Necessariamente, il programma elettorale dell’alleanza progressista dovrà trattare del fisco, con proposte che lo riconducano al principio di progressività previsto dalla Costituzione. Non solo per ridurre le disuguaglianze, ma perché un aumento consistente delle risorse finanziarie a disposizione del sistema pubblico è necessario per realizzare tutto l’insieme del programma.
Lungo è l’elenco delle politiche che richiedono interventi efficaci, per fronteggiare le esigenze fondamentali del paese finora lasciate indietro e comunque destinate ad aggravarsi per la crisi. Ci vuol poco a fare un conto di massima, per interventi di una consistenza apprezzabile nei diversi settori. L’ordine di grandezza delle maggiori spese è quello delle numerose decine di miliardi. Anche considerando le disponibilità di bilancio ricavabili da alcuni tagli mirati, dalla ripresa della lotta all’evasione e da un possibile, contenuto sforamento dei conti, queste saranno comunque limitate in un ordine di grandezza inferiore. Serviranno molti soldi, e inevitabilmente andranno presi là dove stanno, nella grande finanza privata. Perciò, tassare le grandi ricchezze, prima ancora che una questione di equità sociale è una condizione obiettiva di credibilità del programma, sia per l’elettorato che dovrà votarlo sia per i mercati finanziari che ne valuteranno la sostenibilità. E un programma elettorale serio non può non rappresentare le linee generali del futuro programma di governo. Qui c’è un nodo centrale. Perché un programma elettorale basato su un forte aumento delle entrate fiscali, sia pur destinato a migliorare i servizi pubblici, rischia seriamente di essere bocciato dall’elettorato. Questa, in sostanza, è la convinzione del ceto politico più o meno progressista, per il senso comune consolidatosi al riguardo anche tra i ceti popolari.
Paura delle tasse e sfiducia nello Stato sono la base di questo senso comune, prodotto da decenni di cultura liberista e di conseguenti politiche di governo, coagulando una solidarietà proprietaria per cui un pensionato con la villetta abusiva o un piccolo artigiano precario ed evasore possono sentirsi dalla stessa parte di un Berlusconi, miliardario immobiliarista e finanziere, difensore ad oltranza della “casa” e dell’”impresa”, contro le tasse e contro il potere pubblico. È questa solidarietà ingannevole che va spezzata, superando l’imbroglio per cui la proprietà è tutta uguale e tassare i ricchi significa tassare tutti i ceti medi, anche piccoli. È possibile spezzarla con una massiccia campagna di opinione pubblica, avanzando proposte credibili fondate su solidi presupposti culturali e materiali. In sostanza, distinguendo la piccola proprietà, anche d’impresa, che ha un valore d’uso, dalla grande proprietà che ha sostanzialmente un valore finanziario. Il principio è semplice anche se l’applicazione è complessa, articolandosi in relazione alle diverse forme di impiego dei capitali e di incremento dei redditi. È per questo che occorre una riforma organica dell’imposizione fiscale, che ne riequilibri l’onere tra le diverse fasce sociali e trasferisca risorse consistenti dalla finanza privata a quella pubblica.
Parlare solo di “patrimoniale” è controindicato perché allude ad una tassazione di tutti i patrimoni, grandi, medi e piccoli, e solo dei patrimoni, mentre occorre investire i vari aspetti della grande capacità contributiva. Si tralascia per brevità la pur riformabile tassazione sui consumi (IVA e accise varie, comunque scollegate dal reddito). Molto più importante, infatti, è la tassazione dei redditi, per la quale vanno rovesciati gli indirizzi seguiti finora anche dal centrosinistra. Ovvero, in sintesi, riaprendo la forbice dell’IRPEF sui redditi da lavoro e rendendo progressive le imposte sui redditi da capitale. Andando nello specifico, sull’IRPEF il ragionamento è semplice, perché dalla sua istituzione (1974) ad oggi la distanza tra l’aliquota minima e quella massima si è ridotta dal 62% al 20 %. Nel 1974 i redditi fino a 2 milioni di lire annui (12.000 € di oggi) pagavano il 10 %, mentre quelli oltre i 500 milioni (oltre 2.000.000 di € attuali) pagavano il 72 %. Dopo una serie di interventi siamo arrivati a Draghi, con l’aliquota minima al 23 % fino ai 15.000 € e quella massima al 43 % per i redditi dai 50.000 € all’infinito. Riaprire la forbice significa abbassare le aliquote sui redditi più bassi compensando il minore introito con l’aumento dell’imposizione sui redditi più alti, attraverso l’introduzione di nuove aliquote oltre il 43%.
