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Se sia giusto e necessario amare Israele

di Luciano
Beolchi

In risposta a un articolo di Carlo Ginzburg sul Manifesto del 26 ottobre 2025 –

Sionismo. Il genocidio è un crimine collettivo promosso da un’ideologia che lo giustifica. Nel caso degli ebrei israeliani questa ideologia è il sionismo. Attraverso lo stato ebraico di Israele il sionismo si arroga il titolo di rappresentante univoco e indiscutibile di tutti gli ebrei del mondo, intendendo con ciò renderli complici del progetto genocidario ed è con questo il maggior propugnatore e giustificatore di antisemitismo nel mondo. Il sionismo proclama la superiorità etnico religiosa di un popolo nazione e pretende che tutti gli appartenenti a quel popolo nazione, anche coloro che considerano l’ebraismo una religione e una tradizione culturale, sostengano un programma di supremazia razziale e di pulizia etnica in nome di un doveroso amore per la madre patria; e poco importa in fondo che se ne vergognino o meno.
In Israele il contagio sionista si allarga a settori sempre più ampi della società civile che diventano complici attivi e partecipi del genocidio. Non più solo le forze di sicurezza, gli agenti di custodia, le brigate sterminatrici e i torturatori professionisti, i deputati e i magistrati; ma anche gli elaboratori informatici, giuristi, imprenditori, storici, archeologi, medici, psichiatri, banchieri, commercianti, trasportatori, contadini, muratori vi prendono parte attivamente ciascuno nel proprio campo mentre l’esercito funziona da addestratore di massa al genocidio medesimo i cui singoli atti, rigorosamente separati gli uni dagli altri, vengono classificati e giustificati come operazioni contro obiettivi militari. Le vittime civili per gli ebrei israeliani, quelli per i quali ancora esiste una differenza tra palestinesi combattenti e non combattenti, diventano e sono accettate come danni collaterali.
Partecipano al genocidio in forma organizzata e consapevole le università e i centri di ricerca come pure gli istituti di trapianti che vendono ai pazienti americani gli organi strappati ai detenuti palestinesi. E naturalmente quanti in tutto il mondo forniscono armi e denaro perché il genocidio si compia.

Massacri, genocidio o operazioni militari? Che cosa significa insegnare ai soldati che non si devono preoccupare, non devono coltivare sensi di colpa anche se fanno strage di civili?
Gli Einsatzgruppen erano gruppi mobili costituiti dai nazisti prima dell’invasione della Russia per il sistematico sterminio degli ebrei, dei comunisti, degli zingari e degli slavi. Uno dei principali responsabili dell’operazione, il generale von dem Bach-Zelewski spiegò durante il primo processo di Norimberga che in fondo non era importante se le vittime erano ebrei, comunisti, zingari o semplici civili russi. Bisognava sterminare trenta milioni di slavi per fare posto ai tedeschi. E avrebbe potuto aggiungere: c’eravamo anche riusciti, se solo gli americani ci avessero permesso di vincere la guerra. Gli Einsatzgruppen avevano come obiettivo la soppressione di trecentomila persone ciascuno, obiettivo che fu peraltro superato da tutti i gruppi entro la fine del 1941. Tuttavia il ritmo restava troppo lento e il lavoro troppo costoso rispetto all’obiettivo generale. Si aggiunga a questo, come aveva fatto notare lo stesso Bach-Zelewski a Himmler durante un’ispezione di quello sui luoghi dell’operazione, che il lavoro era “faticoso” e incideva profondamente e in maniera deleteria sulla psiche degli esecutori. Lui stesso, quasi a conferma della giustezza di quell’osservazione, fu ricoverato per sei mesi all’inizio del 1942 per una forte depressione associata ad allucinazioni ed incubi: bisognava inventare qualcosa di nuovo e quel nuovo furono i campi di sterminio, la camere a gas, i forni crematori e la soluzione finale.
L’IDF nel compiere il suo genocidio ha dovuto prevedere problemi simili, che cioè al genocidio potesse seguire un’epidemia di postwar syndrome tra i militari che l’avevano compiuto. Per questo la parola stessa fu cancellata: si trattava di singoli obiettivi militari da raggiungere anche a costo di gravi danni collaterali. L’esperienza aveva insegnato però che la cosa più importante era tenere i soldati più lontani possibile dalla scena del crimine. In questo l’aiuto dell’informatica e dell’AI, dei droni e delle uccisioni a distanza si è rivelato determinante. Si possono uccidere cento-centocinquantamila persone senza bisogno di sparargli il colpo mortale alla testa e senza asfissiarle coi gas in un campo di sterminio. I sionisti dopo Gaza possono essere soddisfatti: in fondo sono riusciti a farlo tenendosi fisicamente lontani dai luoghi dell’eccidio e senza ricevere la più piccola sanzione internazionale, ma anzi l’encomio e l’appoggio delle nazioni più ricche e potenti del globo, a dimostrazione che quello che si è fatto per 150.000 si può fare per un milione in Cisgiordania o in Iran 

