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Scoperta scientifica e culto del gossip

di Pino
Nicolosi

Qualche tempo fa ho conosciuto in biblioteca uno studioso dagli interessi molto singolari. Quando lo incontrai per la prima volta si presentò come Mario per poi aggiungere, sommessamente, “dataista”. Duro d’orecchi, ripetei ad alta voce “dadaista?”, «nonnò» fece lui, «dataista! Con la “t”. Cultore di dati».

Via via che iniziavo a conoscerlo, mi rendevo conto che il termine “cultore”, nel suo caso, andava interpretato in un modo piuttosto inusuale: quello, di taglio quasi religioso, di “dedito al culto” dei dati. Mi raccontò che aveva superato una decina di esami di statistica quando dovette forzosamente iniziare lavorare in una finanziaria. Non ebbe tempo di concludere gli studi ma gli rimase addosso una spontanea inclinazione per ragionamenti probabilistici, ipotesi bizzarre, verifiche e controlli sistematici. Quando venne assegnato al settore informatico della finanziaria presso cui lavorava entrò immediatamente in contatto con i problemi relativi ai dati digitali e alla loro gestione. Ma fu l’avvento dei Big Data, nella seconda decade del 2000 a spingerlo a rimettere mano ai libri. Usciva dal lavoro per passare intere serate in biblioteca a maneggiare dati di ogni genere e tipo: dai libri mastri delle aziende fino alle Pagine Gialle, dai report dei visitatori degli alberghi agli elenchi dei vini degli anni Sessanta, dalle collezioni dei numismatici ai registri storici degli orfanotrofi. Lo vedevo spesso impilare cataste di libroni uno sull’altro, in preda a una febbre intellettuale che, iniziai a sospettare, nascondeva qualche forma acuta di nevrosi ossessiva. Incuriosito dalla sua venerazione per i dati e sottilmente intenzionato a provocarlo, decisi un giorno di appuntarmi un celebre passo di Karl Popper contro i metodi osservativi, con l’idea di leggerlo a Mario alla prima occasione.

Nella Logica della scoperta scientifica, la cui prima stesura risale agli anni Trenta del Novecento, il filosofo della scienza Karl Popper portò un attacco frontale all’induttivismo di Francesco Bacone (1561-1626). Secondo Bacone la scoperta scientifica prende avvio da una serie di osservazioni a partire dalle quali, progressivamente, i ricercatori iniziano a fare delle ipotesi e, infine, ad individuare delle leggi. Popper obiettava nel suo libro che, nella storia delle scoperte scientifiche, non se ne trova una che possa essere ricondotta a criteri induttivi come quelli suggeriti da Bacone. Inoltre, egli sosteneva che la tesi secondo cui l’osservazione è, per così dire, “neutra”, è del tutto campata in aria. Quando si osserva, si osserva sempre qualcosa, in un modo, in certa misura, deliberato. Decenni dopo, per dare forza al suo argomento, in un celebre passaggio di “Congetture e confutazioni” (1963), Popper fece ricorso alla storiella che decisi di leggere a Mario e che riporto di seguito:

 

« (…) la credenza che possiamo partire da delle pure osservazioni, senza niente di simile a una teoria, è davvero assurda; come può essere illustrato dalla storia di quell’uomo che dedicò la propria vita alla scienza naturale, registrò tutto quel che poté osservare e lasciò infine la sua inestimabile collezione di osservazioni alla Royal Society perché fossero utilizzate come dati induttivi. Questo storia dovrebbe insegnarci che, per quanto sia possibile collezionare con profitto i coleotteri, lo stesso non vale per le osservazioni ».

 

Così un sabato mattina, dopo che aver consumato insieme un suntuoso cornetto alla crema al bar della biblioteca, tirai fuori il mio appuntino e lo lessi ad alta voce a Mario.

Ascoltò la storiella dell’osservatore con una certa flemma e una punta di malcelata indifferenza. Prese il foglietto, lo rilesse e, per qualche istante  corrugò la fronte come se l’argomento iniziasse a interessarlo. Infine, sentenziò lapidario che se di persone capaci di impegnarsi in uno sforzo come quello dell’osservatore inglese descritto da Popper ce ne fossero state di più, oggi probabilmente saremmo più avanti in numerosi settori scientifici. Abbozzai un sorriso divertito, convinto fosse una battuta. Non era una battuta. Mario, il dataista, intendeva seriamente riabilitare l’osservatore sbeffeggiato impietosamente da Karl Popper. Obiettai, ostentando una sintonia col grande epistemologo viennese, che proprio non capivo cosa avrebbe mai potuto osservare quell’uomo, senza avere un’idea, ancorché approssimativa, riguardo quel che avrebbe dovuto osservare.

