Sono passati quasi dieci anni da quando Alessandro Leogrande è scomparso, nel 2017. Un tragitto esistenziale, etico, culturale, politico e sociale denso come il suo – durato quarant’anni – comprende esperienze, spunti, acquisizioni che interrogano profondamente il nostro oggi e in modo particolare chi si propone, in vari modi e inflessioni, di leggere il mondo e la società per cambiarli.
In prossimità del decennale della sua scomparsa, sono stati pubblicati due libri importanti: Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande. Inchiesta, impegno, militanza (Altreconomia, Milano 2026) e Alessandro Leogrande fra letteratura e inchiesta. Scrivere per i vinti (Carocci, Roma 2026). Il primo testo, di Marco Gatto, si propone di presentare problematicamente l’itinerario complessivo di Leogrande, riuscendo a ricostruirne una biografia intellettuale; il secondo volume, a cura dello stesso Gatto e di Bernardo De Luca, ripercorre quel tragitto per affondi monografici, dedicati ad alcuni filoni analitico-interpretativi o a singole opere. Ne risulta, a consuntivo, una forte complementarità tra i due testi, sostenuta da continui rinvii che aiutano a delineare la fisionomia di questa presenza inquieta.
L’uso dell’aggettivo “inquieto” (non limitato o riferito solo al ripensamento del meridionalismo, come si vedrà) risulta secondo me appropriato, in quanto ritrae bene l’operato critico di Leogrande, “non riconciliato”, lucido, spietato e al contempo seriamente riflessivo. Ma occorre riconoscere che anche questi due volumi hanno dalla loro parte un grande rispetto per l’oggetto delle loro analisi – appunto, Leogrande stesso – che li tiene lontani da esiti agiografici di comodo o da riletture fuorvianti e strumentali.
La principale parola-chiave, quando si guarda alla sua esperienza culturale complessiva, è a mio parere “inchiesta”, che non casualmente torna nei titoli o nei sottotitoli dei due testi. Negli interventi di Leogrande questa metodologia analitico-compositiva, e ancor prima questa postura, si concretano in modi originali. Che si tratti delle indagini sul caporalato o sullo speronamento della Katër i Radës o sulla deindustrializzazione di Taranto – accompagnata dalla feroce destrutturazione neoliberista del tessuto sociale e politico locale –, così come per gli altri temi da lui affrontati, questo approccio si è progressivamente affermato, nel suo procedere argomentativo, con sempre maggior padronanza ed efficacia.
Alla sua origine c’è sicuramente l’assimilazione meditata del meridionalismo critico di Fiore, Scotellaro, Russo, Salvemini, Dorso e Rossi-Doria, nonché del contributo di Gramsci, ma d’altra parte sono evidenti anche i legami con le ricerche di Fofi e Montaldi. Leogrande rinnova, in modo creativo e adeguato, la tradizione dell’inchiesta sociale italiana del secondo dopoguerra[1] nelle sue varie versioni, da quelle più sociologico-accademiche a quelle militanti, incluse quelle di Panzieri e dei “Quaderni rossi”, in cui faceva le sue prove la metodologia della “conricerca” e nelle quali si metteva in pratica la vitalità dell’affermazione del Mao di Contro la mentalità libresca (1930) secondo cui “chi non fa inchiesta non ha diritto di parola”. Però nelle pagine di Leogrande si apprezza un’inflessione particolare dell’inchiesta, definibile in vari modi (“inchiesta sociale a trazione narrativa”[2], “sociologia narrativa delle classi sociali”[3], “reportage narrativo”[4], “racconto-inchiesta”[5]). Come si vede, l’aggettivo “narrativo” o il rinvio al racconto ricorrono in tutti e quattro le formulazioni, ma si deve subito precisare che Leogrande è consapevolmente lontano dall’uso postmoderno della narrazione, in particolare di quella applicata ad ambiti comunicativi e più specificamente giornalistici, come modalità espressiva avalutativa, affidata a uno “storytelling” anodino, all’estroflessione dell’io del soggetto scrivente, deliberatamente irrelato rispetto al contesto e ai soggetti coinvolti e proiettato in una performatività che si astiene da ogni considerazione dei rapporti di forza e dalla dialettica sociale[6].
