Sicurezza sembra essere la parola del momento da ormai molti momenti in qua: dagli armamenti nazionali e/o sovranazionali alle misure domestiche in materia penale, la maggiore preoccupazione dichiarata (talvolta urlata) dei governanti sembra essere quella di mettere e tenere al sicuro. Ma i soggetti da tutelare spesso non sono citati, le minacce non sempre specificate e a volte risibili (Viktor Orbán, per esempio, aveva proibito il Pride 2025 per “difendere i bambini”), ma il refrain è continuo, di qua e di là dell’oceano. Al di qua con una certa ipocrisia (si dice “sicurezza” ma si intende quasi sempre “ordine pubblico”), al di là senza infingimenti (ma pur sempre anche in chiave propagandistica, si ridefinisce il ministero della guerra per quello che è e si inviano prima la Guardia nazionale e poi l’ICE nelle città per attuare il programma di deportations, che di qua dell’oceano si chiama remigrazione).
La popolarità della parola è tanto più diffusa quanto meno è definita e basata sulla percezione invece che sui dati (numero dei reati, utilizzo di strumenti di prevenzione, efficacia delle misure adottate ecc.), essendo diventata invece un passepartout per aprire a una sorta di diritto penale del nemico per coloro che vengono descrittə come estraneə alla “comunità” (anch’essa di definizione vaga e quanto mai fluida) che si dichiara di voler proteggere.
È meritevole di una particolare protezione, e a quale costo, per esempio, la “comunità” deə frequentatorə dei mezzi pubblici che sarebbe vittima di quelle borseggiatrici che sfuggivano (momentaneamente) al carcere grazie alle gravidanze e alla maternità? Sembrerebbe di sì, visto che nella legge 80/2025 (ex DL sicurezza) è previsto che a discrezione deə magistratə le donne incinte o con figlə minorə di un anno condannate anche per reati di scarsa entità possano essere rinchiuse in carcere (questo sono gli ICAM, istituti a custodia attenuata per le madri), laddove la norma precedente (del Codice Rocco), a tutela dell’infanzia imponeva la sospensione della pena. La norma è particolarmente pericolosa non solo per la sproporzione tra i benefici (la diminuzione dei furti sui mezzi pubblici, tutti da verificare) e le conseguenze sulle destinatarie (circa 200) e, soprattutto, suə loro figlə ma anche perché è indirizzata – implicitamente ma molto efficientemente – alla minoranza rom, com’è stato sottolineato nel sostenere la norma.
La legge 80 offre molti altri esempi di misure di “sicurezza” che fanno tutt’altro che farci dormire sonni tranquilli. La norma che consente ai membri delle forze dell’ordine di detenere e portare un’arma non di ordinanza, tanto per dirne una, non rassicura, perché l’aumento del numero di armi in circolazione, come rende evidente l’esperienza degli Stati Uniti, aumenta la percezione di sicurezza solo deə loro proprietarə, che sostengono di averle acquistate per difesa personale. Del resto, ci hanno spiegato, pure ReArm Europe (rinominato come Readiness 20ə0 in nome dell’ipocrisia) è in chiave difensiva, anzi servirebbe ad assicurarci un futuro di pace. In quel contesto la spesa militare, ci è stato detto, sarà relativa anche all’acquisizione di sistemi tecnologici di difesa e sorveglianza che, nelle parole deə sostenitorə (tantə, a vario titolo e con diverse sfumature) del piano, dovrebbero essere più rassicuranti dell’acquisto di cannoni, perché i sistemi di sorveglianza e di intercettazione fanno meno paura degli arsenali pieni (e occupano anche meno spazio). Ma il loro uso, proprio come accade per le armi, è coperto da segreto (si pensi al software della Paragon Solution, per esempio). Ce n’è d’avanzo per stare sereni.
