di natura padronale che comprende avvocati, commercialisti, notai, consulenti e ovviamente padroni, caporali e collaboratori vari” (p. 443) che è perfettamente inserita nel processo di accumulazione del capitalismo italiano e globale.

Di questo cupo e tragico capitalismo agrario, secondo Omizzolo, non è unicamente e direttamente responsabile la grande distribuzione organizzata (GDO) con le sue strategie di ribasso dei prezzi. La GDO, insieme a logistica e grandi mercati ortofrutticoli, espressioni di un sistema agroindustriale globale, incidono grandemente sulla catena del valore mediante la loro potenza economica, politica e lobbistica. Senza dubbio per liberare il lavoro agricolo dalle agromafie occorre riformare la GDO e i meccanismi di un capitalismo agrario globale, ma bisogna anche riconoscere che dentro questa dinamica del profitto e del dominio padronale, che sfrutta brutalmente lavoratrici e lavoratori con pratiche razziste e discriminatorie, fianco a fianco persiste un sistema d’impresa sano, gestito secondo approcci familiar-aziendalistici, che sa stare nel mercato, lo governa, influenza i prezzi, rispetta il diritto e i diritti (del lavoro e dell’ambiente). “Sono aziende agricole amministrate con lungimiranza e sensibilità, ispirate da un’etica del lavoro che comprende i lavoratori e riconosce la vigenza dei relativi contratti e l’importanza dell’ambiente. Sono imprese ed imprenditori che evitano la vendita e somministrazione delle sostanze dopanti dentro le loro serre ai lavoratori, affinché questi riescano a superare le fatiche e lo stress legati allo sfruttamento e alla dipendenza da un sistema di potere che li rende subordinati per sempre” (p. 507).

È attraverso le storie di vita di lavoratori e lavoratrici – Balbir, Joty, Harbhajan, Paola, Gill, Joban, Ash, Akhila, Malhi, Amrinder, Gurjant, Surjeet, Benedetto e tanti altri “dannati della terra” – che Omizzolo ricostruisce le dimensioni del potere della “alleanza criminale di natura padronale” che negli ultimi decenni ha costruito una “macchina del consenso e del profitto” (p. 13). Strumentalizzando e accentuando la vulnerabilità, la ricattabilità e povertà di questi lavoratori (binomio contratto di lavoro-permesso di soggiorno, gestione di orari, giornate e condizioni di lavoro, pagamento dei salari, abusi e prestazioni sessuali, ghettizzazione, isolamento, emarginazione culturale), grazie ad “un regime migratorio restrittivo e selettivo, che definirei concentrazionario” (p. 19), comunque di inclusione subordinata, il datore di lavoro è divenuto padrone, grazie anche ai suoi complici, ha campo libero di sfruttarli in modo disumano (“le regole le fa il padrone e lui decide se e come farle rispettare”). Senza il rischio di incorrere in vertenze, denunce, conflitti, rivendicazioni ed emancipazioni.

Attraverso i molteplici sistemi di sopraffazione e violenza descritti minuziosamente dai lavoratori e dalle analisi di Omizzolo, il sistema padronale genera lavoratori e lavoratrici dipendenti da esso in modo assoluto e ridotti al silenzio. “La passività e neutralità è uno degli obiettivi fondamentali del padronato contemporaneo, insieme all’invisibilizzazione dello sfruttamento e all’emarginazione felice di coloro che sono destinati, per volontà politica, economica, sociale, a vivere nelle periferie sociali per sempre” (p. 17).

Un progetto antropologico e politico di dominio sistemico assoluto, di “totalitarismo padronale” che mira a schiacciare la dignità dei lavoratori sfruttati e ad espropriarli dei loro tratti identitari, storici, linguistici, culturali per imporre i propri e quindi i propri interessi e il proprio punto di vista sul mondo. “Vivere al minimo col minimo garantendo ad altri, ai padroni, il massimo. Così la società contemporanea si veste di schiavitù” (p. 60).

Ma, è anche un progetto che Omizzolo ritiene sia antropologicamente irrealizzabile e quindi destinato a fallire. “Nessun uomo, per quanto padrone, dominatore, referente di un totalitarismo padronale, può ridurre altri uomini o donne, per sempre, a oggetti. L’oggettificazione dell’uomo riflette una miopia che è destinata a fallire” (p. 17). La libertà umana può essere temporaneamente compressa e ridefinita ma non cancellata, umiliata ma non dimenticata, per cui il dispotismo padronale può essere sconfitto.

