“…anche i morti non saranno al sicuro dal nemico, se egli vince. E questo nemico non ha smesso di vincere…” (Walter Benjamin)
Il 30 giugno presso il bar-libreria Knulp l’Associazione culturale “Tina Modotti” ha ricordato, grazie alla giornalista Azra Nuhefendić e allo storico Simone Malavolti, il genocidio di Srebrenica (8-11 luglio 1995) in cui 8372 bosgnacchi, e cioè bosniaci di cultura e/o di religione musulmana, vennero uccisi dalle forze militari e paramilitari serbo-bosniache, con l’appoggio dell’esercito serbo, in quello che è stato il più grave eccidio in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Il fisarmonicista Atif Krdžić, bosgnacco e studente a Trieste (in Erasmus), ha suonato due struggenti brani. Grazie a Malavolti, abbiamo ricordato anche altri massacri sistematici avvenuti durante le guerre di dissoluzione della Jugoslavia, come quello di Prijedor, con la riapparizione di campi di concentramento, fili spinati, stupri “etnici”, etc. (vedi bibliografia). (1) Oggi Srebrenica, in Repubblica serba di Bosnia ed Erzegovina, è una città semi-distrutta e avvilita: ancora macerie nel centro storico, con il supermarket come solo angolo vivo; appena poco più ricostruita la periferia, verso il Memoriale di Potočari. Bianco e verde, quest’ultimo: il bianco delle lapidi e dei gigli, il verde dell’islam, ma soprattutto della natura, tra le stele e intorno, che spazza via qualsiasi strumentalizzazione -pur presente- da parte di politicanti di quart’ordine, locali e internazionali. Dall’altro lato della strada i capannoni, gloria dell’industria jugoslava e poi usati dai caschi blu dell’ONU, nel 1995, per “proteggere” e poi nei fatti “consegnare”, ai carnefici, i civili bosgnacchi lì rifugiatisi.
I fatti sono stati acclarati dagli storici e dalle storiche, e riconosciuti dalla Corte Internazionale di Giustizia che li ha definiti genocidio (sentenza del 26 febbraio 2007) (2). La ricerca scientifica deve andare avanti incessantemente, attraverso revisioni (che nulla hanno a che vedere con il revisionismo o, peggio, con il negazionismo), nuovi documenti e dibattito culturale/politico, ma il nucleo dei fatti –almeno per Srebrenica- è stato stabilito, e abbiamo la certezza morale di quello che è accaduto. È da questo nucleo di verità che si può e deve partire. Questo nucleo di verità e il nome stesso di “Srebrenica” scuotono, sconvolgono, destabilizzano, o dovrebbero farlo. Come scuotono, sconvolgono e destabilizzano i nomi di Auschwitz (della cui “unicità/scientificità progettuale” chi scrive è convintissimo, cosa che non vieta di compararlo e inserirlo in un elenco più articolato), dell’arcipelago Gulag, dei crimini del colonialismo europeo e il Ruanda, infine, un caso orrendo e pressoché cancellato, poco più di trent’anni fa (3). Mentre il genocidio in corso a Gaza è sotto gli occhi di tutti, in diretta (lo sono stati -con i mezzi di comunicazione di allora- anche quello di Srebrenica e l’assedio di Sarajevo ma allora pochi, anche nella “mia” sinistra, vollero vedere, colpevolmente, stupidamente): qui le istanze internazionali non hanno ancora emesso il verdetto, ma usiamo ugualmente il termine dandogli esclusivo valore giuridico, per convinzione politica e affinché possa far pressione, possa minacciare chi lo sta compiendo (le forze armate di Israele, il suo governo, con l’appoggio di Stati Uniti e Unione Europea) e suscitare vergogna. Ma se la cosiddetta comunità internazionale non si muove per proteggere il popolo palestinese o anzi, peggio, è complice di Netanyahu, a poco verrà utile quanto sarà stato stabilito. A Sarajevo sanno e mettono in relazione: ad esempio la silenziosa manifestazione del 10 luglio scorso nella capitale della Bosnia ed Erzegovina è stata aperta dallo striscione “jučer Srebrenica, danas Gaza, sutra?”, e cioè “ieri Srebrenica, oggi Gaza, domani?” Nel 2002, Seconda guerra del Golfo, in una manifestazione sempre a Sarajevo venne mostrato un cartello: “U Basri se reprizira Srebrenica”, ovvero “a Bassora si replica Srebrenica”. Tutto si tiene e sostiene, di crimine in crimine.
