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Senza partito non c’è partita

di Franco
Ferrari

L’utilità del “partito politico” quale strumento necessario alla realizzazione della trasformazione sociale è stata messa in discussione da diversi punti di vista teorici già da qualche decennio. A questo specifico strumento di azione collettiva si sono volute sostituire nel tempo altre forme di aggregazione e mobilitazione, in particolare i movimenti sociali. Erano questi i possibili protagonisti del cambiamento, soprattutto quando si rimetteva in discussione la centralità dello Stato e del potere (secondo la formula di ispirazione zapatista del “fare la rivoluzione senza prendere il potere”). Ad un certo punto si è anche ritenuto che potessero emergere nuovi soggetti sorti dall’integrazione tra movimenti e partiti. Secondo un noto studio di Della Porta, Fernandez, Kouki e Mosca si era in presenza di “partiti-movimento”, individuati come esempi concreti in Podemos, Syriza e Movimento 5 Stelle (“Movement Parties Against Austerity, Polity, 2017).

Queste stesse formazioni politiche, oltre ad avere importanti differenze tra loro, hanno poi subito delle notevoli trasformazioni che in una certa misura li hanno avvicinati a forme partitiche più tradizionali. Naturalmente il punto di partenza è la definizione di partito che può essere molto ampia o più ristretta. Nella politologia si tende ad assumere la formulazione di Max Weber quale punto di partenza, come nel volume dedicato ai “partiti politici” di Donatella della Porta (Il Mulino, 2001). Il partito è un’associazione volontaria rivolta ad un fine deliberato sia esso l’attuazione di un programma avente scopi ideali o materiali, sia diretto ad ottenere benefici, potenza e pertanto onore per i capi e i seguaci.

Nella visione di Max Weber il partito agisce nella sfera della “potenza”, intesa come capacità di imporre il proprio volere anche contro la resistenza di altri soggetti. Nelle società capitalistiche occidentali, aggiunge Della Porta, i partiti sono associazioni che mirano a influire sulle decisioni politiche attraverso la conquista di cariche elettive e, a partire da queste, di posizioni di governo.

Queste definizioni del partito politico presentano diversi limiti, in particolare nella separazione effettuata da Weber tra sfera economica (nella quale agiscono le classi), sfera sociale (nella quale agiscono i ceti) e quella della potenza (nella quale agiscono i partiti). Dal punto di vista della tradizione marxista, i partiti non possono essere analizzati separatamente dall’azione delle classi sociali. Gramsci li definiva, con una formulazione che rischia una lettura un po’ troppo deterministica, come “nomenklatura delle classi”. Aggiungeva anche che i partiti potevano essere a volte solo frazioni di partiti maggiori destinati a venire riassorbiti in momenti di crisi. E aggiungeva la distinzione fondamentale tra “base di massa” e “base di classe” dei partiti stessi.

Una lettura diversa (Rokkan e Lipset), ma che in ogni caso non sconnette la dimensione politica da quella sociale, ha collegato la formazione delle grandi famiglie politiche europee all’emergere di fratture sociali di cui quella tra capitale e lavoro (che ha dato origine ai partiti socialdemocratici e poi a quelli comunisti) è una delle tante ma non quella fondamentale.

Nel tempo si è ritenuto che i partiti cambiassero caratteristiche in relazioni ai mutamenti dei sistemi politici e della partecipazione delle masse all’azione sociale. All’origine erano i partiti di notabili, quando il suffragio era ancora limitato, per poi diventare strutture basate su comitati che si attivavano soprattutto al momento elettorale. Emergeranno poi i partiti di massa, uno strumento politico che si afferma soprattutto con l’organizzazione del movimento operaio, a partire da quello che in una certa misura rappresentò un riferimento per tutti, ovvero il Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD).

Si può parlare, a partire da questo modello, di “partito ideologico di massa”. Una forma politica permanentemente strutturata, che dà vita poi ad una propria burocrazia, diffonde una “visione del mondo”, intesa come analisi della società e interpretazione del processo storico, che richiede di dare ampio spazio al dibattito teorico, punta ad una diffusione territoriale grazie alla presenza di iscritti e militanti e costruisce una rete di associazioni di massa che permette una influenza ancora più ampia sulla società. Si determina in questo modo un principio di appartenenza che va molto oltre al semplice sostegno elettorale.

Come sappiamo questo tipo di partito è entrato ampiamente in crisi per ragioni legate al mutamento del contesto sociale ma anche alla decisione delle leadership politiche di abbandonare quel rapporto tra visione della trasformazione sociale – analisi di classe della società – partito di massa. Questo è avvenuto in modi e in tempi diversi ma è stato poi interpretato come affermazione del “partito pigliatutto” che si rivolge indistintamente a tutto l’elettorato, che aspira principalmente a vincere le elezioni e arrivare al governo e a gestire in modi diversi ma fondamentalmente non antagonisti il sistema capitalistico.

