articoli

Togliatti e la rivoluzione spagnola

di Luciano
Beolchi
  1. La rivoluzione antifascista del fronte popolare

Come tutte le vicende segnate da grandi sofferenze e intensa passione politica anche la rivoluzione spagnola si alimenta di pregiudizi e di semplificazioni che ne ostacolano la comprensione.

Uno dei meriti di Togliatti è che la rivoluzione democratico borghese, che alcuni leggevano come priorità da sostenere di fronte alle necessità della guerra e altri – il POUM – come ostacolo primo di una rivoluzione proletaria possibile, andava anzitutto letta nella sua realtà specifica.

Lo fece in un articolo pubblicato nell’ottobre 1936 Particularidades de la revolución española che Agosti ha analizzato in un libro del 2003,[1] Togliatti, un uomo di frontiera.

Il suo è un re-discoprimento della democrazia – e sia pure della democrazia borghese – non secondo la forma ideologicamente astratta che Kautsky contrapponeva alla dittatura del proletariato, ma una repubblica democratico borghese quale concretamente si proponeva nella situazione spagnola.

Se si deve a Togliatti il chiarimento di questa innovazione politica, bisogna dire che questa non rispondeva a una riflessione univocamente personale, ma emergeva all’intenso dibattito dell’Internazionale Comunista, dove lo stesso Dimitrov aveva detto nella riunione del segretariato del 19 settembre che “la questione dello stato democratico borghese non può essere definita come in precedenza” e attribuì al popolo spagnolo e alla sua lotta l’obiettivo nuovo di “un’autentica democrazia proletaria”, “uno stato antifascista orientato a sinistra nel quale collaborava una parte della borghesia realmente di sinistra”.

Il merito dell’articolo di Togliatti è di avere approfondito quella intuizione dell’Internazionale Comunista. La democrazia diventava per il dirigente comunista non solo uno strumento da gestire correttamente e lealmente, ma un valore in sé; e la proposta di Fronte Popolare non era più solo una proposta sostanzialmente difensiva, ma una proposta positiva, sia pure con un’unica cautela che Togliatti non manca mai di ricordare, ossia che nella costruzione dello stato democratico popolare in Spagna, tutto quanto, compreso il ritmo di sviluppo sia sul piano economico che su quello istituzionale, andava subordinato alla guerra antifascista.

Queste considerazioni di Togliatti, dell’Internazionale Comunista, del PSUC e del PCE hanno delle implicazioni che vanno al di là del fatto contingente, anzitutto il fatto che la democrazia borghese e lo stato democratico borghese non è più quel fardello da cui liberarsi al più presto che le forze sociali antagoniste concorrono a destabilizzare. Piuttosto, per le forze progressive può rappresentare una conquista positiva che hanno tutto l’interesse a stabilizzare in modo da affrontare una successiva fase rivoluzionaria quando e se le condizioni generali la renderanno possibile. Stabilizzare una democrazia popolare di tipo diverso vuol dire anche rendere possibile un’alternanza di governo, nel caso di un arretramento delle forze popolari, senza che questa necessariamente ponga l’alternativa tra l’offensiva rivoluzionaria vittoriosa e il dispiegamento della reazione fascista. Questo sarà nel dopoguerra il contenuto della democrazia progressiva togliattiana che non gli riuscì di realizzare e che è, tra le altre cose, una democrazia istituzionale che non tollera un sistema repressivo antioperaio nelle fabbriche e fuori, quella democrazia amputata che conoscono bene tutte le democrazie borghesi tradizionali.

 

La situazione della Spagna del 1936 era molto più avanzata di quella dell’Italia di dieci anni dopo e molto più solido e vasto il Fronte Popolare antifascista, oltre al fatto – tutt’altro che secondario – che al governo c’era proprio il Fronte Popolare.

Questo cambiamento di interpretazione di una linea che restava costante è quanto spiega la crescita spettacolare nel giro di meno di un anno tanto del PCE che del PSUC e di quest’ultimo ancora di più che della casa madre; e non, come sostiene il Broué, l’opportunistica accettazione nelle proprie fila di una piccola borghesia opportunista che mirava a salvaguardare i propri interessi al riparo di un finto partito rivoluzionario. Questo si verifica in Catalogna ancor più che nel resto della Spagna.