Se narrativo è l’impianto di Leogrande, lo è perché egli si affida, grazie a una sapiente “mediazione” (altro termine-chiave introdotto da Gatto), a un’esposizione che dà anima e corpo appunto all’inchiesta come “terra di mezzo”. Questa definizione è di Leogrande stesso e rinvia ad alcuni fenomeni generativi: da un lato, la caratterizzazione dell’inchiesta come crocevia tra discipline diverse[7] e, dall’altro, con altrettanta consapevolezza, l’attenta commisurazione reciproca di forme espressive e di contenuti. Insomma, l’inchiesta vive costitutivamente di una relazione dialettica soggetto/oggetto da cui sono escluse le assolutizzazioni o le svalutazioni di uno dei due poli, così come i loro usi estetizzanti, anestetizzanti, strumentali o funzionali a un’apologia dello statu quo. In questo senso, Leogrande riprende creativamente precedenti autorevoli come quelli di Kapuściński, Aleksievic e Langewiesche[8], ma al contempo fa tesoro anche della lezione di Rastello[9], che trovo particolarmente vicina a lui.
Un secondo nodo tematico rilevante, ben affrontato nei due libri anche nelle sue implicazioni, è quello del soggetto che prende la parola nei testi di Leogrande. Scrivere per i vinti è appunto il sottotitolo di uno dei due volumi; la locuzione rinvia chiaramente a un soggetto collettivo, a cui Leogrande fa largo in modo rispettoso: le classi subalterne, indagate nella loro costituzione materiale, nei loro bisogni, nei loro diritti, duramente negati oggi come ieri. Il termine “vinti”, per rifarsi anche qui alla riconsiderazione critica della tradizione del meridionalismo, rimanda indiscutibilmente a un’accezione verghiana, quella che si era addensata intorno al ciclo narrativo iniziato dai Malavoglia. Ma da quel termine, che una recente rilettura ha problematizzato intelligentemente[10], è d’obbligo risalire, per via di ascendenze culturali e politiche, a un riferimento ben più corposo: la “tradizione degli oppressi”, rivalutata da Benjamin e rivisitata con fedeltà e cura da Leogrande, che ne fa un asse portante della sua posizione. “Le rivoluzioni vanno fatte per i vinti di ieri, per chi non ha più voce, non solo per i vivi. Le rivoluzioni vanno fatte per i morti”[11], affermava Leogrande, riferendosi ai “morti per la fatica e per le sofferenze patite. I morti di tutte le lotte, utili e inutili, di questa terra. I morti ammazzati per essersi ribellati. I morti ammazzati ancor prima di essersi ribellati. I morti che nessun libro di storia, nessun articolo di cronaca ha mai menzionato. Coloro che nessuno ricorda”[12].
La “tradizione degli oppressi” è la “porta stretta” per la quale entra potentemente il tema della “rammemorazione”, così cara a Benjamin. Un “fare memoria” non rituale o formalistico (torna qui una consonanza significativa con Rastello, per la sua polemica contro il “feticcio della memoria”[13]), che consente l’irruzione potente del passato – anche di quello prossimo, così tragico –, rimosso o represso con cruda violenza fisica e simbolica dalle classi dominanti, e che appare nei due testi con significativa ricorrenza[14]. Leogrande attribuisce una notevole rilevanza alla presa di parola diretta da parte dei subalterni, visti come testimoni e non come vittime, reagendo alla “naturalizzazione vittimaria” evidenziata come fenomeno negativo da Giglioli[15], perché porta a quella contraffazione e a quella strumentalizzazione insieme pietistica e impolitica dei “vinti”, così diffusa nei media contemporanei[16].
Eppure – e qui di nuovo subentra un potenziamento dialettico – il pur essenziale ricorso alla “rammemorazione” non basta a Leogrande. “Perché alla restaurazione della memoria, cui un testo letterario contribuisce, deve potersi accostare un’altra, persino più importante, necessità, quella di ‘ricostruire la presenza della lotta’ e di ‘reinterpretare il campo su cui è andata in scena’, per riproporne, se occorre, le ragioni, certo, ma anche e soprattutto per riviverlo storicamente, per farlo riemergere al di là dell’oblio e renderlo presente”[17].
“Farlo riemergere al di là dell’oblio e renderlo presente”: ecco un nesso, un impegno “situato” che ci riguarda tutti e tutte, della cui individuazione dobbiamo essere grati ad Alessandro Leogrande.
Stefano Nutini
[1] Su questo tema, rinvio al volume collettivo a cura di E. Pugliese, L’inchiesta sociale in Italia, Carocci, Roma 2009.
[2] M. Gatto, Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande, cit., pp. 25, 49, 118.
[3] Ivi, p. 92.
