La storia è divenuta ormai nota. Minneapolis, teatro delle operazioni da terrorismo di Stato delle squadracce ICE che hanno portato ad arresti, anche di bambini, deportazioni e due morti. Lo scorso venerdì, il celebre First Avenue si è tenuto ad un orario insolito per Minneapolis. L’evento, pubblicizzato come “A Concert of Solidarity & Resistance to Defend Minnesota!” era stato organizzato da Tom Morello, fondatore e frontman di una delle band più impegnate politicamente della scena USA, i Rage Against The Machine, si è tenuto a mezzogiorno, forse anche a causa del freddo gelido che flagella da giorni la città.
Sala stracolma, pubblico che inveiva contro i pretoriani di Trump. Era già noto che l’incasso sarebbe stato devoluto ai familiari di Renee Good e Alex Pretti, una donna e un uomo, lei artista, lui infermiere, giustiziati in circostanze diverse e senza attenuanti, dai criminali dell’agenzia governativa creata dopo l’11 settembre e che con l’attuale presidenza ha aumentato in maniera esponenziale risorse e organici, reclutando suprematisti, uomini votati alla violenza contro ogni persona considerata non rispettosa dell’ordine gerarchico.
Non solo a Minneapolis, ma in molte città USA, sta montando l’odio verso queste milizie con licenza di uccidere e il concerto, a cui è seguita una manifestazione molto partecipata, ne è stata una piccola dimostrazione.
Morello, già noto per le sue prese di posizioni su Gaza, contro il razzismo e il suprematismo, ha esordito infiammando il pubblico dicendo: “Amici, se sembra fascismo, suona come fascismo, agisce come fascismo, si veste come fascismo, parla come fascismo, uccide come fascismo e mente come fascismo, fratelli e sorelle, è fascismo”. E i brani che sono risuonati, ripescati anche dalla memoria passata di canzoni di lotta della musica USA, hanno assunto toni sempre più forti fino ad arrivare alla stoccata che ha dato un ulteriore colpo all’atmosfera già calda.
“Ed ora ho il piacere di presentarvi – ha ripreso Morello – un buon amico e compagno di lotta per la libertà, il signor Bruce Springsteen”. “Il boss”, chitarra e armonica, ha intonato, per la prima volta dal vivo, Streets of Minneapolis, scritta una manciata di giorni prima e registrata quasi al volo, un brano duro, scarno e toccante, con nomi e cognomi, delle vittime e dei mandanti, un inno alla libertà, alla democrazia, al diritto al dissenso che è stato immediatamente diffuso in tutte le piattaforme. Solo su YouTube, nella versione originale, mentre scriviamo, aveva raggiunto già i 6 milioni di visualizzazioni ma sembra un’onda inarrestabile, virale perché poi in molti Paesi viene rielaborata con la traduzione del testo e sembra incredibile che un testo così privo di sfumature sia stato capace di far sparire tutto il pop leggero di cui ci si nutre abitualmente.
Si potrebbe raccontare di come poi dal concerto gli spettatori, musicisti compresi, siano usciti per partecipare ad una manifestazione enorme o elencare gli altri musicisti, i brani suonati, ma non è questo il senso di quanto vogliamo scrivere. Si parte da questo evento per provare a fare ordine. Springsteen non è un esponente della sinistra radicale, non è come Billy Brag o lo stesso Tom Morello. È ormai da mezzo secolo una star internazionale, forse la più importante nel panorama rock, amico personale di Obama. Un americano tipico: liberal, cattolico, progressista, fiducioso nella democrazia, un “patriota”, come gran parte degli statunitensi, ma nel contempo un narratore della working class da cui proviene, che considera il lavoro come categoria fondante dell’essere umano. Un pacifista capace di raccontare il dramma dei reduci del Vietnam creando anche grottesche gaffe nell’establishment. Nel 1984, era da poco uscita Born in The USA, un altro testo duro in cui si parlava dello smarrimento, dell’isolamento sociale, delle difficoltà lavorative di chi provava a ricostruirsi una vita, l’allora presidente Ronald Reagan tentò di appropriarsene. Springsteen si oppose all’endorsment e cominciò, durante i concerti, a spiegare il testo, chiedendo al presidente se avesse mai ascoltato altre sue canzoni e minacciando querele in caso di uso indebito. Anche quella canzone divenne un inno pacifista americano. Eppure, sin dall’inizio della sua carriera infinita, il rocker molte volte si è espresso in maniera esplicita, rispetto ad alcune tematiche anche scomode. Già agli albori, ad esempio andrebbe riascoltata Lost in The Flood, forse più ingenua ma altrettanto problematica rispetto alla guerra in Vietnam ancora in corso. Profonda e intrisa delle stesse tematiche Shut Out the Light (1984) e Devils & Dust (2005) sul conflitto in Iraq. E il lavoro di cui si parlava prima? Almeno 3 esempi vanno fatti. Il primo è The River (1980). Parte come una triste storia d’amore ma poi si evolve nel racconto di come la crisi economica distrugga i sogni dei giovani della working class; Youngstown (1995), la storia dell’ascesa e del crollo dell’industria siderurgica in Ohio, con tutto il conseguente crollo delle condizioni sociali della popolazione. Feroce è Death to My Hometown (2012) dove il tema è la crisi economica del 2008 e il testo è un attacco furioso contro i banchieri e Wall Street che ne sono stati responsabili.