L’uso delle parole. Secondo Ginzburg è indifferente usare la parola massacro o la parola genocidio. Eppure Ginzburg è uno storico di grande valore e dovrebbe riconoscere l’abisso che c’è tra uno o anche una serie di crimini individuali (massacri) e un unico crimine collettivo imputabile non a singoli individui, ma a un’intera comunità, a uno stato e a un governo, qual è il genocidio. Onestamente, detta da lui, anche se un po’ codardamente la prende in prestito da una superstite all’olocausto, la cosa sembra più una presa in giro che un’argomentazione seria. Questi nemici dichiarati di Netanyahu e della destra però non parlano mai del sionismo, delle sue organizzazioni, dei suoi tentacoli e si limitano a parlare di Netanyahu che è un ottimo capro espiatorio, come Ben Gvir del resto. Non trovano mai parole che spieghino la resistenza palestinese e quando ne parlano è solo per sottolineare colpe ed errori, ma mai il suo diritto di esistere. E se dovesse esistere – ma è meglio di no – che sia inerme.

Quando comincia il passato. “Il passato è rappresentato dall’orrendo pogrom del 7 ottobre organizzato da Hamas e dalla risposta criminale, accompagnata da strage di civili, adulti e bambini, decisa da Netanyahu”. Questo ci spiega Ginzburg. Cosa c’è di sbagliato in questa considerazione? Innanzitutto un passato che comincia il 7 ottobre 2023, come se tra lo sbarco dei primi coloni ebrei nel 1881 e quella data niente fosse successo.
Alle richieste precise basate sui fatti che giustificano la rottura con gli istituti scientifici israeliani Ginzburg risponde con una apologia generica del valore della cultura e aggiunge che troncare i rapporti con le università di Israele sarebbe pazzesco: “questa proposta che si ripete da anni si inscrive oggi in un antisemitismo crescente alimentato (corsivo nostro) dagli orrori di Gaza”. Dobbiamo confessare che questa frase non ci risulta chiara. Vuol dire che le uccisioni, il genocidio di Gaza – lo chiami pure come crede – giustificano la crescita dell’antisemitismo? Difficile da credere. O vuole dire che i sostenitori del diritto alla vita del popolo palestinese approfittano dei massacri per alimentare l’antisemitismo?
L’antisemitismo è un fenomeno ripugnante che niente può giustificare. Però vogliamo dire con chiarezza che in questo momento chi ha più interesse a sollecitare una crescita dell’antisemitismo è il sionismo, che lo promuove e lo stimola consapevolmente e lo fa con lo scopo evidente di assumere la rappresentanza di tutti gli ebrei, che si riconoscano o meno nella supremazia di Israele, ma che sarebbero tutti quanti esposti allo stesso pericolo, un antisemitismo tutto da cercare nella sinistra filopalestinese, in quello che i francesi, come sempre grandi anticipatori linguistici, chiamano islamo-gauchismo. 