Infatti, le storie di vita dei lavoratori e lavoratrici che Omizzolo narra sono storie di persone che si ribellano alla condizione di lavoro schiavistico e al dominio di questa “alleanza criminale di natura padronale”. Sono storie di donne e uomini che rappresentano un’Italia che non si arrende, che ha deciso di ribellarsi, organizzarsi, non tacere e lottare per la loro emancipazione e recuperare la loro dimensione umana, nonostante il razzismo, il lavoro forzato, la schiavitù, le mafie (soprattutto camorra e ‘ndrangheta, alle quali le aziende sono costrette a pagare il pizzo) e una profonda e strumentale indifferenza (ma anche una vera e propria connivenza da parte di forze politiche di destra come Fratelli d’Italia) che favorisce e rafforza la riproduzione di questo sistema.

C’è la storia di Balbir Singh che ha lavorato per sei anni in un’azienda agricola alle dipendenze di un padrone italiano che lo considerava un animale senza diritti. Balbir si è ribellato, lo ha denunciato e si è costituito parte civile nel relativo processo. C’è la storia di Joy che rompe il ricatto padronale e la sua subordinazione, svincolandosi e andandosene dal padrone. C’è Harbhajan Ghuman che ha scelto di essere un uomo libero per un mondo libero, ribellandosi anche contro tutti i “capi” della comunità indiana del pontino. C’è la storia di Gill Singh che per aver chiesto la mascherina per lavorare in azienda e gli arretrati lavorati e non pagati è stato picchiato, investito con l’auto, bastonato e gettato in un fosso dal padrone e suo figlio. Gill ha avuto il coraggio di denunciare entrambi facendo emergere una gestione del lavoro dei braccianti attuata con sistematico sfruttamento economico, con condizioni di lavoro difformi alla vigente normativa in materia di sicurezza e sanitaria. C’è la storia di Joban Sing che si suicida perché il padrone cerca di estorcergli 10 mila euro per farlo accedere alla sanatoria per la regolarizzazione (art. 103 Dlgs. 34/2020). C’è la storia di Ash e di suo fratello, figli di due braccianti indiani, che lottano per essere se stess* all’interno della comunità LGBTQ+ e della società  italiana. Ci sono le storie di Akhila, delle sue compagne di lavoro e di Irina che si battono contro ogni discriminazione, violenza (abusi sessuali) e sfruttamento delle donne. C’è la storia di Malhi che ha denunciato un caporale indiano, accusandolo di tratta internazionale a scopo di sfruttamento lavorativo, e che è riuscito a tirarsi fuori dall’inferno del mercato del lavoro locale, prendendo in gestione un piccolo terreno agricolo e aprendo un negozio di frutta e verdura. C’è la storia di Amrinder, vittima di un incidente sul lavoro (caduto da una serra mentre stava cambiando la copertura in nylon) e gettato in un campo di patate al solo scopo di nascondere la dinamica dell’incidente e qualunque responsabilità per il mancato rispetto delle norme sulla sicurezza sul lavoro. Amrinder viene salvato dall’intervento di Gurpreet, un bracciante come lui che non ha voluto essere complice della messa in scena architettata dai caporali e li ha costretti a chiamare polizia ed ambulanza, dando avvio ad una inchiesta della magistratura. Ci sono le storie di Gurjant Singh che muore cadendo da una serra e di Surjeet che viene picchiato dal suo padrone per aver piantato male i semi delle zucchine e aver osato chiedere il pagamento del suo lavoro (ma della scena è stato diffuso un video e la magistratura è stata costretta ad intervenire). Infine, c’è la storia di Benedetto, un bracciante di origine calabrese, che denuncia l’uso di fitofarmaci e altri prodotti di sintesi tossici illegali, il pagamento del pizzo da parte di molte imprese agricole e il traffico di sostanze dopanti assunte dai braccianti indiani per lavorare.