Il PSUC, Partito Socialista Unificato di Catalogna, nacque proprio a cavallo della ribellione militare, unificando quattro piccole organizzazioni marxiste che nella regione contendevano quello spazio politico a una formazione quasi trotskista, il POUM di Maurín e Nin; e per quanto anche la militanza del POUM non superasse gli 8-10.000 iscritti, fino alla costituzione del PSUC contava più il POUM da solo che tutte insieme il PSOE, il PCC, PCP e la USC – le quattro piccole formazioni marxiste ortodosse- , che sarebbero andati a formare il PSUC.

Tuttavia, in pochi mesi, il PSUC arrivò a competere con gli anarchici del CNT-FAI se non strettamente sul piano dei numeri di sicuro su quello dell’equilibrio politico, e comunque moltiplicò per cinque – fin a oltre 40.000 – gli iscritti della formazione originaria, essendo i nuovi iscritti in grandissima parte compagni senza tessere precedenti.

Questo successo del PSUC – e della UGT al suo fianco – derivava dal fatto di non avere proposto il Fronte Popolare come un’alleanza elettorale, ma come un’alleanza sociale che in quel momento era sentita come una necessità profonda di classi diverse; e non solo in una prospettiva antifascista – difensiva di fronte al fascismo – ma anche come proposta di transizione sociale e politica che avrebbe sigillato e mantenuto il compromesso tra le tre classi che quell’alleanza sociale comprendono.

Dal giorno della sua nascita, il 21 luglio, nel pieno del sollevamento militare, il PSUC fece dei passi rapidissimi testimoniati anche dal fatto che già in agosto erano arrivate al fronte le milizie del partito, oltre duemila combattenti che all’inizio del 1937 erano diventati gli 8.400 della Divisione Carlos Marx al comando di Del Barrio: una quinta parte di tutte le milizie schierate sul Fronte di Aragona.

Ma è il processo politico che spiega il successo dell’offerta politica del PSUC e del suo giornale Treball (Trabajo in spagnolo) che si contrapponeva all’altro giornale marxista, La Batalla del POUM.

Il richiamo maggiore del PSUC fu la sua linea politica, non dogmatica e non settaria, ma pragmatica e positiva con un forte slancio ideale anche se la prima dichiarazione pubblica non fu altro che una proposta programmatica generica derivata dalla tradizione della cultura politica marxista.

A nome del Comitato Esecutivo (Centrale) esordiva con un paragrafo enfatico “La rivoluzione compagni, ha trionfato, e tuttavia bisogna stare in guardia perché le conquiste ottenute sul nostro sangue non siano fraudolentemente scambiate prematuramente con norme giuridiche capziose…”.[2]

Nel complesso, più una dichiarazione sentimentale che un progetto in cui si faceva riferimento anche a riprendere lo statuto autonomista di Nuria che, approvato dal governo repubblicano nel 1932, era stato sospeso dal successivo governo di destra (1933-1935) nel corso del Bienio Negro.

Il PSUC lo riprenderà a partire dal punto che prevedeva per i catalani il servizio militare in Catalogna, una scelta che creò grandi difficoltà alla direzione strategica della guerra antifascista e fu contrastato anche da Durruti che con la sua colonna prese parte alla difesa di Madrid.

Il PSUC e il PCE tenevano conto di una piccola borghesia e di quella parte del mondo rurale che non potevano accettare un processo squilibrato di confisca di fabbriche, di imprese, di terre e attività produttive, che era poi una delle condizioni di costituzione del Fronte Popolare.

Al protagonismo esclusivo della classe operaia si sostituiva un processo di partecipazione più ampio, anche considerando che la risposta alla sollevazione fascista era stata un moto di “rivoluzione popolare” basata sulla alleanza tra classi lavoratrici, classe media repubblicana e mondo rurale contro il fascismo, la cui espressione politica era appunto il Fronte Popolare e che – particolarmente in Catalogna – si traduceva in una nuova organizzazione economica.[3]

Nel suo programma del 9 agosto 1936, il PSUC propose una economia mista che contemplava nell’industria e nel commercio tre forme di proprietà: la nazionalizzata, la proprietà sotto il controllo operaio e quella municipale e – in conseguenza – la soddisfazione della richiesta di lunga data dei rabaisistos [i mezzadri].

Dopo di allora questo programma fu perfezionato nei dettagli, senza abbandonare l’essenziale in un contesto di occupazione di fabbriche, officine e centri di distribuzione e di confronto nel mondo rurale tra i sostenitori della collettivizzazione e della conduzione agricola famigliare.