Gramsci odiava gli indifferenti. Gli indifferenti sono moralmente abietti, ma quanto meno non ti prendono per il naso, appunto perché sono indifferenti a tutto ciò che non riguarda il loro personale benessere, ivi compreso il tuo naso.
Diverso è il caso dei sepolcri imbiancati, dei finti innocenti che lavorano attivamente per il male. Il loro compito è occultare, nascondere, modificare. Negare l’evidenza e negare l’esistenza delle prove per il semplice fatto che le respingono. Quelli che pensano che in guerra ci andranno solo i professionisti e che la guerra resterà comunque lontana, molto lontana da loro.

Gli addestratori di criminali. La tesi fondamentale degli addestratori di criminali è che non si può parlare di crimini di guerra, ma solo di obiettivi militari e di azioni militari. Purtroppo questi obiettivi militari – con il che in genere s’intendono esseri umani, persone vive – vivono in mezzo ad altre persone e siccome debbono essere comunque soppresse si calcola quanti morti giustifichi il raggiungimento dell’obiettivo. E che succede se i morti invece dei previsti venti sono ottanta? E se l’obiettivo non era nel posto indicato, come è successo in Qatar? Non succede niente, assolutamente niente. Il che significa che il numero così scrupolosamente indicato è puramente mistificatorio, tale e quale quello delle testate nucleari che sedicenti esperti chiamano chissà perché tattiche anche quando hanno potenza dieci, venti, cento volte superiore a quella di Hiroshima.
A chi dice che ottant’anni di resistenza dimostrano l’inutilità della resistenza armata si può rispondere che 130 anni è durata la resistenza algerina all’occupazione francese e 700 quella irlandese agli inglesi, ma alla fine gli uni e gli altri se ne sono dovuti andare.
Se il popolo palestinese è sopravvissuto, se non è stato disperso, se gode del rispetto di popoli e nazioni è grazie a quella resistenza pluridecennale contro un nemico così forte, così brutale e sanguinario.
Non tocca certo a noi dire agli uni o agli altri quello che devono o dovrebbero fare ed è evidente che il giudizio e il rapporto con Israele sono più complessi per gli ebrei di tutto il mondo, compresi gli ebrei che vivono in Israele, è più complesso che per tutti coloro che ebrei non sono. Nel suo articolo Ginzburg propone come originale un punto di vista che tanto originale non è. Dice cioè che si può amare qualcosa o qualcuno – in questo caso Israele – anche quando se ne abbia vergogna. Non è un concetto nuovo. In fin dei conti è quanto gli americani nazionalisti conservatori propongono da un paio di secoli_ right or wrong this is my country. È anche il tema di fondo di un libro che Gad Lerner ha pubblicato qualche mese fa: bisogna amare Israele1.

Amare ciò per cui si prova vergogna. Dunque si può amare un paese anche se ce ne si vergogna. Quindi hanno ragione i sionisti quando dicono che Israele è il paese di tutti gli ebrei e che tutti gli ebrei si debbono riconoscere in Israele. Tutti gli ebrei lo debbono amare, differenziandosi solo tra quelli che se ne vergognano e quelli che ne fanno un vanto. E con questo s’intende tra l’altro l’Israele degli ebrei, dove si auspica che vivano solo ebrei. Dei due milioni e passa di palestinesi che vivono in Israele stato ebraico, in quella che era prima la loro Palestina, non si parla.
Amare qualcuno, anche se ha commesso crimini orrendi e ingiustificabili, è nella storia dell’umanità. Lo sentono come un dovere (ecco il “bisogno”) anche i genitori di efferati criminali che pensano anche di capire tutte le sofferenze e il dolore che hanno provocato le persone cui sono strettamente legati e tuttavia sentono come un dovere quello di non abbandonarli, di sostenerli anzi, in circostanze che non avrebbero voluto vedere. Qui però non si sta discutendo di un caso personale, si sta discutendo di un genocidio, ossia di un crimine collettivo cui sono collegati un’infinità di crimini individuali.