Anche il Ministero della Giustizia ha inserito nel suo bilancio alcune spese relative all’acquisizione di ulteriore tecnologie per la sorveglianza, anche con l’obiettivo di risparmiare sul personale penitenziario. Le telecamere, le bodycam nello specifico, sono inserite anche nella legge 80: il personale di polizia che le avrà in dotazione potrà accenderle per documentare gli interventi, soprattutto durante le manifestazioni di piazza. Si tratta di una facoltà, non di un obbligo, quindi potranno essere accese e spente a seconda degli eventi che si intendono documentare. Non a caso la norma è stata apprezzata dai sindacati di polizia, insieme a quella che, nella stessa legge, aumenta lo stanziamento per le spese legali per i membri delle forze dell’ordine che si trovassero a dover sostenere un processo. Ma non basta. E infatti il prossimo provvedimento ancora in materia di “sicurezza”, che dovrebbe essere varato nei prossimi giorni, prevederà – secondo gli annunci – un’eccezione al principio dell’obbligatorietà dell’azione penale, introducendo la presunzione assoluta di uso legittimo delle armi, evitando anche la sospensione dal servizio e, di fatto, modificando le cosiddette regole di ingaggio (se n’è parlato, infatti, anche a proposito dell’uccisione di Abderrahim Mansour alla fine di gennaio).
L’obiettivo di questo “diritto penale dell’amico” è chiaramente quello di vanificare le eventuali denunce di chi subisce abusi durante una perquisizione, un arresto o mentre si trova in cella di sicurezza, in carcere o in un centro di detenzione per migranti, garantendo un salvacondotto a chi utilizza senza restrizioni il potere di cui è investito.
L’attuale maggioranza parlamentare sta infatti provando in tutti i modi a mettere al riparo i membri delle forze dell’ordine anche dal reato di tortura (in questo caso è chiaro chi sono i soggetti da tenere al sicuro). Finora non c’è riuscita, ma l’accerchiamento, il tentativo di svuotamento della norma è costante. La polizia penitenziaria detiene il disonorevole primato delle imputazioni per il reato di tortura. E sembra proprio che un’altra delle norme dell’ex DL sicurezza sia stata scritta per fornire un’arma intimidatoria al personale, come altrettanto disonorevole scambio: non riusciamo a garantirvi l’impunità in caso di abusi ma potete minacciare la denuncia per rivolta a chi disobbedisce a un ordine o attua qualche forma di resistenza passiva. Sapere che contro il sovraffollamento carcerario, le inefficienze dell’assistenza sanitaria, la carenza di educatori e psicologi, la sospensione delle attività formative che si verifica tutte le estati e il complesso delle mancanze e delle privazioni che si accompagna alla reclusione (tutti fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio di suicidio e di autolesionismo, nonostante le affermazioni di Nordio)1) non si possa nemmeno protestare se non si vuole rischiare una denuncia ci fa sentire tutti più sicuri che le carceri possano essere governate continuando a negare diritti sanciti da norme e sentenze (quello all’affettività, per esempio, pur consolidato da una quasi completamente disattesa sentenza della Corte costituzionale) e disconoscendo nei fatti il principio costituzionale della rieducazione.
Dice il Presidente Mattarella che “ogni detenuto recuperato equivale a un vantaggio di sicurezza per la collettività, oltre ad essere un obiettivo costituzionale”2. Rieccola, la sicurezza, la nostra, quella di chi è fuori. Eppure perfino questa questa sembra una preoccupazione da anime belle, le stesse che pensano che le istituzioni sovranazionali come il Consiglio d’Europa e le sue emanazioni (la Corte europea per i diritti degli uomini e il Comitato contro la tortura) abbiano il diritto di segnalare agli Stati membri (compreso il nostro) le violazioni della Convenzione sui diritti umani che hanno sottoscritto. Si possono ignorare, invece, in nome del sovranismo securitario, i pareri, le sentenze, le deliberazioni della Corte penale internazionale, della Corte internazionale di giustizia, del Consiglio ONU per i diritti umani, della Corte europea per i diritti dell’uomo, inutili istituzioni novecentesche con l’ambizione di tutelare diritti universali, che sono tali perché non si acquisiscono per merito e non si perdono per demerito, valgono per gli amici e per i nemici, per le maggioranze e per le minoranze. Anzi, soprattutto per i nemici e per le minoranze.
