La provocazione di Peter Thiel, venuto a Roma a parlare di Anticristo come se fosse il Papa, ha se non altro attirato l’attenzione dei nostri media sul sistema ideologico espresso dal tecnocapitalismo USA, sotto l’egida della Presidenza Trump.
Dal punto di vista cristiano i caratteri fondanti di questo sistema appaiono tali da qualificarlo a sua volta in termini di Anticristo. Se Cristo è l’Infinito che si fa carne nelle persone per salvarne l’anima, ben può definirsi come Anticristo l’esaltazione di un Ego personale che vuole occupare l’Infinito e l’anima, superando i limiti biologici del corpo umano e dominando la mente oggi attraverso gli algoritmi del web e domani con i chip innestati nel cervello. Una eversione antropologica che diventa eversione politica e spinge l’umanità verso il baratro.
Fuori da una logica religiosa, applicando strumenti e concetti del pensiero critico si arriva tuttavia a conclusioni non dissimili. Il pensiero critico ci dice che nella Storia non c’è il Bene assoluto e il Male assoluto. C’è un bene e un male senza maiuscole, valutabili dal punto di vista umano, materiale e psichico. Per cui non c’è neppure il relativismo assoluto, nel quale tutti i fenomeni sono più o meno equivalenti. Esemplificando, Papa Francesco va iscritto nella categoria del bene, almeno al novantacinque per cento, e Thiel alla categoria del male, almeno al novantanove. Non è l’Anticristo, ma quasi.
La questione non è solo religiosa, o filosofica, ma è pratica. Il pensiero critico collega teoria e praxis, ovvero i comportamenti che vanno individuati, assunti e mantenuti, nell’interesse dell’umanità. In questa prospettiva, i caratteri del sistema ideologico prodotto dal tecnocapitalismo mostrano preoccupanti analogie col fascismo del secolo scorso. La matrice soggettiva è la hybris di questi imprenditori high tech, spesso geniali, che esaltano l’affermazione del proprio Ego rispetto al mondo attraverso lo sviluppo accelerato delle nuove tecnologie e delle imprese che le producono. E l’espansione dei capitali finanziari che ne derivano, oggettivizzando la hybris dei singoli e trasformandola in una dinamica di sistema. Sistema capitalista, ovviamente, in cui i grandi capitali per crescere occupano non solo l’economia, ma anche la politica e la cultura. Ma il tecnocapitalismo di Thiel, Musk e soci agisce e si espande con modalità inquietanti in tutti i campi, fino a proporsi come tecnofeudalesimo.
In sintesi, cominciando dalla cultura emergono due profili, l’uno più brutto dell’altro. Quello brutto è il rivestimento dell’insieme con una narrazione reazionaria ispirata a Tolkien, ma anche al nostro Julius Evola, richiamato da Curtis Yarvin, che definisce questa ideologia come “illuminismo oscuro”. Illuminismo perché tecnologico e oscuro perché ispirato dalla paccottiglia a destra della New Age. Un ritorno al Medioevo delle caste e delle razze, fondanti la disuguaglianza tra le persone sulla totale estraneità dell’una rispetto all’altra, diversa per avere un’anima di qualità diversa, superiore – la propria – o inferiore. Il profilo ancora più brutto è quello dell’intreccio inedito tra la dimensione religiosa e lo sviluppo dell’innovazione tecnologica fino alla metastasi dell’intelligenza artificiale, con la produzione di una Fede nelle infinite possibilità di questa rispetto all’evoluzione dell’umanità. Nella sfera psichica, col potere di guidare la mente soddisfacendone le pulsioni in modo selettivo, attraverso gli algoritmi operanti sul web. Nella sfera fisica, col superamento dei limiti biologici del corpo umano attraverso l’uso di biotecnologie, nanotecnologie e intelligenza artificiale per espandere i sensi, la memoria, la forza, la durata della vita oltre i livelli “normali”. E con l’inserimento di chip nel cervello, per collegare direttamente la rete neuronale con procedure informatiche esterne. Infine, nell’azione sul mondo e nello spazio, dalle auto elettriche a guida automatica ai satelliti Starlink, fino alla progettata occupazione di altri pianeti.