L’unica aggiunta di rilievo ai capisaldi del programma economico fu l’inclusione di una quarta forma di proprietà: quella collettivizzata-sindacale, ma sempre con l’esclusione di una cancellazione totale della piccola e media proprietà

Il compromesso popolare che implicava un tal programma – inteso a conciliare interessi che potevano arrivare a essere contraddittori tra la campagna e la città, tra le classi popolari di ciascuno di questi mondi – non si poteva gestire politicamente con organismi che rappresentavano un’unica classe (ossia con la dittatura del proletariato o con il comunismo libertario).

Aveva bisogno di un riferimento politico istituzionale nazionale, di istituzioni nazionali rappresentative delle classi popolari, con accordi stabili e applicazione dal basso verso l’alto.

“Solo queste avrebbero potuto garantire il compromesso tra queste classi differenti, superando le differenze non antagonistiche di interessi materiali, la eterogeneità della loro presenza nelle strutture produttive [laddove il compromesso è anche tra padroni e salariati], le loro forme di socialità e di socializzazione politica e anche le loro tradizioni organizzative e culturali”[4].

Le proposte provenienti dai Comitati e dalle Case del Popolo non avrebbero mai potuto essere altro che proposte di parte che non potevano assumere, sviluppare e garantire il compromesso di fronte a situazioni avverse che si potevano presentare.

Un rapporto di Togliatti alla fine della guerra civile[5]

Questa nota fa riferimento al rapporto che Togliatti redasse per il Comintern in data 21 Maggio 1939. Una relazione redatta a Mosca, a guerra finita e dopo la fortunosa fuga di Togliatti dalla Spagna, uno degli ultimi a lasciare il paese dopo la resa dell’esercito Popolare della Repubblica. – offerta dal colonnello traditore Casado e non accettata da Franco il 1 aprile 1939. E’ un bilancio che si apre con la ferma rivendicazione della giustezza della politica di Fronte Popolare che, “sola, ha permesso al popolo spagnolo di resistere 32 mesi all’offensiva del fascismo”. [militarmente superiore, sia per capacità strategiche che per armamenti, rifornimenti etc; e decisamente più compatto al suo interno]. La sconfitta è comunque da attribuire principalmente alla situazione internazionale e alla politica di rigido “non intervento” adottato da Francia e Inghilterra, che ovviamente non bilanciava l’intervento diretto e massiccio d’Italia e Germania: solo negli ultimi 2 mesi del governo Blum – tra Giugno e Settembre del 1938 e dunque neanche fino alla fine della guerra- la Francia aprì moderatamente la frontiera al passaggio degli aiuti”.

E tuttavia secondo Togliatti la vittoria sarebbe stata possibile anche in un contesto internazionale sfavorevole se non si fosse manifestata tutta una serie di debolezze intorno che avevano indebolito governo ed esercito[6].

L’unità si riduceva ad una parola d’ordine agitata da tutti mentre nel paese regnava una discordia feroce e di conseguenza un disordine inaudito”[7].

Cosa determinava quel disordine? La diffidenza quando non la mancanza di lealtà tra i componenti del fronte e del governo, ma anche la mancanza di un programma comune di misure necessarie per organizzare la resistenza e battere il nemico.

Già nella sua relazione del 30 Agosto 1937 Togliatti aveva segnalato la creazione di un blocco di opposizione al governo Negrin [che aveva sostituito quello di Caballero] che era nel contempo un blocco di nemici accaniti del partito comunista: un blocco animato soprattutto da anarchici e caballeristi[8]. Questo blocco aveva i suoi punti di forza nell’egemonia sulle due centrali sindacali UGT e CNT; e faceva perno sulla stanchezza e la demoralizzazione della popolazione, dunque sostanzialmente un blocco massimalista, reboante e concretamente disfattista, inadatto a pianificare ma ancora capace di attirare i settori vacillanti e incerti della piccola borghesia.

Al momento opportuno, diceva Togliatti, sotto l’influenza degli avvenimenti, di un insuccesso militare o altro, o di alcune potenze straniere o solo sotto la pressione del blocco di opposizione “parte di coloro che al momento sono nostri alleati o collaboratori al governo possono rivoltarsi contro di noi”.

È quanto effettivamente si realizzò col colpo di stato del colonnello Casado nel marzo 1939, che impedì sostanzialmente alla Repubblica di ritirarsi con ordine, di costituire quelle sacche importanti di resistenza armata che con lo scoppio della guerra mondiale, di lì a sei mesi avrebbero potuto rovesciare la situazione.