Una delle migliori resta poi“The Ghost of Tom Joad (1995), in cui si parte dal celebre protagonista di Furore (Steinbeck), per incitare alla lotta i nuovi poveri e i lavoratori immigrati al confine fra USA e Messico. Tragica e cruda è Matamoros Banks, racconto del viaggio di un migrante che muore tentando di attraversare il confine messicano (1995). Intensa e molto ripresa in questi giorni è American Skin (41 Shots), del 2000, scritta anch’essa di getto dopo l’uccisione a New York di Amadou Diallo, reo di essere nero, da parte di due poliziotti. E qui, senza mezzi termini, si parla di razzismo sistemico, accadeva 26 anni fa. E va considerata politica anche The Rising, scritta nel 2002, dopo l’11 settembre, di cui si prova a sondare il dramma collettivo senza indulgere nell’islamofobia che già allora dominava nel Paese.
Nei concerti, veri e propri eventi catartici in cui, insieme alla eterna banda di amici, la E Street Band, con cui suona praticamente da sempre, non mancano tributi a musicisti come Woody Guthrie, spesso This Land is your Land, la voce degli “hobo”, quelli che negli anni Cinquanta saltavano da un treno all’altro per non pagare il biglietto e lavoravano come schiavi dove trovavano: agricoltura, ferrovia, edilizia. Ma Springsteen esiste perché è figlio di una lunghissima tradizione che collega molti fili. Cantare il dolore dello sfruttamento e della violenza subita dai padroni, delle lotte con cui ci si opponeva al loro strapotere, delle battaglie vinte e di quelle perse è sempre stato un veicolo potente che ha attraversato tutti i generi musicali.
Ad ascoltare ancora oggi Strange Fruits si provano i brividi, sapendo che gli strani frutti che si vedono penzolare dagli alberi sono gli afroamericani linciati dal KKK o da altra “rispettabile classe dirigente”, per uno sguardo, un sospetto, un’inezia o semplicemente per terrorizzare. O l’urlo di rivolta di Respect nella versione di Aretha Fancklin fa fremere e infiamma gli animi. Ma si pensi anche a tanti testi di Bob Dylan e Joan Baez, di Pete Seeger, Nina Simone, Marvin Gaye, del mondo della West Coast, in primis Crosby, Stills, Nash and Young, Patti Smith, Dead Kennedys. L’elenco delle e dei cantori ribelli è lungo e molti non sono noti essendo rimasti nella scena underground. Ma vanno citati, pensando al presente, i Public Enemy, gli N.W.A., Kendrick Lamar, autore di Alright, quasi un inno del movimento Black Lives Matter.
Questo elenco, che parte dall’immediato e che è destinato a crescere, porta ad alcune riflessioni. La prima riguarda l’Europa e, in particolare, l’Italia. La musica, come ogni altra forma di espressione artistica produce effetti politici e sociali. Nel continente c’era una lunga e antica tradizione in questo senso, che ha radici profonde nel movimento operaio, ha permesso di fare storia, di veicolare messaggi profondi e capaci di penetrare ovunque. E più si modernizzavano gli strumenti di riproduzione e di diffusione, più testi e musiche entravano nel mondo globale e venivano rielaborati, assunti, fatti propri. Un esempio ovvio, Bella ciao è testo fatto proprio e tradotto, soprattutto nei contesti di liberazione e di rivolta, era una presa di posizione netta. Al punto che nell’Italia della destra di governo è considerata “canzone divisiva”, magari anche da vietare, comunque da guardare con sospetto.