«Ma non ha alcuna importanza», replicò Mario con tonno annoiato, «l’unica cosa che  potrebbe realmente interessare noi dataisti è che il nostro uomo si sia preoccupato di taggare le sue osservazioni come si deve. Non abbiamo bisogno d’altro.»

Ero piuttosto sconcertato. Taggare significa, in gergo informatico, fornire qualche informazione testuale sul contenuto di un’immagine digitale, di un documento, di un software e così via.

«Beh, se le cose stanno davvero così, puoi dormire sonni tranquilli» esclamai. «I diari dell’osservatore di Popper», ripresi con tono ambiguo, «saranno taggati nel migliore dei modi possibili, visto che sono interamente testuali. Sicuramente non mancheranno orari, date, descrizioni dei luoghi del clima, della vegetazione e degli animali, delle principali personalità del periodo. Un diario di osservazioni è tutto un tag».   Mario sembrò illuminarsi e iniziò a sostenere, in perfetta buona fede e senza alcuna ironia, che se alla Royal Society fossero rimasti in deposito i diari dell’osservatore sbeffeggiato da Popper, lui si sarebbe affrettato a chiederli in prestito e, eventualmente, ad andare personalmente a ritirarli a Londra, nella sede storica di Carlton House Terrace. Come se non bastasse, iniziò a congetturare che forse, alla Royal Society, di osservatori professionisti potevano essercene stati più d’uno, magari un centinaio o perfino qualche migliaio. E questo sembrava mettergli addosso una forte eccitazione, come fosse incappato in una notizia straordinaria.

Decisi, quel giorno, di non spingermi oltre nelle mie curiosità intorno al dataismo e lasciai Mario a fantasticare dei meriti misconosciuti degli osservatori baconiani nella Londra del Settecento. Quanto a me, per quel poco che potevo intenderne, ero convinto che Popper, almeno in quel caso, avesse ragioni da vendere.

Passò qualche settimana prima che ebbi modo di incontrare di nuovo Mario, sempre al bar della biblioteca. Dopo i convenevoli di rito gli chiesi, tornando a Popper, se pensava seriamente che un’osservazione passiva e generica, priva di qualsiasi modello teorico, potesse essere in qualche modo scientificamente utile. Tirò fuori il suo smart-phone, lo prese tra pollice e indice e iniziò ad elencare:

«Qui dentro c’è un accelerometro, un giroscopio, una bussola un sensore di prossimità, un sensore luminoso, un barometro, un GPS e un microfono. Tutti strumenti che, più  meno continuativamente, producono dati. Non ti sembra anche questa, una forma di osservazione, come tu dici, “passiva e generica”?»

 

Ne convenni, senza capire bene dove andasse a parare. Ma il peggio doveva ancora arrivare. Mario mi raccontò di aver saputo che, contro ogni mia ragionevole aspettativa, presso la Royal Society, verso la fine del Seicento, centinaia di baconiani avevano prodotto migliaia di quaderni fitti di osservazioni generiche del tipo di quella descritte ironicamente da Popper  nella “parabola” dell’osservatore insipiente. Erano, a suo dire, i cosiddetti Fellow della Royal Society, membri dell’accolita a cui era stato chiesto di scrivere diari di viaggio, registrando tutto quel che vedevano. Eccitato dalla scoperta, aveva appena inviato una lunga e-mail all’archivista incaricato della Royal Society, per sapere se  esistevano ancora copie di quei quaderni di annotazioni ed, eventualmente, se sarebbe stato possibile digitalizzarli sul posto. Iniziò poi a spiegarmi, con dovizia di particolari, alcuni aspetti del lavoro dei “paleografi”, gli esperti di scritture antiche e dei loro recenti tentativi, coronati da successi, di sviluppare software capaci di automatizzare il lavoro di digitalizzazione dei testi del passato. Erano argomenti di un fascino  indiscutibile, ma continuava a sfuggirmi la ragione del suo interesse per i dati degli osservatori della Royal Society. Così decisi di andare dritto all’obiettivo: «D’accordo, trascrivi i testi degli osservatori della Royal Society e li memorizzi su un supporto digitale. Ma cosa pensi di trovare al loro interno di così prezioso ? »

Rispose con un sorriso che mi parve nascondere una punta di compatimento:  «Per esempio, dopo che li abbiamo digitalizzati tutti, possiamo iniziare a cercare i testi che parlano di un dato evento, di un luogo, di una persona dell’epoca. Oppure quelli che sono collegati a un matrimonio, a un parto, a un’operazione economica. In questo modo sarebbe possibile, per dirne una, ricostruire le reti sociali del periodo, chi conosceva chi, fino a scoprire fatti, anche di natura privata, che nessuno avrebbe potuto scoprire prima del nostro lavoro di datizzazione»