Le storie di questi lavoratori e lavoratrici che si battono contro l’arroganza e la violenza di un capitalismo padronale predatorio che uccide, riduce in schiavitù, umilia e trasforma un uomo in padrone e un altro invece in uno schiavo da sacrificare, per Omizzolo sono in continuità con quelle dei braccianti italiani delle generazioni precedenti – come Zi’ Vincenzo O’ Vaccaro, di Michele e Tonino Mancino -, “cafoni divenuti ribelli, rivoluzionari e partigiani per la democrazia, la libertà e la giustizia, contro i padroni, padrini, razzismo, indifferenza e ogni forma di collusione con la retorica dell’immutabilità” (p. 23).

Soprattutto, nel libro c’è tutta la storia umana, intellettuale e politica di Marco Omizzolo, un sociologo militante, ma anche docente a contratto di Sociopolitologia delle migrazioni all’Università La Sapienza, ricercatore dell’Eurispes e presidente della ONG Tempi Moderni. Discendente di coloni veneti che hanno contribuito a costruire la città di Sabaudia durante il Fascismo, Omizzolo è cresciuto nei movimenti antimafia e ha condotto battaglie molto impegnative con Legambiente contro l’abusivismo edilizio, riciclo illegale dei rifiuti, rapporto mafie e politica. Ha iniziato il suo percorso di ricerca-azione sullo sfruttamento dei braccianti italiani e migranti in agricoltura nell’Agro Pontino lavorando come bracciante infiltrato in diverse aziende agricole, reclutato da caporali indiani. Per un anno e mezzo ha condotto un’etnografia con l’approccio dell’osservazione partecipante nella comunità indiana pontina, tra il tempio di Sabaudia, il residence Bella Farnia Mare e Borgo Hermada. Ha continuato le sue ricerche in India seguendo un trafficante di esseri umani per indagare il sistema di tratta internazionale. È stato animatore e promotore a Latina il 18 aprile 2016 dello sciopero di oltre quattro mila braccianti indiani contro caporali e padroni, e dell’occupazione di varie aziende agricole locali. Lo sciopero è stato replicato il 21 ottobre 2019 e poi ancora il 22 settembre 2020 (questa volta con una bruciante sconfitta per Omizzolo e una vittoria dei sedicenti “capi” indiani che vengono cooptati dai sindacati e fanno alleanze con i padroni italiani e i politici della destra sulla pelle dei braccianti loro connazionali). Nel 2019 è stato nominato, dal Presidente Mattarella, Cavaliere della Repubblica per meriti di ricerca e di impegno contro il caporalato e lo sfruttamento. È stato più volte candidato al premio internazionale Unesco per le personalità che hanno lottato per i diritti umani e per la pace. Da anni vive sotto protezione per le numerose minacce di morte subite.

Da oltre 20 anni Omizzolo ha dedicato tutto sé stesso a mettere in pratica una “pedagogia degli oppressi” (un approccio ideato da Paulo Freire) per costruire, attraverso l’attività di “con-ricerca” (qui il riferimento esplicito è all’esperienza dei Quaderni Rossi, ma anche di Danilo Dolci) realizzata insieme a lavoratori e lavoratrici schiavizzati/e dell’Agro Pontino, una pedagogia dell’inclusione e un’antropologia della liberazione ed autonomia costruite su relazioni orizzontali, fiducia empatica e percorsi di presa di coscienza di sé, riscatto ed emancipazione.

Vedere, incontrare e discutere con gli sfruttati è il passo che noi visibili dobbiamo compiere per rompere le barriere dell’ingiustizia e dell’ineguaglianza. Per incontrarli è sufficiente partire da ciò che accade nel nostro quotidiano, ad appena un metro oltre il perimetro del nostro vivere standardizzato e omologato. A me è capitato. O meglio questo è quello che ho voluto fare. E infatti quelle donne e quegli uomini li ho incontrati ‘dentro casa mia’ e con loro ho provato e provo a riscrivere la loro e la nostra storia” (pp. 26-27).