Innovazioni di enorme portata, che impattano fortemente sull’economia. Anche a questo riguardo la cultura Big Tech produce un mutamento radicale. La prospettazione dell’Apocalisse come insieme di rotture dell’ordine globale serve ad orientare l’impiego dei capitali selezionando le mosse in base alle discontinuità generate nel sistema, più che alle sue linee di coerenza. Le imprese big tech, e dietro di loro i capitali finanziari investiti nel settore, selezionano opzioni, ridondanze, accessi privilegiati, margini di flessibilità tenendo conto di un quadro generale di incertezza. Mentre gli altri capitali e le altre imprese, almeno finora, decidono, progettano ed operano in base a previsioni di relativa continuità delle variabili fondamentali, i grandi soggetti big tech assumono la discontinuità, anche traumatica, come carattere centrale del sistema, come insieme di incognite da tenere presenti in ogni equazione dei loro progetti. Mettendo in conto anche eventuali fallimenti a fronte delle immense possibilità di guadagno aperte dalle fratture, anche perché spesso il gioco d’azzardo sulle incognite è truccato dai loro interventi. Nel senso che spesso sono loro – i soggetti big tech – a sciogliere le incognite e a produrre le fratture. Sostanzialmente in due modi. Il primo consiste nell’attivazione delle innovazioni tecnologiche, con l’impatto delle singole scoperte operate dai cervelli ai loro ordini sui confini esterni e sulle catene interne della produzione di valore.
Il secondo è l’influenza sulle decisioni della politica e delle istituzioni, indiretta od anche diretta. La prima richiesta del tecnocapitalismo alla politica è la non-regolazione dei processi relativi alle nuove tecnologie, alle loro applicazioni, ai loro effetti, per poter produrre le discontinuità e trasformarle liberamente in occasioni di profitto, senza intralci a tutela delle persone e della natura. È l’ultimo stadio del liberismo, che diviene ordoliberismo non solo nell’economia globale, ma nella geopolitica e nei rapporti politici e sociali interni alle singole nazioni. Perché il dominio dei capitali finanziari produce comunque reazioni e conflitti, ma oggi in particolare, con l’attitudine del tecnocapitalismo a svilupparsi attraverso discontinuità e rotture, moltiplica i conflitti sia esterni che interni ai singoli paesi, rendendo necessario un maggior governo dei medesimi attraverso la guerra e la repressione. La prevalenza degli interessi forti sulla politica attraverso i personaggi politici espressi da questi ha prodotto da decenni il fenomeno dei grandi capitalisti che “scendono in politica” e diventano Capi di governo, ferma restando la distinzione formale tra il loro potere politico e la loro condizione economica. Negli USA di Trump e del tecnocapitalismo questa distinzione va svanendo, affossando sia lo Stato di diritto che la democrazia. Trump impiega i suoi poteri di Presidente in quanto imprenditore, sia nel senso che punta ai suoi interessi immediati, sia perché si pone nei confronti delle istituzioni come un padrone in azienda, pressoché assoluto, senza vincoli e controlli. Producendo rotture e conflitti e gestendoli con l’autoritarismo, la repressione, la guerra.
Esplicitamente, il sistema ideologico di Thiel & Co. sostiene l’incompatibilità della democrazia con l’efficienza del governare, sviluppando le tesi già delineate dalla Trilaterale trent’anni fa sul decisionismo necessario ma contrastante con la complessità e la lentezza delle istituzioni rappresentative. La prospettiva è il tecnofeudalesimo, ovvero un sistema politico-sociale nel quale i grandi proprietari privati sono anche, direttamente, i detentori dei poteri pubblici. Nel Medio Evo erano i grandi proprietari terrieri, i “nobili”, oggi sono i proprietari dei grandi capitali, soprattutto di quelli prodotti dall’innovazione tecnologica. Avendo un monarca “legibus solutus” al vertice di una élite di capitalisti intellettuali che accelerano lo sviluppo in tutte le direzioni destrutturando Stato, istituzioni internazionali, sistemi sociali, per governare direttamente le comunità e le singole persone. Con la guerra e il controllo repressivo, strumenti necessari ed anche preziose occasioni di profitto. In questa distopia rovesciata l’Anticristo – ha rivelato Thiel – è la regolazione collettiva dei processi e delle relazioni, a livello internazionale e nei singoli paesi, ispirata all’empatia, alla considerazione degli esseri umani in quanto tali e delle loro possibilità di sviluppo. Sviluppo umano, non economico. Perciò, in particolare, l’Anticristo lo ha individuato nella Cina popolare. Non solo per ragioni di antagonismo geopolitico o di concorrenza nell’industria big tech, ma perché con i suoi apparati confuciani competenti e disciplinati, e col socialismo di mercato finalizzato a servire il popolo, rappresenta una radicale alternativa di sistema rispetto al tecnofeudalesimo dell’illuminismo oscuro.
Antonio Zucaro