La questione centrale di tutta la politica spagnola, scriveva Togliatti, già nell’Agosto 1937, era di impedire “che si mettesse fine alla guerra attraverso un compromesso col nemico”.

L’isolamento del PCE ebbe radici nei primi mesi di guerra quando il partito cominciò a crescere tumultuosamente esercitando tuttavia un proselitismo aggressivo nelle file stesse degli alleati [errore che Togliatti evitò di ripetere all’epoca della tumultuosa crescita del PCI nei primi anni del secondo dopoguerra, quando il PCI passò in tre anni da cento mila a 2 milioni di iscritti].

Al proselitismo aggressivo del PCE si unì il tentativo sistematico di occupazione del potere e delle posizioni militari di comando che col passare del tempo diventò una pur nobile risposta “militarista” all’inerzia e alle resistenze che incontravano nel governo le proposte comuniste, ma che rispecchiano anche la fragilità delle basi di massa del fronte popolare, il distacco crescente della Repubblica dai ceti intermedi e dai contadini piccoli proprietari; e perfino il disfattismo aperto che serpeggiava a Valencia e Barcellona[9].

La stessa scorciatoia cui i Partiti Comunisti indulsero nei paesi dell’Europa orientale, o in alcuni di essi nel secondo dopoguerra e molte più tardi in Etiopia e soprattutto in Afghanistan prima e dopo il 1978.

Una critica “misurata e ferma” Togliatti la mosse al PCE nella sua lettera del 12 gennaio.1939 da Barcellona, forse indirizzata a Pedro Checa del CC del PCE.

Nella lettera respinge il vittimismo che gli era parso emergere nell’ultimo rapporto di Santiago Carrillo che alludeva a persecuzioni, cariche sottratte etc.

Togliatti obiettava, che non c’era dubbio che il partito avesse molti nemici variamente travestiti (Caballerismo, Poumismo, Trotskismo, ideologia socialdemocratica, provocazione etc.).

Ma neppure c’era dubbio che la gran massa del popolo volesse vincere la guerra e lo stesso voleva la maggior parte dei dirigenti dei partiti e organizzazioni non comuniste.

Al partito imputava di non essere immune dal Caciquismo e ribadiva che la difesa delle posizioni del partito non può mai essere disgiunta da soluzioni e decisioni concrete [e anche compromessi, se necessario] ispirati dalla conoscenza concreta delle necessità delle masse popolari.

Non c’è dubbio che in molti casi il contadino, oggi collettivista, vuole essere piccolo proprietario. Però non c’è nessuno che lo aiuti ad uscire dalla Collectividad, che gli ricordi che la Collettività è volontaria… che gli dia la terra e il titolo di proprietà.”[10]

L’altra pesante eredità del movimento operaio spagnolo (che indeboliva la Repubblica) era la sua storica divisione in tre settori: comunisti, socialdemocratici e anarchici. Senza contare i Poumisti. Di conseguenza la classe operaia non poté esercitare un ruolo di cemento e di vera dirigenza delle forze fasciste.

“Una parte della classe operaia si è lanciata nella realizzazione delle teorie sociali errate dell’anarchismo, provocando disordine e spreco, urtando la borghesia e i contadini antifascisti. Il particolarismo corporativo non ha mai potuto essere superato e ha reso difficile organizzare l’economia, la produzione [e la guerra]”.

Si pensi alle fabbriche anarchiche che producevano quello che volevano, vendevano a chi volevano, si organizzavano come volevano e dividevano i profitti solo tra i loro dipendenti (e questo in un economia di guerra); a chi nazionalizzava la bottega del fornaio; a chi dichiarava guerra alla famiglia, ai preti e alle monache; a chi collettivizzava per forza la terra; a chi non pagava le imposte; all’insurrezione di Barcellona del maggio 1937; al rifiuto di rispondere ai comandi militari; alle forze militari autonome (colonne anarchiche etc.).

E tuttavia Togliatti non solo sollecita e promuove l’unità organica col PSOE evitando l’errore di considerare i quadri della vecchia “sinistra” tutti nello stesso modo, secondo l’equazione caballeristi = controrivoluzionari = nemici del partito, ma spinse a cercare un accordo organico del PCE con la CNT sollecitandone quell’ingresso nel governo che si realizzerà nel 1938.