L’affermazione del neoliberismo ha ridotto la capacità delle maggiori forze politiche di articolare politiche diverse sul piano socio-economico. Per una fase lunga c’è stata una relativa convergenza al centro degli schieramenti opposti, in particolare con l’adesione di gran parte della socialdemocrazia al paradigma neoliberista.

In Italia questo processo ha avuto caratteristiche peculiari dovute alla natura dei grandi “partiti ideologici di massa” (e in particolare la presenza del Partito Comunista Italiano) che sono stati agli inizi degli anni ’90 oggetto di una offensiva delle classi dominanti che vedevano nella presenza di partiti di massa un ostacolo all’inserimento nel processo di trasformazione strutturale imposto dal neoliberismo.

I mutamenti dei sistemi elettorali hanno perseguito volutamente la distruzione dei “partiti ideologici di massa” portatori secondo la lettura dominante di un eccesso di richieste al sistema. Nel caso della sinistra perché ancorate ancora ad una dimensione di classe, per quanto indebolita, nel caso del grande partito moderato-conservatore perché eccessivamente legato alla spesa pubblica e quindi fonte di sottrazione di risorse necessarie alla ridefinizione del sistema capitalistico entrato in una nuova fase.

Nei vari settori del centro-sinistra e della sinistra, anche radicale, si può vedere come la crisi del “partito ideologico di massa” abbia prodotto una serie di mutamenti. Il PD di Veltroni, nasce sull’idea di una possibile americanizzazione del sistema politico, con la trasformazione del bipolarismo in bipartitismo e il mutamento della natura del partito, apparentemente deideologizzato (anche la deideologizzazione è comunque una forma di ideologia) al punto da poter inglobare settori politici provenienti da visioni profondamente diverse e con la partecipazione ridotta al momento elettorale della selezione del ceto politico (le primarie). Il progetto veltroniano è sostanzialmente fallito e oggi il PD deve provare a ricostruire una qualche forma di identità e anche a darsi strumenti di relazione permanente con la propria area di consenso, come attesta tra l’altro il tentativo in corso di recuperare “L’Unità” abbandonata definitivamente nella fase renziana.

Il Movimento 5 Stelle, nato da una rottura di Grillo col centrosinistra, anche se attraverso un approccio populista e per certi versi qualunquista, ha raccolto un consenso elettorale trasversale, mettendo in discussione radicalmente l’idea del partito ideologico (rivendicandosi come post-ideologico) e di massa (con il tentativo di costruire il partito digitale). Oggi però si ridefinisce come partito progressista e ricostruisce forme di relazioni sociali di tipo partitico.

A sinistra si possono collocare nello stesso solco varie iniziative, sia quella di SEL coi tentativi di animare forme di mobilitazione diverse dalla struttura permanente partitica (ad esempio le “Fabbriche di Nichi”), sia le varie iniziative di “soggetto unitario e plurale” avviate, senza successo, da Rifondazione comunista. Come ho già ricostruito in un precedente articolo, le varie iniziative erano basate su teorizzazioni diverse e su ipotesi organizzative differenziate, per andare poi a caratterizzarsi sempre meno su una visione ideologica generale e solo sul tema delle alleanze di partito (il “mai col PD” come unico collante).

Si è ipotizzato un soggetto a metà, in cui si escludeva la dimensione politico-ideologica perché non c’era una base comune, per concentrarsi su quella politico-programmatica ed elettorale ed anche la definizione di uno strumento politico “a bassa soglia di ingresso”. Il problema che la “bassa soglia di ingresso” determina anche un altrettanto bassa soglia di uscita e quindi la difficoltà di creare una relazione affettiva con il soggetto politico, definito dal fatto di non essere un partito, pur assumendone quasi tutte le funzioni (come nel caso di Unione Popolare).

Se guardiamo allo scenario europeo a me pare che si assista ad un certo rilancio dell’idea di partito, dotato di una dimensione ideologica (ad esempio il richiamo al socialismo come fine del processo di trasformazione sociale), e ad una adesione e presenza militante sui territori. Un partito che cerca di unire un certo grado di pluralismo interno dentro però una cornice che lo renda riconoscibile e appetibile a potenziali nuovi iscritti soprattutto giovani. E anche un partito che prova a ridefinire una visione classista, partendo dalla convinzione che una forza politica che voglia avere una funzione storica, politica e sociale debba collocarsi dentro una frattura sociale importante.