I redditi da capitale sono gravati da imposte proporzionali (flat tax). I rendimenti dei titoli di Stato pagano il 12,5%, i redditi da affitti di immobili il 21 %, i rendimenti da azioni, obbligazioni, fondi di investimento e relative plusvalenze pagano il 26 %, che si tratti di poche centinaia di euro o di milioni. Vanno poi considerati i redditi da capitale d’impresa. I redditi d’impresa sono divisi in due categorie, in relazione alla forma giuridica della proprietà. Le imprese di proprietà di persone, o di società di persone, producono redditi assoggettati all’ IRPEF, come quelli da lavoro. Le imprese appartenenti a società di capitali (Spa e Srl) pagano una flat tax divisa in due, l’IRES nazionale al 24 % e l’IRAP regionale al 3,9 % (incrementabile). L’ IRPEF per le imprese di persone viene appiattita dalla forfettizzazione delle partite IVA e praticamente azzerata dalla pratica dei condoni continui a tutela dell’evasione fiscale. Soprattutto, la proporzionalità della flat tax sui profitti delle società di capitali, fino ai miliardi di euro, mette in evidenza oggi l’iniquità della mancata tassazione degli “extraprofitti” generati dalle distorsioni dell’economia globale.
Applicare a tutti questi redditi il principio di progressività significa tener ferma la tassazione sulle fasce di base ed incidere gradualmente nel grasso delle fasce più alte, salvaguardando la piccola proprietà e la piccola impresa e chiedendo ai grandi capitali un adeguato contributo alla soluzione dei grandi problemi in atto.
Si pone, perciò, l’esigenza di una riforma complessiva ed organica. Certo non facile da disegnare, perché occorre mantenere un equilibrio generale tra le diverse manifestazioni della maggiore capacità contributiva e perché non si può non tener conto, per alcune di queste, del confronto col fisco con gli altri paesi. Che comunque, oggi, vede l’Italia come una sorta di “paradiso fiscale”, con margini consistenti di vantaggio per le grandi ricchezze rispetto agli altri paesi dell’“Occidente”. L’operazione sarebbe di grande complessità, ma non impossibile. Comunque appare necessaria, per reperire le risorse occorrenti a fronteggiare la crisi, e politicamente opportuna, perché andrebbe a dividere il fronte proprietario e potrebbe convincere a tornare al voto una parte dei ceti popolari, se vedessero la possibilità di miglioramenti concreti della propria vita.
Su questo tema occorre una discussione seria, aperta e approfondita a partire dall’indicazione di fondo espressa a suo tempo da Piketty. Per cui va presentato il conto alle posizioni più elevate, vanno fatte salve le posizioni intermedie, va avvantaggiata la grande base della piramide sociale sia con misure di redistribuzione del reddito sia con un sensibile miglioramento dei servizi sociali e dei beni comuni. Miglioramento, questo, che interesserebbe anche i ceti medi. Più in generale, una riforma fiscale di questo tipo gioverebbe all’intera economia del paese, perché sposterebbe risorse dall’ economia di carta della finanza all’economia reale delle famiglie e delle imprese. Investimenti, stipendi, consumi. Ma l’intervento deve essere consistente, e perciò sull’intero sistema fiscale.
Il vero problema non è tanto la scomposizione e ricomposizione degli interessi dei diversi strati sociali, ma la prevedibile, forte reazione delle centrali del capitale finanziario, che viene alimentato anche dalle consistenti risorse lasciate dal fisco nella disponibilità dei ceti privilegiati. È un meccanismo obiettivo, che va al di là della difesa gelosa dei propri privilegi da parte dell’”élite”. Queste centrali hanno il controllo quasi assoluto del sistema dei media, dai grandi giornali alle TV al web, e un conseguente potere di condizionamento sull’intera opinione pubblica. È l’esercizio di questo potere, profondo e continuo, aggiunto all’esplicita propaganda di destra, che ha creato il senso comune anti tasse ed anti Stato di cui s’è detto. Nella situazione attuale, contro una riforma fiscale organicamente progressiva verrebbe scatenata una moltitudine di esperti, opinionisti, influencer. Oltre che una serie di raccomandazioni riservate dei padri più o meno nobili ai massimi dirigenti delle forze di centrosinistra.
Per contrastare queste reazioni la discussione sulla “linea Piketty” andrà sviluppata in una campagna di massa rivolta all’intero paese. Con mezzi molto inferiori a quelli dell’avversario, ma cavalcando con coraggio la forza obiettiva degli argomenti. La raccolta di firme sulla proposta dell’”1% equo”, promossa da personalità della sinistra radicale e da noti economisti, va in questa direzione, così come analoghe iniziative precedenti purtroppo finite negli archivi. Ora è il momento di insistere e rilanciare la discussione, nei confronti delle forze politiche di centrosinistra e dell’opinione pubblica, per inserire come priorità nell’agenda del programma progressista la questione della riforma fiscale. Ed intanto, considerando i tempi non brevi di elaborazione di tale riforma, definire le prime misure fiscali di emergenza da inserire nella legge di bilancio che si troverà a fare il nuovo governo appena insediato. Se sarà quello che tutti noi auspichiamo.
Antonio Zucaro