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Socialdemocrazia senza bussola

di Franco
Ferrari

di Franco Ferrari – Quale effetto potrà avere la sconfitta elettorale del Partito Laburista di Corbyn sull’insieme dei partiti socialdemocratici in Europa? La prima impressione è che possa rafforzare le tendenze più moderate e centriste o almeno questa è sicuramente la speranza di molti commentatori dei grandi media, soprattutto quelli di centro.sinistra, che hanno festeggiato lo scampato pericolo che la vittoria di un partito di sinistra con un programma di orientamento socialista potesse rappresentare un “cattivo esempio” anche per altri.

In questi stessi media si è notato un notevole cambiamento di “interpretazione” del voto del Regno Unito rispetto al referendum sulla Brexit. Allora, lo stesso elettorato popolare dell’Inghilterra profonda che oggi ha abbandonato il Labour per il “Get Brexit Done” di Boris Johnson e per gli stessi motivi, ovvero una radicale ostilità nei confronti dell’Unione Europea, era descritto con sommo disprezzo. Una popolazione di bifolchi gretti, ottusi e razzisti che si erano rifiutati di difendere il bel sogno dell’Unione Europea per consegnarlo ai loro figli. Questa tracotanza classista è improvvisamente scomparsa nell’analisi del voto del 12 dicembre. Anzi, tutta la colpa era di Corbyn, e non più degli elettori, perché aveva puntato su una pretesa ormai inconcepibile per questi commentatori e propagandisti: quella che un partito di sinistra possa anche proporre politiche di sinistra in materia economica e sociale, anziché genuflettersi di fronte al pensiero unico liberista.

La sconfitta di Corbyn deve invece essere inserita in contesto più ampio che vede la conferma della crisi della socialdemocrazia. Si può vedere dalla tabella sotto riportata che elenca i dati relativi all’ultimo risultato elettorale del partiti aderenti al Partito del Socialismo Europeo nei paesi dell’Unione (Regno Unito ancora incluso) che il Partito Laburista britannico resta uno dei più votati a livello europeo.

StatoPartitoUltime elezioni politicheNote
AustriaPartito Socialdemocratico21,2% 
BelgioPartito Socialista ValloneSocialdemocratici fiamminghi9,5% 6,7% 
CiproMovimento dei Socialdemocratici6,2% 
DanimarcaPartito Socialdemocratico25,9%Guida governo sostenuto da Alleanza Rosso-Verde 
FinlandiaPartito Socialdemocratico17,7%Guida governo di coalizione con l’Alleanza di Sinistra
Francia Partito Socialista7,4% 
GermaniaPartito Socialdemocratico20,5% 
GreciaMovimento Socialista Panellenico8,1% 
IrlandaPartito Laburista6,6% 
ItaliaPartito Democratico18,7% 
LussemburgoPartito Socialista Operaio17,6% 
MaltaPartito Laburista55,0% 
Paesi BassiPartito del Lavoro5,7% 
PortogalloPartito Socialista36,3%Governo monocolore di minoranza, fino alle ultime elezioni sostenuto da Blocco di Sinistra e Partito Comunista
Regno UnitoPartito Laburista32,1% 
SpagnaPartito Socialista Operaio28,0%In trattativa per la formazione di un governo di coalizione sostenuto da Unidas Podemos
SveziaPartito Socialdemocratico28,3% 
Europa centrale ed orientale   
BulgariaPartito Socialista27,2% 
CroaziaPartito Socialdemocratico33,8%Coalizione elettorale con partiti moderati
EstoniaPartito Socialdemocratico9,8% 
LettoniaPartito Socialdemocratico dei Lavoratori19,8%Nelle sue fila vi sono alcuni deputati del Partito Socialista (di fatto, comunista)
LituaniaPartito Socialdemocratico14,4% 
PoloniaAlleanza Sinistra Democratica12,6%Coalizione elettorale che include Razem, partito della sinistra radicale.
Repubblica CecaPartito Socialdemocratico7,3% 
RomaniaPartito Socialdemocratico45,5% 
SlovacchiaSocialdemocrazia28,3% 
SloveniaSocialdemocratici9,9% 
UngheriaPartito Socialdemocratico11,9%Coalizione che include un partito ecologista.