Il nesso dimensione ideologica-frattura sociale diventa quindi decisivo sia per evitare la frammentazione tipica dell’estrema sinistra, sia la ricostruzione di un legame con la società e i suoi cambiamenti.

Considererei un segnale di questa possibile tendenza la ripresa della Linke tedesca, con il raddoppio degli iscritti, il richiamo al socialismo come prospettiva e la rivendicazione della sua natura di classe. Anche se quest’ultima, come mostrano le analisi elettorali e anche la composizione del partito, mostra uno spostamento dai settori popolari più tradizionali (i cosiddetti “perdenti” della globalizzazione) ad altri di nuovo proletariato istruito che ridefinisce la propria identità non solo sul terreno socio-economico.

Si possono collocare nello stesso filone anche i successi del PT Belga e, almeno in alcune realtà come quella ormai nota di Graz, del Partito Comunista Austriaco. Secondo la rivista USA, Jacobin, vicina ai Democratic Socialists, si tratta di rilanciare l’idea del “mass workers’ party”, con tutte le inevitabili e auspicabili innovazioni teoriche politiche e organizzative rispetto alle esperienze del passato, ma che col passato mantiene un legame identitario e affettivo.

Almeno in Europa occidentale sembrano declinate quelle esperienze di soggetti fondati sull’aggregazione di partiti e singole individualità. Sopravvive Izquierda Unida che però non riesce ad essere quello che il suo nome promette ed è un’organizzazione che di fatto agisce come partito, mentre l’ultimo tentativo di coalizione (Sumar) che cercava di riunire i frammenti è fallita.

In Francia non ha funzionato il Fronte de Gauche ed è interessante notare che la stessa France Insoumise, nata con la teorizzazione del “partito gassoso”, si muove oggi come un soggetto politico molto strutturato. In una prima fase Melenchon non aveva dato importanza alle elezioni amministrative, ritenendo che tutta la partita vera si giocasse nelle elezioni presidenziali e per questo fosse più utile una forma politica tutta orientata a sostegno del candidato. Con le ultime amministrative ha invece puntato sul radicamento territoriale, condizione necessaria per una mobilitazione organizzata da attivare per la lunga campagna elettorale presidenziale. La France Insoumise è ormai più partito che movimento e, per certi aspetti anche fortemente gerarchico (dal leader al gruppo parlamentare e ora agli eletti locali). Una delle ragioni che hanno condotto Melenchon a ridefinire la natura organizzativa della France Insoumise è stato il rifiuto assoluto del correntismo, di cui aveva fatto l’esperienza diretta nei suoi decenni di militanza socialista. Chi ha provato ad aprire un dibattito pubblico sulle scelte del partito si è trovato escluso senza che ci fosse bisogno di alcuna procedura interna, men che meno di qualche Commissione di garanzia.

Anche se l’esito della svolta del Congresso di Montecatini del 2025 è ancora incerto, possiamo considerare la scelta del PRC di abbandonare la strategia del “soggetto unitario e plurale” perseguita per quasi un ventennio, per rilanciare la propria autonomia strategica, politica e organizzativa come parte di questa tendenza più generale. Mentre alcune organizzazioni dell’estrema sinistra continuano a ipotizzare forme politiche più fluide come “campi politici”, “spazi pubblici”, “soggetti collettivi”, ecc.

Il contesto nel quale si agisce, come ho sostenuto in articoli precedenti, non è più caratterizzato dalla convergenza al centro del sistema da parte dei grandi partiti di centro-sinistra e di centro-destra, ma quello di una polarizzazione determinata dall’emergere di una destra autoritaria con tratti di fascismo e dalla radicalizzazione nella stessa direzione della destra tradizionale.

Una destra sulla quale segnalo, tra le tante analisi, quella recente di Mark Leonard, sul sito dell’European Council of Foreign Relations (“The New Right: Anatomy of a Global Political Revolution”, febbraio 2026) che respinge l’idea che questa nuova destra sia solo nostalgica. Semmai essa dispone “di un’analisi della fase, ha costruito una nuova coalizione di classe, conduce un’agenda politica unificata focalizzandosi sulla cultura nazionale e usa i nuovi sistemi di comunicazione digitale con una destrezza che manca al vecchio mainstream”. Può essere curioso ma anche indicativo che diversi intellettuali di riferimento di questa nuova estrema destra dichiarino di avere “studiato Lenin”, ovviamente per andare in direzione del tutto contraria. Leonard conclude che per battere questa destra occorre mettere in campo un “contro-progetto rivale ed ugualmente ambizioso”.

Questo contro-progetto ha bisogno di quella che Gramsci definiva come una “forza permanentemente strutturata”, ovvero del “partito politico”, seppure diverso da quello che aveva definito come “moderno Principe”.

Franco Ferrari

 

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