Ma oggi? Dopo decenni di canzoni e autori in grado di mettere in versi le mobilitazioni, le vertenze, le condizioni di crisi e di lotta, i soprusi subiti e le speranze di veder realizzato un mondo migliore, oggi molto si è quasi chetato. Case discografiche, agenti, tutta la filiera che definisce, in ogni aspetto e momento, la vita di artisti affermati, fanno in modo – e l’artista spesso non reagisce – di evitare che questa o questo prendano posizioni troppo nette o spiazzanti rispetto a questioni ritenute “delicate”. Anche qui un esempio, la cantautrice siciliana Levante, che si esibirà nel tempio del nazional-popolare, il Festival di Sanremo, ha dichiarato che, se dovesse vincere l’esibizione canora, non parteciperebbe all’Eurovision (la sua versione europea) in opposizione alla presenza di artisti di Israele. La baraonda è stata tale che è stato informalmente chiesto agli altri protagonisti di Sanremo di chiarire, prima di esibirsi, se intendano o meno esplicitare le proprie opinioni politiche. Una intimidazione che da già l’idea di una partita truccata in origine.
Ma, al di là di Sanremo, è già scattata una autocensura da anni a cui poche e pochi sembrano voler sfuggire, nel timore di perdere una parte dei propri sostenitori. Accade nella musica come nella letteratura, accade nel cinema, dove però i costi di produzione e i meccanismi osceni di gestione dei finanziamenti pubblici tagliano le gambe in partenza anche a chi ha le migliori intenzioni. In fondo quello che vediamo nel mondo politico o sui mezzi di informazione, si conferma anche laddove si dovrebbe poter esercitare maggiore libertà. Accade soprattutto nello sport, dove esporsi per una causa che non sia annacquata nella retorica dei buoni sentimenti è rigorosamente vietato e respinto. Ogni tanto deboli segnali si scorgono ma sono poca cosa rispetto a quanto accade nel Paese e nel pianeta e il silenzio, come nei tempi peggiori è complicità, anche per gli artisti.
E da ultimo, in poche righe il filo conduttore di quanto scritto, per proporre una riflessione. La Streets of Minneapolis è il prodotto di un’indignazione forse prima etica che politica. La canzone si scaglia contro la barbarie di Trump ma il messaggio che lancia non intende intaccare i valori su cui si fondano le basi degli Stati Uniti d’America. L’autore non si fa latore di una proposta politica rivoluzionaria, chiede giustizia, democrazia, pace e libertà. Chi ne raccoglie il testimone, come si è visto alla premiazione dei Grammy Awards, chiede lo scioglimento dell’ICE, dichiara che nessun essere umano è illegale, così come chi ha manifestato e manifesta per la Palestina o per uno dei tanti conflitti che insanguinano il pianeta, per le persone migranti morte in mare, per gli omicidi sul lavoro e i femminicidi, per la crisi climatica, è profondamente indignato e disponibile anche ad un forte impegno per talune cause, ma non cerca, a partire da queste, di rivoluzionare il sistema politico e di cambiare lo stato di cose esistenti, i rapporti di forza e di produzione.
Spesso non si crede nemmeno nella rappresentanza ma il dolore autentico che si prova, per Minneapolis come per Gaza, non trova modo, o almeno non lo ha ancora trovato, per produrre mutazioni profonde. Ma i segnali che le cose potrebbero cambiare e giungono proprio dagli USA. La vittoria di Mamdani a New York, il sensibile spostamento a sinistra dei democratici negli USA mostrano che, se si vuole riconquistare consenso e credibilità, occorrono anche, insieme a misure concrete, radicalità e cambiamento del senso comune. In fondo spesso, in passato, il vento di protesta che giungeva da oltre Atlantico, ha prodotto cambiamenti significativi anche in questa Europa segnata da una fascismo di ritorno che sembra inarrestabile. Le destre, soprattutto quando sono al governo, stanno rispondendo preventivamente con provvedimenti repressivi e con violenza. Cercano lo scontro e cercano di evitare che si creino fronti comuni in grado di aggregare il dissenso. Chissà che anche da noi non si ricominci a suonare una musica diversa.
Stefano Galieni