 Come si vede solo partiti di Paesi che non hanno una grande influenza sullo scenario europeo, come Malta e Romania, superano la soglia del 40%. Entrambi questi partiti, inoltre, sono stati attraversati da crisi recenti. Il Primo ministro di Malta Muscat è stato invischiato nella vicenda della giornalista assassinata perché impegnata a denunciare episodi gravi di corruzione. Il governo socialdemocratico romeno è stato deposto a seguito di un movimento popolare contro la corruzione che ha portato alla formazione di un governo formato da tutti i partiti di centro e di destra. Le recenti elezioni presidenziali hanno attestato la sua perdita di consensi.

L’unico partito socialista che dirige il governo e il cui seguito è cresciuto in misura significativa nelle ultime elezioni è quello portoghese che ha governato per alcuni anni grazie all’appoggio dei due partiti della sinistra radicale: il Blocco di Sinistra e il Partito Comunista. La cosiddetta Geringonça è terminata dopo le recenti elezioni in quanto il Partito Socialista ha rifiutato di sottoscrivere un nuovo accordo programmatico con il solo Blocco (e altri partiti minori), data la decisione dei comunisti di mantenersi le mani libere e di valutare il loro eventuale sostegno al governo socialista di minoranza sui singoli provvedimenti. Il socialisti, pur in minoranza in parlamento hanno più seggi della destra e quindi contano sull’improbabilità di una convergenza con i partiti di sinistra tale da scalzarli dal governo.

In Spagna, sempre se si riuscirà ad ottenere almeno la neutralità della sinistra catalana, Finlandia e Danimarca, i sociademocratici guidano governi (di minoranza o di coalizione) anche con la presenza o il sostegno di partiti della sinistra radicale. In altri paesi invece i socialdemocratici partecipano a coalizioni con i conservatori per lo più in posizioni subalterna come in Germania.

Molte sono le analisi e i tentativi di capire le ragioni della crisi della socialdemocrazia. I passaggi fondamentali della storia recente sono riconducibili ad alcuni momenti chiave. Alla fine degli anni ’50 la socialdemocrazia tedesca ha approvato la svolta di Bad Godesberg, con la quale ha deciso di trasformarsi da partito classista ispirato al marxismo in partito popolare, ovvero interclassista, di ispirazione social-liberale. La crescita dei partiti socialisti mediterranei, in paesi dove vi era una forte tradizione comunista come Francia, Spagna e Grecia, ha fatto intravedere per un breve momento la possibilità dell’emergere di un  nuovo socialismo, meno strettamente legato alla tradizione operaia e sindacale ma più radicale sia sui temi socio-economici che su quelli post-materialisti. In realtà una volta arrivati al governo si è assistito ad un rapido riallineamento su posizioni moderate.

L’ultimo tentativo di delineare una strategia egemone nella socialdemocrazia europea è stato portato avanti da Blair e Schroeder con la cosiddetta “Terza Via”, che prevedeva con l’adozione del pensiero liberista e il tentativo di trasformare i partiti socialdemocratici nel nuovo centro politico. Una strategia che è sembrata vincente per un breve periodo ma che ha portato al declino che sembra irreversibile della socialdemocrazia tedesca e al discredito del blairismo in Gran Bretagna soprattutto tra le classi popolari. Ora la socialdemocrazia, con la nuova leadership, tenta di invertire la rotta, spostandosi un po’ a sinistra ma con una timidezza che sembra ancora eccessiva.

Con la crisi che si è aperta nel 2008, i partiti socialdemocratici si sono trovati in una terra di mezzo nella quale non erano più portatori quanto meno di una visione critica del capitalismo senza nemmeno essere considerati i migliori gestori dello status quo. La loro base elettorale si è dispersa in diverse e contradditorie direzioni. Una parte di elettorato giovane e di ceto medio si è diretto verso i partiti ecologisti. La componente più di sinistra, che non ha gradito la svolta centrista e la vicinanza crescente alla grande impresa, si è rivolta ai partiti della sinistra radicale laddove questi hanno offerto una valida alternativa. Infine, un buon pezzo di elettorato tradizionale collocato nelle basse fasce di reddito e anche di bassa istruzione formale è stato incantato dalle sirene populiste e nazionaliste.

Il risultato è che la socialdemocrazia si muove a vista, senza riuscire ad individuare una direzione chiara che le consenta di ricostruire un blocco elettorale maggioritario come è stato in molti paesi europei nell’arco del dopoguerra. Una ricerca pubblicata nel 2019 dalla Friedrich Ebert Foundation dell’SPD[i] delineava quattro possibili strategie alternative: 1) il “corbynismo”, 2) il “macronismo”, 3) la progressista-libertaria, 4) la “piglia-tutti”.