Ci si può astenere sul piano pandemico globale dell’OMS, vagheggiando di potersi “sfilare” da quell’organizzazione come ha fatto Trump. Si possono anche ignorare gli obblighi istituzionali. Il Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, per esempio, non ha ancora presentato l’annuale relazione al Parlamento per il 20243. Il Parlamento non si lamenterà del ritardo nella presentazione della relazione, perché l’interesse dei legislatori verso il carcere è scarsissimo: in occasione della seduta straordinaria della Camera di marzo del 2025 l’aula era semi-deserta, per esempio. Del resto i parlamentari, nella maggior parte dei casi, non battono i pugni sul tavolo nemmeno per il rituale ritardo con il quale viene presentata la relazione sull’applicazione della legge 194.
A proposito, vogliamo parlare di sicurezza delle donne? Sono sicura che non ce n’è una che si senta più tranquilla sapendo che l’istituzione del reato di femminicidio (che però riguarda solo le cisgender), di cui si è parlato così tanto, il suo eventuale assassino verrà di fatto automaticamente condannato all’ergastolo. Credo che preferirebbe sapere che sono state messi in campo servizi e finanziamenti che aumentino la sua possibilità di rimanere viva, aiutandola a sottrarsi al potenziale assassino, trovando ascolto, accoglienza e sostegno a medio-lungo termine in una struttura qualificata, non in una chiesa o in una farmacia4. Non è cosa né semplice né rapida, ma bisognerebbe almeno provarci, invece di fare ricorso ancora una volta all’inefficace deterrenza dell’entità della pena.
Sono anche certa che quando pensano alla propria sicurezza, moltissime donne pensano al lavoro, al reddito, all’istruzione e alla formazione, all’assistenza sanitaria, a un luogo non inquinato nel quale vivere, alla possibilità di scegliere se diventare madri oppure no, a retribuzioni eque, ad abitazioni con costi sostenibili, a servizi di trasporto pubblico efficienti, a servizi di assistenza sociale che permettano loro di non essere obbligate a diventare caregiver per familiari ammalatə o disabili…, cioè a tutto quello che nel Novecento chiamavamo sicurezza sociale e welfare e che sembra essere diventato il contorno del piatto forte, quella pretesa di essere protettə da qualunque rischio, non importa a quale costo, e di poter individuare colpevoli e punirlə con il massimo della pena in tutte le circostanze nelle quali la protezione assoluta non funziona.
Del resto quest’insistenza sulla “sicurezza” è praticata quasi unanimemente anche a sinistra, a partire da quello sciagurato invito a non lasciare la parola alla destra, accolto accettandone lo slittamento di significato, fino a rimproverare all’attuale governo di non aver mantenuto le promesse elettorale più feroci, per esempio in materia di blocco navale contro gli immigrati, e a chiedere una sorta di par condicio nella repressione, per esempio invocando ripetutamente lo sgombero dell’edificio occupato da Casa Pound, senza realizzare – forse – che in questo modo si legittimano tutti gli sgomberi e si trasferiscono alcune scelte in tema di governo delle città alle Prefetture. Lo sgombero del centro sociale Askatasuna aveva, infatti, l’obiettivo preciso di interrompere il già complicato percorso di riconoscimento del centro sociale come bene comune che era in corso a Torino fino al 19 dicembre, anche delegittimando l’operato dell’amministrazione cittadina. Allo sgombero si sono aggiunte la devastazione, che impedisce di fatto il riutilizzo di quell’edificio di proprietà comunale per molto tempo, e la militarizzazione del quartiere per settimane, con lo spaventoso ingabbiamento di abitanti e frequentatorə di palazzi, scuole e attività commerciali all’interno di recinzioni metalliche strettamente sorvegliate e insuperabili senza identificazione.