L’obiettivo del 30 giugno è stato quello di ricordare i giorni della ferocia, quelli di Srebrenica del luglio di trent’anni fa. È stato, quindi, un riportare il crimine nel cuore di molte e molti (la sala era pienissima), rendendo omaggio alle innocenti vittime di allora affinché lo statuto di queste si muti da oggetto di negazione o di commiserazione a quello di soggetto attivo di storia, nella costruzione di un futuro di convivenza. D’altronde le vittime hanno dignità e potenza e si impongono a noi con l’irriducibilità dei loro corpi, che vengono a poco a poco ricomposti e individuati, e della loro verità. È la verità che dobbiamo rispettare e provare a divulgare: la verità come ricerca e come militanza per ottenere giustizia. La verità, come la conoscenza storica, non è solo un “mobile esercito di metafore” (Nietzsche) ma può essere raggiunta, attraverso la ricerca e il vetro pur deformante delle fonti. Su questo con ostinazione scrive e polemizza Carlo Ginzburg (4).
L’incontro che abbiamo organizzato speriamo sia servito a questo, ribadiamo, in una Trieste sempre più piena di sé: a diffondere, a divulgare, a provare a far capire (con grande umiltà), dicendo, ribadendo, proponendo prove e pensiero. Un incontro che non è stato contro qualcuno, e soprattutto non contro un popolo intero, quello serbo, in questo caso: dobbiamo saper distinguere tra un popolo (è lontanissimo da noi il concetto di popolo genocida, quale che sia questo popolo), da un lato, e i suoi generali, i suoi governanti/tiranni e i suoi manipolatori dall’altro, non perché il popolo sia di per sé buono e giusto, ma perché sicuramente può essere spinto ad atti di ferocia dalla propaganda e dagli apparati di comunicazione, pur restando salvo il “libero arbitrio”, per cui la scelta tra il bene e il male è anche individuale, persino nei momenti più estremi, come nel quotidiano. Tutto questo non rende innocenti i popoli in quanto tali, ma li fa protagonisti di una possibile metamorfosi, una volta liberatisi dall’oppressione e dall’indottrinamento, sia quando l’oppressione e l’indottrinamento si presentano sotto forma “tirannica” sia quando prendono forma “democratica”. Noi siamo contro la ferocia del nazionalismo, del militarismo e del razzismo (anche di sessismo e specismo, però, si dovrà parlare perché ogni genocidio è anche stupro della donna, usato come arma, ed ecocidio, contro il vivente non umano e il paesaggio): i nazionalisti, i militaristi e i razzisti assassinano innanzitutto il proprio popolo, chiudendolo in una gabbia di fanatismo, e poi lo lanciano contro un altro, inferiorizzato, animalizzato, e quindi da uccidere senza scrupoli.
Questo 30° anniversario del genocidio di Srebrenica è una grande occasione di ricerca della giustizia: non dobbiamo farcela scappare, qui e ora, nell’attuale situazione di pericolo estremo in cui vive l’umanità, mai come ora vicini a una vera e propria guerra mondiale, che potrebbe anche essere atomica, vista l’incoscienza politica e la miseria umana di chi governa ovunque. Siamo arrivati a questo appuntamento con la forza delle idee buone, ma dobbiamo continuare a discutere insieme: magari nasceranno altre occasioni di formazione e di confronto, anche tra diversi, magari proprio a partire da Srebrenica 1995; giornate di riflessione per la diffusione della verità e della ricerca come atto di civiltà, come responsabilità. Senza un’adeguata rinascita della cultura politica, nel senso più alto del termine, non si migliora. Queste giornate potrebbero generare nuove energie per far crescere la coscienza di uomini e donne del XXI secolo, anche ricordando uno degli ultimi crimini contro l’umanità del XX.
Gianluca Paciucci
Note:
(1) L’11 luglio 2025 sono stati tumulati “gli scheletri – in maggioranza non completi – di sette vittime del genocidio, tra loro anche una donna, che si aggiungono ai resti delle 6.765 sepolte negli anni passati al Memoriale di Potočari man mano che ne veniva riconosciuta l’identità con l’analisi del DNA presso il centro di Tuzla.” Per la cerimonia sono arrivate 30 mila persone, “tra rappresentanze nazionali – escluse quelle della Republika Srpska di BiH con a capo Milorad Dodik, che non riconosce e nega il genocidio – e internazionali, accanto a familiari delle vittime, superstiti e altri cittadini e cittadine della Bosnia Erzegovina, persone singole o di associazioni di Paesi europei ed extraeuropei…” (da Nicole Corritore, “Srebrenica, una ferita aperta”, 11 luglio 2025, https://www.balcanicaucaso.org/aree/Bosnia-Erzegovina/Srebrenica-una-ferita-aperta-238960).