Non saprei perché ma, a quel punto, decisi deliberatamente di provocarlo. Probabilmente, in un modo che tendevo a nascondere a me stesso, intuivo che era sul punto di demolire le mie fragili convinzioni epistemologiche in merito a ruolo dell’osservatore nell’indagine scientifica. Sta il fatto che, con il senno di poi, mi sembra di aver tirato fuori, in quell’occasione, il peggio di me stesso, un concentrato di perfidia di cui non credevo di esser capace. Dunque sentenziai stizzito:

«Così, con la tua datizzazione, dalle scienze naturali di Bacone siamo arrivati al gossip inattuale. Perché non ci scrivi un trattato: “inattualità del gossip londinese”. Non ti facevo un Fabrizio Corona con la macchina del tempo. Povero Bacone, dal suo culto per l’osservazione scientifica siamo riusciti a ricavare soltanto un dispositivo per conferire al pettegolezzo i tratti dell’eternità!».

Fu solo per qualche minuto, ma fu l’unica circostanza in cui mi capitò di vedere Mario perdere il controllo. Si protese in un lungo sfogo, un’autentica invettiva che francamente non mi aspettavo. Quell’uomo alto e gentile, dinoccolato e segaligno parve trasformarsi nei lineamenti, impallidire, mentre agitava vigorosamente le braccia verso l’alto, come se indicasse uno schermo immaginario:

«Oh ! Oh ! Una “tecnologia del pettegolezzo”.  Quale eccellente definizione. Mi chiedo se digitalizzare i diari dei “Fellow” della Royal Society sarà sufficiente a chiarire – a te e ai politici ammuffiti che frequenti – le reali dimensioni dell’unico vero problema che dovrebbero affrontare. Se ritieni che ficcanasare nella vita londinese del Settecento sia poco elegante, cosa si dovrebbe dire di chi si va intrufolando da anni nella vita privata della popolazione dell’intero pianeta, disponendo di quantitativi di dati al cui confronto i diari settecenteschi delle Royal Society sono paragonabili a una crosticina di vernice di fronte alla Torre Eiffel ? Ti sorprende quel che riusciamo a fare con la paleografia e con i sistemi di ricerca automatica e ti preoccupi di tutelare la privacy e la memoria di gente morta e sepolta da secoli, ma non ti stupisce e non ti preoccupa quel che potrebbero sapere di te, oggi, le Big Tech, con i dati assai più dettagliati che gli fornisci ogni giorno su un piatto d’argento !»

 

E fin qui aveva sicuramente tutte le ragioni di questo mondo, ma non era ancora riuscito a crearmi turbamenti esistenziali. Quello che disse dopo, invece, entra nel  novero delle cose impensabili cui è giunto il tempo di iniziare a pensare molto seriamente. Vediamo:

«Con tutto il rispetto per Sir Karl Popper – degno compare di Von Mises e Von Hayeck padri storici del neoliberalismo – vorrei ti fosse chiaro che le sue tesi contro l’induttivismo baconiano sono scadute almeno da quando i calcolatori digitali hanno raggiunto un grado sufficiente di potenza di calcolo. Non ci sarebbe una ragione al mondo in grado di spiegare le attuali feroci guerre commerciali tra Cina e Stati Uniti, le battaglie sul litio, sui semiconduttori, sulle terre rare, se i dati non fossero diventati un potente strumento di indagine e di ricerca e una via maestra per la scoperta scientifica. E lo sono diventati da quando abbiamo automatizzato gli osservatori di Bacone, da quando li abbiamo sostituiti con sterminate filiere di telecamere digitali, di sensori, di registratori. Certo, i dati da soli non bastano, è ovvio che non ha senso andare a pesca nei dati sperando di incappare in qualcosa di significativo. Ma voi, a forza di citare Popper, avete smesso di guardarvi intorno, come gli aristotelici al tempo di Bacone, prigionieri dell’ “ipse dixit”. I migliori filosofi della scienza hanno da tempo chiarito che oggi l’induzione, automatizzata e coadiuvata da software dotati di strategie euristiche adeguate, permette di risolvere problemi scientifici che noi umani impiegheremmo secoli a risolvere. Peraltro, non vi siete nemmeno accorti che il settore in cui la datizzazione del mondo ha raggiunto i risultati più clamorosi è l’unico che, almeno in teoria, dovrebbe interessarvi: la politica.»

Pino Nicolosi (rattus)

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