Così come dopo lo sgombero del Leoncavallo ad agosto dell’anno scorso, contro la decisione del Ministero dell’Interno si è svolta una manifestazione. Decine di migliaia di persone, non solo upper class e non solo manifestanti in cerca di scontri con la polizia. Sicuramente non tuttə nemici dello Stato o animatə dal desiderio di resa dei conti con lo stesso, come hanno sostenuto la presidente del Consiglio e il ministro dell’Interno che, insieme al ministro della Difesa, si sono anche spintə fino all’indicazione delle accuse da formulare per i fatti di Torino. C’erano anche quellə, a volte ci sono, perché nei contesti di conflitto agiscono soggetti diversi e in piazza ciascunə va con le proprie idee e la propria postura, non inquadratə e compattə come un esercito alla guerra. Ed è singolare, per non dire altro, che da più parti ci si lamenti che non ci siano più nelle manifestazioni “quei bei servizi d’ordine” d’una volta.
Il decreto con le ulteriori misure di “sicurezza” è in preparazione (insieme a un disegno di legge sullo stesso tema, che è evidentemente inesauribile) da molto tempo prima della manifestazione di Torino, in particolare le norme relative allo scudo penale e al fermo preventivo deə solitə sospettə, ma pur annunciato come imminente, stenta a essere messo nero su bianco, perché – si lamenta – c’è il rischio di un conflitto con principi costituzionali. Così si sente parlare di proteggere dall’obbligatorietà dell’azione penale non solo le forze dell’ordine, ma chiunque utilizzi un’arma “in modo legittimo”, stabilendo un’uguaglianza basata sull’uso delle armi.
È l’aria che tira, un’aria di guerra.
Maria Pia Calemme
- Secondo l’ineffabile ministro, il cui indecente repertorio sul carcere si arricchisce continuamente, il sovraffollamento in molti casi salva dal suicidio, perché costituisce un sistema di sorveglianza reciproca… È disponibile ad ammettere che i suicidi siano un problema, ma non che siano un’emergenza e ad agosto ha ottenuto che il collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà intervenisse a suo sostegno e, di fatto, smentisse l’analisi approfondita del fenomeno nel report sui decessi in carcere (https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/resources/cms/documents/202507ə1_Report_decessi.pdf) redatto dall’analista Giovanni Suriano, esperto dell’autorità garante.[↩]
- Discorso pronunciato il 30/6/25 in occasione del 208° anniversario della costituzione del corpo di polizia penitenziaria.[↩]
- Sul sito dell’autorità è disponibile quello che viene pomposamente definito “Report ‘Visite negli istituti penitenziari 2024-2026’”, composto esclusivamente da una slide che indica che dal 2024 a oggi sono state effettuate 151 visite e sono stati percorsi 102.579 chilometri: https://www.garantenazionaleprivatiliberta.it/gnpl/page/it/report_visite_negli_istituti_penitenziari_2024__2025?contentId=ATTə6551. Da non credere![↩]
- Suggerimento avanzato dal solito ministro Nordio qualche mese fa, che ha “dimenticato” che la maggior parte dei reati contro le donne è commessa in ambito familiare.[↩]

1 Commento. Nuovo commento
D’accordo su tutto. Dal punto di vista della coerenza tecnica si potrebbe dare dei ciarlatani ai legislatori, perche’ nella prima parte della bozza vengono depenalizzati alcuni comportamenti in cambio dell’aumento delle sanzioni pecuniarie, ma il legislatore non solo alza lo scudo in difesa della polizia; ma anche della stampa, considerata come megafono del potere, oppure invitandola a diventarlo