[4] Ivi, pp. 123, 125, 127.
[5] Questa specifica definizione è fornita da Leogrande stesso ne Il naufragio. Morte nel Mediterraneo, Feltrinelli, Milano 2011.
[6] “[…] i processi di ‘narrativizzazione’ del giornalismo – una spolverata di bellettrismo qua e là, uno sprofondamento occasionale nell’emozione, ‘una spruzzata esotica di «vita reale»’ specie di fronte a situazioni di grande complessità, ovviamente semplificate per effetto di un sentimentalismo espressivo che trasforma l’Io in un pruriginoso centro di trepidazione – vanno a detrimento del giornalismo stesso e producono ibridazioni per nulla fruttuose dal punto di vista conoscitivo” (M. Gatto, Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande, cit., pp. 123-124).
[7] “Definire cosa siano l’inchiesta o il reportage oggi è molto difficile, perché eterogenei sono gli approcci e i risultati. Alcuni li definiscono metagiornalismo, altri paraletteratura: insomma qualcosa che è sempre a lato, al di qua o al di là di qualche ‘corrente centrale’ che si è andata definendo nel corso del Novecento. Il fatto è che esiste una vasta terra di mezzo, all’incrocio tra letteratura, sociologia, storia (storia del passato prossimo e storia del presente che si fa), antropologia, giornalismo (ma potremmo aggiungere anche urbanistica, ecologia, psicologia, medicina eccetera): è possibile praticarla, aggirarsi al suo interno, mescolando i generi, dilatandoli e rivoltandoli, facendoli reagire l’un con l’altro” (A. Leogrande, “Modelli e metodi nella pratica di inchiesta”, in S. Laffi (a cura di), Le pratiche dell’inchiesta sociale, Edizioni dell’Asino, Roma 2009, pp. 161-162).
[8] F. Romito, “Né qui, né altrove, ovunque. Appunti per ri-abilitare il lavoro di Leogrande”, in M. Gatto, B. De Luca, Alessandro Leogrande fra letteratura e inchiesta, cit., p. 38 n. (dove viene ripreso il seguito della citazione da “Modelli e metodi nella pratica di inchiesta” presente supra, nella nota 7). Il riferimento a questi autori si trova anche in Gatto, Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande, cit., p. 119.
[9] Gatto accenna a Rastello, sia pur tangenzialmente (ivi, p. 120), ma forse il rapporto di quest’ultimo con Leogrande meriterebbe ulteriori approfondimenti. Mi sembra opportuno segnalare a tal proposito una raccolta di testimonianze su di lui (disponibile solo online): AA.VV., Dieci anni senza Luca Rastello. Una voce ancora necessaria, Altreconomia, Milano 2025.
[10] R. Castellana, Lo spazio dei Vinti. Una lettura antropologica di Verga, Carocci, Roma 2022.
[11] A. Leogrande, Uomini e caporali. Viaggio tra i nuovi schiavi nelle campagne del Sud, Feltrinelli, Milano 2016, p. 251.
[12] Ivi, p. 250.
[13] https://gliasinirivista.org/i-feticci-della-legalita-e-della-memoria/
[14] M. Gatto, B. De Luca (a cura di), Alessandro Leogrande fra letteratura e inchiesta, cit., pp. 42 e 70 e M. Gatto, Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande, cit., pp. 104 e 111.
[15] Il riferimento è al libro di D. Giglioli, Critica della vittima. Un esperimento con l’etica, Nottetempo, Milano 2014; nel suo capitolo “La nostra terra di mezzo e le tradizioni letterarie del Novecento” (in M. Gatto, B. De Luca (a cura di), Alessandro Leogrande fra letteratura e inchiesta, cit., p. 78), S. Giorgio accenna a una possibile (e secondo me plausibilissima) lettura del testo di Giglioli da parte di Leogrande.
[16] “Provare a oltrepassare la categoria di ‘vittima’, che non spiega niente della complessa vita degli esseri umani. Provare a dipanare i fili di eventi che a prima vista paiono incomprensibili nel loro ginepraio di violenza, lutti, oppressione, che pure determina la vita di tanti” (A. Leogrande, La frontiera, Feltrinelli, Milano 2015, p. 15; questa citazione è ripetuta in due punti del vol. a cura di M. Gatto e B. De Luca, Alessandro Leogrande fra letteratura e inchiesta, cit., pp. 78 e 119).
[17] M. Gatto, Il meridionalismo inquieto di Alessandro Leogrande, cit., p. 110.