intersezioni femministe

Sul velo islamico

di Nicoletta
Pirotta

Qualche settimana fa davanti alla platea dell’italica gioventù Giorgia Meloni ha dismesso ogni postura istituzionale (non le torna difficile a dire il vero) per presentarsi come la veemente leader di Fratelli d’Italia.
In questa veste ha avanzato una serie di proposte propagandistiche e strumentali, fra le quali quella di multare chi si presenta a scuola con il burqa o il niqab.
Una proposta divenuta decreto legge lo scorso 24 settembre.
Sotto il profilo della concretezza la decretazione si rivela del tutto inutile oltre che risibile (chi va a scuola con il velo integrale?) ma diviene pericolosa sotto il profilo sociale perché solletica ed esalta le pulsioni razziste del suo elettorato. Un elettorato che, molto interessato al Vannacci e alle sue farneticazioni estremistiche,  se non eversive, che rievocano il peggior ventennio della storia del nostro Paese, costringe Meloni a estremizzare i contenuti dei propri discorsi.
Con il risultato di alimentare quel popolo di  intolleranti che la destra sta costruendo con perseverante pervicacia.
Tirare in ballo burqa e niqab però, a mio avviso, non serve solo a eccitare i lettori dei giornali di destra e l’islamofobia che in essi si annida, ma rinfocola cioè che Lavinia Marchetti, nell’articolo che più sotto pubblichiamo, chiama “l’ossessione occidentale per il corpo delle donne musulmane”.
Per inciso è bene ricordare che  l’ossessione riguarda anche il corpo delle donne occidentali: è di pochi giorni fa l’esilarante, se non fosse che veicola stereotipi e pregiudizi,  dichiarazione dell’improbabile ministro degli esteri secondo la quale le donne da sposare sono quelle che si vestono in modo appropriato e rispettabile!
Sul velo sono state costruite vere e proprio campagne politiche arrivando addirittura a ritenerlo una delle giustificazione morale per guerre che nella realtà avevano scopi ben più materiali, piuttosto che il vessillo per ergersi a paladini della libertà delle donne musulmane  utilizzando strumentalmente contenuti similfemministi per veicolare posizioni razziste e xenofobe.
Nello sguardo di molti osservatori occidentali, il velo diventa sinonimo di sottomissione femminile, arretratezza culturale, talvolta rifiuto della modernità.  Una retorica che non riguarda solo la destra e dalla quale non è esente anche una qualche parte del femminismo occidentale.
Eppure da decenni le femministe musulmane lottano per scardinare un approccio che non sa  separare  il velo dall’oppressione.  Sette anni fa Hanna Yusuf, allora studentessa londinese, sostenne in un’intervista al “Guardian”, che, in sé, non è liberatorio né scoprirsi né coprirsi perché  la libertà risiede nella scelta consapevole. La retorica della “liberazione dal velo” deve essere, cioè,  sostituita dalla lotta per  la “liberazione dall’obbligo del velo” come hanno ribadito le donne iraniane, curde, arabe  che, con coraggio e determinazione, lottano per la vita e la libertà in paesi dove il patriarcato lo si vede camminare.
La questione non è se indossare o meno il velo ma esigere che  spetti  alle donne, e solo a loro, decidere.
Tenendo altresì conto di un ulteriore aspetto, come ci insegna l’approccio intersezionale:  le donne musulmane che scelgono di portare il velo costituiscono uno degli aspetti più evidenti, nei Paesi occidentali, di persone soggette a discriminazioni intrecciate  fra loro. La discriminazione non riguarda “solo” il loro essere musulmane bensì il loro essere donne musulmane.
Affrontare la questione del velo, fuori da ogni retorica, significa anche, citando di nuovo Marchetti, tenere conto di alcuni aspetti dell’emancipazione femminile in occidente sui quali serve continuare a riflettere. Le lotte dei movimenti delle donne, in differenti periodi storici, hanno affermato il diritto all’autodeterminazione, cioè la volontà di sottrarre agli uomini  potestà e controllo sul corpo delle donne. Libere di scegliere come vestirsi, libere di mostrare il proprio corpo, libere di vivere la propria sessualità. Poi però la capacità predatoria del sistema capitalista ha mercificato questa libertà per cui il legittimo piacere di mostrarsi per sentirsi bella e desiderata è divenuto quasi un obbligo rifiutando il quale scatta una sanzione sociale o addirittura uno stigma.
Arguta quindi la domanda che si pone Marchetti: “ la donna occidentale è libera di mostrarsi. Quanto è libera di scomparire dall’osservazione altrui?”.
La questione del velo dunque è complessa e ricca di spunti riflessivi perché non riguarda solo una pratica culturale ma le condizioni, materiali e simboliche,  nelle quali essa si trova ad agire.
A riprova che per provare a comprendere la realtà occorre saper leggere e intrecciare la materialità del vivere, la distribuzione del potere, il contesto sociale e le narrazioni dominanti.
Per continuare ad approfondire ecco il link  dell’articolo di Lavinia Marchetti sopracitato: La morbosa ossessione occidentale per il velo delle donne musulmane.
L’articolo, ma sarebbe meglio definirlo un saggio, interroga e scandaglia, stimolando uno sguardo femminista critico e pungente,  le diverse dimensioni che entrano in gioco nell’affrontare la questione del velo: da quella religiosa a quella storica, da quella psicologica  a quella sociale mettendo a confronto differenti culture e contesti geografici.

Buona lettura

Nicoletta Pirotta

 

 

 

 

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2 Commenti. Leave new

  • Brava Nicoletta, come al tuo solito, ne presentare e individuare temi e contributi interessanti.

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