(2) Il 23 maggio 2024, inoltre, è stata approvata la risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite su Srebrenica. La risoluzione istituisce l’11 luglio come giornata di riflessione e commemorazione sul genocidio di Srebrenica. Il testo delle Nazioni Unite sul genocidio può essere letto in https://unipd-centrodirittiumani.it/it/archivi/strumenti-internazionali/convenzione-per-la-prevenzione-e-la-repressione-del-crimine-di-genocidio-1948
(3) Nel 2024, sono stati ricordati (poco e distrattamente) i trent’anni dal genocidio avvenuto in Ruanda, quei cento giorni di morti ammazzati nella maniera più brutale, da parte degli hutu estremisti ai danni dei tutsi e degli hutu moderati. In tre mesi furono uccise più di 500 000 persone.
(4) Vedi specialmente Carlo Ginzburg, Rapporti di forza. Storia, retorica, prova, Feltrinelli, 2000, libro aureo. Di Ginzburg sono la citazione da Nietzsche e l’immagine dei “vetri deformanti”.
Per approfondire:
Boccia, Mario-Possentini, Sonia Maria Luce, La fioraia di Sarajevo, Orecchio acerbo, 2021 [una storia a fumetti, meravigliosa, emblematica]
Đikić, Ivica, Metodo Srebrenica, Bottega Errante Edizioni, 2020 (ed. originale 2016) – nuova edizione ampliata 2025;
Divjak, Jovan, Sarajevo, mon amour (intervista a cura di Florence La Bruyère), Infinito, 2007 (ed. originale 2004);
Dizdarević, Zlatko – Riva, Gigi, L’ONU è morta a Sarajevo. Dal genocidio alla spartizione, Il Saggiatore, 1996 (ed. originale 1995);
Hukanović, Rezak, Il decimo girone dell’inferno. Una testimonianza diretta dai campi di concentramento in Bosnia, Spartaco, 2022 (ed. originale 1993);
Karahasan, Dževad, Il centro del mondo. Gli insegnamenti esoterici dell’esilio di Sarajevo, Il Saggiatore, 1995 (ed. originale, 1993);
Jergović, Miljenko, Sarajevo. Una mappa della città, Keller editore, 2025 (ed. originale 2015);
Leone, Luca, Srebrenica. I giorni della vergogna, Infinito, 2005;
Malavolti, Simone, Nazionalismi e “pulizia etnica” in Bosnia-Erzegovina. Prijedor (1990-1995), Pacini, 2024;
Mujcić, Elvira, Al di là del caos. Cosa rimane dopo Srebrenica, Infinito, 2007;
Nuhefendić, Azra, Le stelle che stanno giù. Cronache dalla Jugoslavia e dalla Bosnia Erzegovina, Spartaco, 2011;
Ottani, Luigi, Shooting in Sarajevo, a cura di Roberta Biagiarelli, Bottega Errante Edizioni, 2020;
Pirjevec, Jože, Le guerre jugoslave 1991-1999, Torino, Einaudi, 2001;
Rastello, Luca, La guerra in casa, Einaudi, Torino, 1998 [libro importantissimo: umanamente, politicamente – direi di partire da qui];
Suljagić, Emir, Cartoline dalla fossa. Diario di Srebrenica, Beit, Trieste, 2010 (ed. originale 2005).
Ricordiamo inoltre il monologo teatrale A come Srebrenica – una storia di assedio, con Roberta Biagiarelli (testo di Roberta Biagiarelli, Simona Gonella e Giovanna Giovannozzi; regia di Simona Gonella; maestro di ispirazione e supervisione Luca Rastello), portato in scena dal 1998;
e, infine, il podcast Srebrenica, il genocidio dimenticato, di Roberta Biagiarelli e Paolo Rumiz, con la consulenza di Simone Malavolti e Azra Nuhefendić (https://podcasts.apple.com/it/podcast/srebrenica-il-genocidio-dimenticato/id1824430413). [molto ben fatto, e aggiornatissimo – luglio 2025]
Una buona guida per Sarajevo e la BiH è quella di Marco Vertovec, Sarajevo e la Bosnia Erzegovina, Odos Libreria Editrice, 2024.
Foto allegate dall’autore


