Sporca piccola borghesia

di Maurizio
Brotini

Leggendo e riflettendo sulla campagna messa prepotentemente su dal padronato italico, dal capetto che la guida, dalla pletora di giornali e TV al seguito, la prima sensazione, forse prepolitica, è di trovarci di fronte ad una costante nella storia di questo paese. Le caratteristiche quasi antropologiche di una classe dominante che mai seppe farsi dirigente e veramente nazionale, sempre pronta a ritirarsi in rendite di posizione, ad alimentare feroci e sconclusionate avventure coloniali, pavida nei confronti del fascismo così come fu ferocemente antioperaia, atlantista per convenienza, alimentata da risorse pubbliche e grondante di rendita prima immobiliare e poi finanziaria. Reparti confino e mancata innovazione, protetta dalla concorrenza internazionale per motivi geopolitici, governativa per vocazione, fascista e democristiana. Dalle modalità di costruzione dell’Unità nazionale al fascismo, clericale e bigotta prima, cosmopolita senza radicamento poi. Tanto insignificante nelle dinamiche globali quanto arrogante nel cortile di casa. Un tratto descritto dagli storici che hanno ben ripreso le tesi di Antonio Gramsci e diventato senso comune nella stagione del ’68 studentesco e del ’69 operaio. Cantata da Lolli, de Andrè e Gaber con parole che sembravano definitive. Come ebbe a dire Valentino Parlato del Manifesto: “Questa borghesia è illuminata finché qualcun altro paga la bolletta della luce”. Questo è lo scontro in atto nel paese, alimentato dalle parole eversive di attacco alla Politica ed al Sindacato dell’ex Presidente di Assolombarda: tutte le risorse che vengono dall’Europa debbono andare al sistema delle imprese senza alcuna condizionalità, perché solo l’impresa privata segna la via e conduce alla salvezza. Incurante del ridicolo, dei disastri dell’ideologia neoliberista, delle crisi sempre più ricorrenti di un meccanismo di accumulazione e di riproduzione sociale, di avere la responsabilità del dilagare del virus nei distretti industriali del Nord Italia. Anche le risorse per incrementare la sanità pubblica debbono essere dirottate al sistema delle imprese, non basta il taglio dell’Irap che finanzia la sanità, no. Vogliono tutto. Vogliono riaffermare il potere unilaterale dell’impresa nei luoghi di lavoro e nella società. Ed allora affermare la fine del contratto nazionale nel giorno stesso dei cinquant’anni dall’approvazione dello Statuto del Lavoratori non è solo cattivo gusto, ma rivendicazione di classe. Sì, di classe. Perché nella loro miseria questo stanno dimostrando la capacità di muoversi come soggetto collettivo che valorizza ciò che unisce rispetto a ciò che divide, individuando il nemico e mobilitando su parole d’ordine chiare e nette. Il loro ostacolo, paradossalmente, è questo Governo. Che a noi pare spesso inadeguato ma che per loro non è abbastanza prono. Perché ogni tanto baluginano i punti fondamentali per una nostra efficace controffensiva: il ruolo del pubblico e dello Stato imprenditore, un sistema legislativo di contrasto ai licenziamenti affiancato da un sostegno universale al reddito. Vogliono piegarci definitivamente e travolgere da destra questo quadro politico scaricando crollo del Pil e dei consumi in licenziamenti di massa e milioni di persone, lavoratori deboli e precari, letteralmente ridotti alla fame. Ad una crisi radicale occorrono risposte radicali, chiare, capaci di suscitare consenso e mobilitazioni a livello di massa, alternative a quelle di Confindustria. I primi due punti sono il prolungamento del blocco dei licenziamenti ed il sostegno al reddito per tutti i milioni di lavoratori, disoccupati, precari, contrattisti non rinnovati, lavoratori al nero ed in grigio, misure più celeri per gli ammortizzatori classici, come la possibilità di anticipi senza costi del tfr e delle risorse accumulate nei fondi pensione e negli enti bilaterali, e varo per almeno un biennio – suscettibile di essere reso stabile – di un reddito di quarantena a carattere universalistico. Dobbiamo togliere all’impresa ed alla destra l’acqua del disagio sociale, subito. Occorre una campagna di massa su questi temi che si sviluppo parallelamente al dibattito parlamentare, capace di contrastare le spinte forsennate dei soliti noti. Occorre rilanciare il tema della riduzione del lavoro a parità di salario lungo l’arco della vita: occorre redistribuire e qualificare il lavoro che c’è, sottraendolo ai continui ricatti ed all’incredibile situazione di moltissimi che non lavorano e chi lavora lo fa per orari ed intensità che vanno oltre i limiti contrattuali. Bisogna rinnovare i contratti nazionali di lavoro, non smantellarli come vorrebbe Confindustria per riportare l’unico livello di contrattazione a quello aziendale. Bisogna mettere più risorse sulla sanità pubblica, sulla previdenza, scuola università e ricerca. Sono necessarie leggi di accompagnamento alla ripubblicizazione dei servizi pubblici locali, dei beni comuni e dei monopoli naturali. Occorre, soprattutto, rilanciare il mercato interno e dotarsi di uno Stato Imprenditore, che sottragga all’impresa privata il determinare il cosa e il come produrre. Questa mi pare la sfida decisiva: lo Stato ed il sistema delle autonomie locali che determinano le scelte strategiche rispetto alla produzione di beni e servizi, reperendo risorse strutturali attraverso la lotta alle rendite ed una redifinizione progressiva dell’imposizione fiscale. Un’iniziativa radicale ed inclusiva, che stia dentro i termini dello scontro dell’oggi e capace di progettare un futuro diverso. Con la consapevolezza che senza un partito che rappresenti il Lavoro come classe generale la situazione resterà difficilissima, ma facendo ogni sforzo di intelligente umiltà affinché i deboli processi di riaggregazione molecolare, come avrebbe detto Gramsci, del campo della “classe più numerosa e più povera” possano – dentro questo passaggio – raggiungere un livello tale di quantità e qualità da poter innescare un vero e popolare processo costituente.

Il mondo dei padroni è ben rappresentato, diamo rappresentanza al nostro.


*Direttivo Nazionale Cgil

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1 Commento. Nuovo commento

  • Riccardo rifici
    3 Giugno 2020 19:23

    È vero serve una iniziativa “radicale ed inclusiva” , ed è anche vero che serve un forza politica adeguata alle necessità, che oggi manca. Bisogna cogliere l’occasione per unire i temi sociali con quelli ambientali

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