Ai lati estremi dello spettro si collocano ovviamente le prime due. Il Labour si è spostato decisamente a sinistra e ha puntato sulla radicalizzazione dei temi socio-economici. Se al primo tentativo l’effetto elettorale fu positivo perché portò inaspettatamente il partito ad un 40% che non aveva più raggiunto da diverse elezioni, le elezioni del dicembre 2019, sono state assai più deludenti. Il voto è stato però fortemente condizionato dalla Brexit e dalla violenta campagna di denigrazione personale contro Corbyn, alimentata anche dalla destra laburista. Sembra improbabile che l’inevitabile cambio di leadership riporti il partito alle vecchie posizioni blairiane, dato che il contesto di crisi di lunga durata del capitalismo, non offre più le illusioni sulle quali si fondava la “terza via”.

Per quanto riguarda la strategia di Macron, che unisce politiche economiche e sociali apertamente di destra (precarizzazione del lavoro, allungamento della vita lavorativa e riduzione della copertura pensionistica per le classi lavoratrici, privatizzazioni, riduzioni fiscali per i benestanti e le imprese, ecc.) ad un vago progressismo sui temi civili e ad una retorica europeista, oltre ad essere tutt’altro che una strategia vincente, fuoriesce di fatto dallo stesso alveo socialdemocratico, fosse pure moderato. Il partito di Macron si è inserito al Parlamento europeo nel gruppo liberale. In altri paesi, solo Renzi, con la sua Italia Viva (che per ora vivacchia nei sondaggi)  si propone in questo momento di seguirne le tracce.

La terza strategia considerata dai ricercatori della Friedrich Ebert prevede uno spostamento in senso progressista del socialdemocratici sui temi detti post-materialistici, restando fermamente moderati su quelli socio-economici. Quando è stata perseguita, questa politica ha prodotto l’allontanamento di elettori appartenenti alle classi lavoratrici, soprattutto in direzione di partiti nazional-populisti di destra (e in misura minore anche verso sinistra), senza riuscire veramente ad espandersi nel nuovo ceto-medio più giovane e istruito, soprattutto laddove si riscontra la concorrenza dei partiti verdi.

La quarta strategia individuata è quella più tradizionale della socialdemocrazia post-Bad Godesberg, unisce posizioni moderatamente keynesiane sul piano economico e una linea più prudente sui temi di società, in modo da non perdere il contatto con gli elettori tradizionali. Non si può dire in verità che questa strategia, definita come catch-all (o pigliatutti) perché si rivolge ai diversi ceti sociali senza privilegiarne alcuno, abbia dato risultati significativi sul piano elettorale.

Al momento si registra una navigazione a vista, nella quale ci si muove fra le due strategie centrali, escludendo le estreme, senza che venga veramente sciolto nessun dilemma sul progetto politico, i ceti sociali di riferimento, le scelte degli alleati.

Un acuto commentatore come Faben Escalona[ii] ha segnalato che fra i vari dilemmi irrisolti dei partiti socialdemocratici vi è quello relativo alla integrazione europea. Come realizzare un rinnovato progetto socialdemocratico (di cui per ora non vi è traccia per altro) all’interno di un sistema istituzionale europeo “intrinsecamente conservatore”?  L’integrazione europea era sembrata un palliativo di fronte alla sconfitta della socialdemocrazia nei confronti di un capitalismo entrato nella fase liberale. Si è trattato di un “patto faustiano”, perché i socialdemocratici, nel tentativo di riguadagnare uno spazio di manovra hanno legittimato una struttura istituzionale che non era favorevole alle loro politiche tradizionali. La costituzionalizzazione della logica competitiva e di mercato e “l’integrazione negativa” hanno di fatto minato la possibilità di esercitare un qualche controllo del capitalismo, anche a livello continentale.

Si può aggiungere, alle considerazioni di Escalona, che la responsabilità della socialdemocrazia non è stata solo quella di aver accettato questa costituzionalizzazione ma, in diversi passaggi politici fondamentali, di averla anche promossa.


[i] André Kouvel, Yordian Kutiyski, Oliver Philipp and Arne Schildberg. (2019) Macronism, Corbynism, …huh?, Friedrich Ebert Stiftung, Berlino.

[ii] Saggio introduttivo in Jean-Michel De Waele, Fabien Escalona e Mathieu Vieira. (2013) The Palgrave Handbook of Social Democracy in the European Union, Palgrave-Macmillan, Basingstoke.

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