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Rossobrunismo: mito o realtà?

di Franco
Ferrari

L’uso dell’etichetta di “rossobruno” torna in modo ricorrente nel dibattito pubblico. Ci si deve dunque chiedere se si tratti di un concetto che possa avere un qualche fondamento analitico o sia semplicemente una formula polemica per rimuovere dal confronto posizioni che non piacciono.
È utile provare a indicarne i fondamenti per poterne verificare l’utilità. Steven Forti, nel suo libro Estrema destra 2.0 (Castelvecchi) ne avanza, prudentemente una definizione: “presumibilmente, si tratterebbe di una convergenza tra settori di estrema destra e di estrema sinistra che si unirebbero o, per lo meno, si alleerebbero contro il globalismo neoliberale”. A sinistra ogni tanto qualcuno lancia l’allarme mentre “i liberali se ne servono per sostenere con ancora più convinzione la teoria degli opposti estremismi”. La tesi è quella della convergenza inevitabile dei “totalitarismi” che si basa anche su una ricostruzione-falsificazione della storia del novecento di cui si è fatto interprete nientemeno che il Parlamento europeo.
Seguendo la ricostruzione di Forti, che ripercorre sinteticamente la storia del novecento, “troviamo diverse esperienze di rossobrunismo o, come veniva originariamente chiamato, di nazionalbolscevismo”. Ora qui c’è già subito un primo dilemma. Di nazionalbolscevismo si è parlato originariamente nella Germania degli anni Venti in relazione a due correnti ideologiche di diversa provenienza.
Il nucleo originario, se così si può dire, fu rappresentato da un gruppo di dirigenti del Partito Comunista Tedesco con sede ad Amburgo, dove avevano un certo seguito operaio, guidati da Heinrich Laufenberg e Fritz Wolfheim. Colpiti dagli effetti del Trattato di Versailles, scrive David Bernardini in Nazionalboslcevismo (Shake), “lanciano l’ipotesi di una guerra rivoluzionaria capace di riaprire il conflitto e, grazie all’alleanza con la Russia bolscevica, sconfiggere l’Intesa, il capitalismo internazionale e il suo alleato in Germania, la borghesia tedesca. Invitano perciò la classe operaia a fare propria la questione nazionale e a integrare nelle proprie file i ceti medi, trasformando lo scontro tra le classi in guerra tra nazioni”. Si può dire che gli amburghesi introdussero una sorta di “campismo” ante litteram, identificando il capitalismo internazionale nell’Intesa e collocando la Germania tra i popoli oppressi per la quale si auspicava il fronte di liberazione anche con la borghesia e le correnti nazionaliste.
Queste idee vennero definite “assurde” da Lenin e attaccate da Karl Radek che inventò la definizione di “nazionalbolscevismo”. Nella visione di Laufenberg e Wolfheim si sovrappongono due elementi diversi. Da un lato la ricerca di un’alleanza tra partiti operai e nazionalisti, anche di destra, in funzione “antimperialista”, dall’altro una revisione ideologica del rapporto tra dimensione internazionalista e identificazione con la nazione di appartenenza da parte dei proletari.
Qui si intravede una differenza che porta, a mio parere, a tenere distinti i due concetti di rossobrunismo e di nazionalbolscevismo. Nel primo caso si tratta di una convergenza politica tra correnti politico-ideologiche che restano diverse, nel secondo di un tentativo di fondare una nuova visione ideologica nella quale elementi del comunismo (marxista prima, antimarxista poi) si fondono con aspetti del nazionalismo a base etnica.
Gli “amburghesi” parteciparono alla scissione che diede vita alla KAPD (Partito Comunista Operaio Tedesco) nella quale confluirono tutte le correnti estremiste. Nemmeno qui però le loro idee vennero apprezzate al punto che al secondo congresso vennero espulsi. Come ha ricostruito Philippe Bourrinet nel suo testo Internationalisme ou “national-bolchevisme”, “fu dai Paesi Bassi, con una lettera di Pannekoek rivolta alla KAPD, teorico della sinistra germano-olandese, che venne la critica comunista di sinistra più aspra del ‘nazional-bolscevismo’. Per Pannekoek, questa tendenza era una ‘aberrazione’ mostruosa nel partito. Raggiungeva le peggiori forma di nazionalismo per il suo antisemitismo”. Nella polemica interna al comunismo tedesco gli amburghesi prendevano di mira soprattutto Paul Levi che, in quanto ebreo, sarebbe stato espressione del “capitale finanziario ebraico”. Pannekoek chiedeva senza mezzi termini l’espulsione dei “nazional-bolscevichi” dalla KAPD, cosa che avvenne.
La successiva corrente nazionalbolscevica che, a differenza della prima, rivendicherà questa denominazione, viene fondata da Ernst Niekisch, il quale non aveva mai aderito alle organizzazioni comuniste, bensì divenne per un breve periodo il principale ideologo di una scissione di destra della socialdemocrazia radicata in Sassonia, l’Alte Sozialdemokratische Partei. Come scrive David Bernardini, “Niekisch si propone dunque di fondare un ‘nazionalismo proletario’ in cui si incontrino socialismo e nazionalismo a beneficio di una Germania rinnovata spiritualmente, intellettualmente e politicamente”. Da notare che spesso il padre teorico di questa tendeza, spesso rivendicato era Lassalle, l’antagonista di Marx nella socialdemocrazia tedesca, così come in Francia, si rivaluta spesso Proudhon, altro antagonista di Marx (che Craxi riabilitò a suo tempo in funzione anticomunista).
Elemento fondamentale del “nazionalbolscevismo” è la progressiva rinuncia alla visione marxista della centralità della lotta di classe. Fu importante invece la visione di un potenziale alleanza tra Germania e Unione Sovietica (vista fondamentalmente come mera continuazione della Russia) in funzione anti-occidentale. Nel sempre variabile concetto di Occidente questo iniziava fuori dai confini tedeschi e aveva un’impronta anglo-americana. “Un’idea, tra l’altro, – commenta Steven Forti – che sotto il concetto di eurasismo, ritroveremo in seguito anche nelle versioni del nazionalismo rivoluzionario emerse nella seconda metà del XX secolo, sia in Thiriart che in Dugin”.
Sempre Forti segnala un altro elemento interessante quando indica altre due tendenze che si intrecciano con la vicenda del nazionalbolscevismo, “da un lato, i settori fascisti considerati ‘di sinistra’ e, dall’altro, i transfughi dalla sinistra al fascismo”. Si tratta di una distinzione importante perché altrimenti si rischia di confondere posizioni e vicende politiche diverse e di rendere inutilizzabile il concetto di “rossobrunismo”. In un caso siamo in presenza di settori, sempre minoritari e sconfitti, interni al mondo del fascismo e del neofascismo che tendono ad accentuarne gli elementi antiborghesi e a volte anche anticapitalistici. In questo caso però vi è una tendenza a separare l’aspetto nazionale da quello internazionale del capitalismo. Valorizzando il primo e condannando il secondo.
Seguendo la stessa logica si contrappone il capitalismo finanziario a quello industriale. Il primo perché senza radicamento territoriale e quindi contrapposto alla visione etno-nazionalista che fa dell’identità, dell’appartenenza e del territorio concetti ideologici fondamentali. Quasi sempre il capitale finanziario viene poi identificato con la presenza ebraica anch’essa, per ragioni storiche, vista come minaccia alla presunta omogeneità etnica del “popolo”.
Vicenda diversa è evidentemente quella di esponenti della sinistra (comunisti, socialisti, radicali, sindacalisti rivoluzionari) che hanno aderito al fascismo tra le due guerre. A volte, ma non sempre, questi si sono portati con sé elementi del bagaglio ideologico precedente. Se Nicola Bombacci pensava ad una sorte di convergenza tra la rivoluzione bolscevica e la, sedicente, “rivoluzione” fascista, il francese Doriot divenne a tutti gli effetti un aderente dell’anticomunismo nazista.
Nelle ricostruzioni storiche si considera come parte della storia del “rossobrunismo” o “nazionalbolscevismo” alcuni gruppuscoli che, a tutti gli effetti, si possono considerare come appartenenti all’estrema destra, seppure con qualche anomalia, come la Jeune Europe di Jean Thiriart, il quale, scrive Bernardini “propone una concezione di comunitarismo nei termini di un socialismo antimarxista”. Anche il concetto di “comunitarismo”, ripreso favorevolmente da Costanzo Preve in Italia su altri presupposti, ha circolato, con interpretazioni diverse e con qualche ambiguità, tra destra e sinistra.
Da Thiriart si arriva a Lotta di Popolo, i cui seguaci erano approssimativamente definiti come “nazi-maoisti”. Nelle varie anime dell’estrema destra, mentre una parte rivendica il suprematismo bianco e la difesa dell’Occidente, richiamando il fatto che il nazismo si considerava la frontiera avanzata di questo contro la barbarie slava e il giudeo-bolscevismo, altri hanno sostenuto i movimenti di liberazione anticoloniale in nome della condanna morale dello spirito occidentale.
In Lotta di popolo c’era la pretesa di non essere “né di destra, né di sinistra” ed “estranea alle dicotomie fascismo-antifascismo, comunismo-anticomunismo, nient’altro che strumenti per disgregare l’unità del popolo e ‘incanalare le forze rivoluzionarie entro limiti controllabili dai partiti e dai sindacati”.