Utilizzando empatia, una sociologia votata metodologicamente all’ascolto accogliente, all’incontro e infine alla ribellione, Omizzolo si è “a loro intimamente connesso”. Si è messo al loro fianco, con loro e non solo per loro e questo è ciò “che rende la mia vita degna di essere, per me, vissuta”. Ha lavorato per sviluppare un’intima relazione fiduciaria “con chi non ha che la propria dignità da giocarsi per trasformarla in libertà” e attivarsi per “costruire la matrice di una ribellione possibile”. “Con chi vive l’emarginazione, lo schiavismo, la subordinazione quotidiana, si deve riuscire a con-dividere quella condizione, prenderne per sé una parte, ingoiarla e farla esplodere in rabbia, desiderio di cambiamento, organizzazione, indignazione, lotta collettiva, mobilitazione, per capovolgere l’ingiustizia in giustizia. Senza la lotta per conquistare quotidianamente uno spazio fecondo di libertà, la democrazia si trasforma in una serie di procedure, prassi e approcci che, per quanto importanti, finiscono col convivere con varie forme di sfruttamento, umiliazione e violenza” (pp. 27-28). 

Questo ha voluto dire anni di interviste, incontri, assemblee, corsi notturni con i lavoratori realizzati nei posti da loro vissuti quotidianamente (residence, appartamenti, templi, strade). Azioni propedeutiche alla “metabolizzazione ed elaborazione collettiva del desiderio di giustizia, verità, libertà e la prospettiva immediatamente disvelata, per la prima volta, della possibilità di raggiungere in modo totale o parziale, quell’orizzonte nuovo che sapeva di democrazia” (p. 31). Un percorso irto di difficoltà, caratterizzato da avanzamenti ed esaltanti successi, ma anche da arretramenti e cocenti sconfitte.

In ogni caso, Omizzolo è convinto che dobbiamo scegliere da che parte stare e stare dalla parte degli usati, degli scartati e della “nuda vita” è forse l’unica possibilità che abbiamo per difendere la nostra democrazia, umanità e libertà. Un tema che oggi investe direttamente la sinistra politica e le istituzioni ad essa vicine, come il sindacato, che in larga parte hanno smesso di ascoltare, studiare, accompagnare i lavoratori e le lavoratrici sfruttati/e nella lotta per i diritti e l’emancipazione. A questo proposito, Omizzolo osserva che sognare, comprendere, lottare e agire insieme (essere con, ossia accanto a) ancora oggi è la critica e l’azione più penetrante e mobilitante la democrazia dentro un sistema che è ancora fondato sullo sfruttamento, il razzismo di classe e il nazionalismo, la subordinazione e il silenziamento del dissenso.

Un monito importante per chi ancora si dichiara e vuol essere di sinistra. “Ogni tanto mi viene chiesto dove sia la sinistra. Ecco, io credo che la sinistra non vada cercata ma fatta. La sinistra, contrariamente alla destra, non si cerca e non si trova in qualche luogo. La sinistra si fa quotidianamente, in ogni luogo possibile, prendendo la parola, incontrando i migranti, donne e uomini, disoccupati, lavoratori, e dialogando con loro, analizzando e denunciando le loro condizioni materiali di lavoro e di vita, scrivendo, firmando e presentando esposti, organizzando cooperative e associazioni che si impegnino con un fare critico e creativo, coraggioso e ambizioso. La sinistra non è il sol dell’avvenire ma si fa nell’oscurità di questa società per diventare percorso, sempre faticoso, a volte pericoloso. Non esiste cambiamento senza una presa di posizione ambiziosa, autentica e pubblica, argomentata e collettiva, capace di coniugare libertà, giustizia e uguaglianza in una dimensione mondiale. Non esiste una sinistra se non vive e non fa vivere quei valori cambiando i rapporti di forza tra l’uomo e l’ambiente, tra i padroni e gli schiavi, tra lo Stato, i cittadini e il mondo. La sinistra è fatica quotidiana e critica qualificata al capitalismo. È di sinistra chi suda e non chi parla al microfono avendo però cura sempre di non rompere troppo l’equilibrio.” (Nota 26, Capitolo 2, pagina 44)

In sostanza, da questo libro, pieno di riferimenti letterari e musicali, oltre che metodologici e teorici, c’è molto da imparare per chi non vuole accontentarsi di contemplare il mondo, ma lo vuole cambiare con il proprio impegno e la partecipazione propria e degli sfruttati e poveri di diritti.

 

Alessandro Scassellati

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Calenda-Letta o della vacua alleanza
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