Ma già nella relazione del 28 Gennaio 1938 criticava il PCE per la lentezza con cui si riavvicinava alle masse e alle organizzazioni anarchiche[11].

Senza appello fu invece la sua condanna del POUM di Andreis Nin specie dopo i fatti di Barcellona.

In generale, più che cercare nemici a sinistra, Togliatti vide il pericolo rappresentato dai capitolardi annidati nello stesso governo. Secondo Togliatti alla Repubblica mancò soprattutto la realizzazione di un vero e proprio regime democratico[12] nella Istituzioni e nella vita politica del paese.

Questo aveva fatto ricadere il paese nelle forme reazionarie tipiche della vita politica spagnola, primo fra tutti il caciquismo e le clientele che ostacolavano la partecipazione attiva delle masse alla vita politica del paese.

Questo lavoro, di rafforzamento e di organizzazione sistematica del partito con le masse è quello che fece difetto al PCE che, dopo aver provocato la caduta del governo Caballero era stato preso da una sorta di frenesia. Aveva sì compiuto enormi progressi, acquistato credibilità e autorevolezza ma – per esempio – non aveva conquistato la direzione politica né a Barcellona né a Madrid – se non nel limitato periodo dell’assedio di Madrid da ottobre a dicembre 1936, quando la difesa della capitale fu lasciata, o piuttosto interamente abbandonata, nelle mani del partito comunista spagnolo e dei consiglieri russi – e questo non permetteva di porre la questione dell’egemonia né del governo né del paese.

L’8 Febbraio 1939 la Catalogna fu perduta. Il governo e i dirigenti comunisti furono costretti a passare in Francia. Togliatti l’8 febbraio con la retroguardia dell’esercito, ma il 16 era di nuovo a Madrid che continuava a resistere. Barcellona era caduta in gennaio, praticamente senza opporre resistenza: eppure, per quanto sconfitto sull’Ebro l’esercito repubblicano e quel che restava della Brigate Internazionali rientravano a Barcellona ancora in grado di combattere, per lo meno come avevano fatto due anni prima a Madrid.

Non sarà oggetto di questo breve articolo cercare una spiegazione della paralisi politica e militare di uno degli eserciti più eroici della storia fatto.  Di sicuro la causa di tutto ciò non è attribuibile ai tre giorni di scontri tra anti-fascisti di un anno e mezzo prima, ma alla situazione che li aveva prodotti e che non erano riusciti a risolvere.

Eppure, secondo il pur moderato Tunon de Lara anche arrivati a quel punto “la resistenza non era un gioco folle, ma il tentativo di giocare le ultime carte possibili[13]”.

Togliatti è d’accordo, anche se voleva evitare che il PCE si presentasse alle masse come “il partito della guerra”[14] se il partito dopo “il martirio” non voleva trovarsi a ripartire da zero come in effetti accadde.

Luciano Beolchi

[1]             Aldo Agosti, Togliatti, un uomo di frontiera, Torino 2003, pag. 228.

[2]             Traball, 28 luglio 1936, Cop a una transformación (n. 432, p. 14).

[3]             José Luis Martin Ramos, Guerra y Revolución en Cataluña, Critica, Barcelona, 2018, pag. 27.

[4]             José Luis Martin Ramos, Guerra y Revolución en Cataluña, Critica, Barcelona, 2018, pag..28.

[5]             Aldo Agosti, Togliatti, ed. Utet, p. 235 e segg.

[6]             Aldo Agosti, Togliatti, ed. Utet, p.235

[7]             Aldo Agosti, Togliatti, ed. Utet, p.235

[8]             Aldo Agosti, Togliatti, ed. Utet, p.236

[9]             Aldo Agosti, Togliatti, ed. Utet, p.236

[10]           Aldo Agosti, Togliatti, ed. Utet, p.237

[11]           Aldo Agosti, Togliatti, ed. Utet, p.238

[12]           Aldo Agosti, Togliatti, ed. Utet, p. 239

[13]   Manuel Tuñon de Lara. Storia della Repubblica e della Guerra Civile in Spagna. Editori Riuniti, Roma 1966, p. 672

[14]   Aldo Agosti, Togliatti, ed. Utet, p.241,

Articolo precedente
Disporre di armi nucleari non ci salva dal rischio dell’annientamento, anzi lo innesca
Articolo successivo
I prezzi petroliferi, questione urgente

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.