La lotta al sionismo come la lotta al fascismo. Cadono nel 2026 novant’anni dal colpo di stato dei generali spagnoli fascisti e traditori contro la legittima Repubblica spagnola. A sostegno della Repubblica partirono decine di migliaia di volontari – quasi quarantamila – dalla Francia, dalla Germania e dall’Italia. Partirono per combattere il fascismo spagnolo, ma anche quello italiano e quello tedesco che sostenevano sul terreno i generali spagnoli nel loro progetto di instaurare anche in Spagna una dittatura fascista. Si scontrarono – e vinsero – anche con le truppe “volontarie” che il regime fascista aveva inviato in Spagna e che a Guadalajara furono messe in fuga dalle brigate internazionali e in particolare dal Battaglione Garibaldi formato da italiani. Molti di loro erano esuli, specie italiani e tedeschi che avevano già combattuto il fascismo nei loro paesi.
Qualcuno vuol dire che quegli operai-soldati erano gente che non amava il suo paese? Che De Rosa, Rosselli, Vidali, Berneri, Picelli, Pesce e Longo non amassero l’Italia? O forse che l’amavano di più i figli e il fratello di Mussolini, Ciano, Starace, Bottai, Montanelli e Farinacci che avevano da poco sterminato gli abissini a suon di gas e di bombardamenti terroristici, di forche, stupri e fucilazioni?
Ecco che il paragone che si faceva prima con il genitore che persiste nel suo amore per il figlio delinquente non regge più. Quei soldati-operai combatterono in armi un’ideologia e un regime sterminatori che dopo aver “regolato i conti” con il movimento operaio e sindacale affossando la democrazia e la libertà nel proprio paese, aveva mostrato la sua natura imperialista e razzista aggredendo l’Etiopia in nome della superiorità razziale e del diritto dell’imperialismo italiano di fare quello che avevano già fatto gli altri imperialismi europei.
Come insegna la lotta al fascismo o si è a favore o si è contro. Le posizioni cosiddette intermedie o neutrali finiscono per favorire il fascismo come accadde al tempo della guerra di Spagna, dove di fronte al fascismo aggressore imperialista e razzista chi teneva una posizione di mediazione, allora detta di non intervento, furono Francia, Inghilterra e Stati Uniti che sono stati storicamente i complici del fascismo.
La lotta al fascismo è stata una lotta civile globale. Alcuni l’hanno capito prima, altri dopo. Lo stesso vale per la lotta al sionismo, che è come il fascismo un’ideologia criminale e sterminatrice. E dunque, vale per gli ebrei come vale per tutti: o si è a favore o si è contro. Ci diranno: ma noi siamo contro il sionismo e il suo regime. È falso. Il regime imperialista e sciovinista si combatte stando dalla parte di quelli che lo combattono e non cercando mediazioni che il sionismo rifiuta per principio e chi è in prima linea nel combattere il sionismo imperialista e fascista se non la resistenza palestinese e quella libanese e i milioni di persone che le sostengono in ogni parte del mondo?

A chi tocca decidere? La questione, drammatica, di cosa debbano fare i sionisti posti di fronte all’alternativa tra cambiare opinione e comportamenti o andarsene non va posta ai popoli colonizzati, ma ai colonizzatori.
Quattro secoli fa i coloni europei misero piede in Sudafrica dove stabilirono un feroce regime di oppressione coloniale che nel secondo dopoguerra divenne il regime di apartheid che abbiamo conosciuto. Furono sconfitti e fu la storia a chiedergli se volevano cambiare idea o volevano andarsene o tornare dove erano partiti. Nel 1993 dissero che erano pronti a cambiare idea e che intendevano restare in Sudafrica.
Trent’anni dopo costituiscono il 10% della popolazione sudafricana e avanzano pretese di autonomia bianca per le provincie del Capo; i neri sono inferiori, dicono, non sanno governare, sono intellettualmente inferiori. Lasciate fare a noi.
Vuol dire che non hanno cambiato idea e che la questione non è chiusa, ma è a loro e non ai popoli africani che bisogna di nuovo domandare se vogliono cambiare idea o vogliono andarsene. La questione si pone di nuovo in quei termini e solo in questi termini può essere risolta.

Luciano Beolchi

  1. Gad Lerner. Gaza. Odio e amore per Israele. Feltrinelli, 2024.[]
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