Di nazionalbolscevismo si è tornato a parlare dopo il crollo dell’Unione Sovietica con la nascita in Russia di gruppuscoli di estrema destra che rivendicavano esplicitamente questa filiazione, in particolare il Partito Nazional-Bolscevico per opera di Eduard Limonov e Alexander Dugin. “Il PNB aveva rivestito la sua proposta apparentemente marxista-leninista, – scrive Steven Forti – che si basava su tre idee: uno Stato militare forte, la mitizzazione del popolo russo e il risentimento contro l’Occidente e gli ebrei. Il tutto attraverso l’interpretazione geopolitica e storica dell’eurasiatismo che, piuttosto che una terza via tra capitalismo e comunismo, deve interpretarsi, secondo l’azzeccata definizione di Marlene Laruelle, come la versione russa dell’estrema destra europea”.
Qualche anno fa l’allarme per la “minaccia rossobruna” venne lanciato dall’estrema sinistra. Claudia Cernigoi pubblicò un testo pieno di notizie e dettagli intitolato Cinquante sfumature di rossobruno (La nuova alabarda). La definizione teorica di “rossobrunismo” veniva ripresa dal sito “Militant: “Rossobruno è un termine relativamente recente, che va a identificare quelle aree politiche che una volta si sarebbero definite, più sinteticamente e più efficacemente, nazi-maoiste. Nel corso degli anni, soprattutto nei primi anni novanta, il nazimaoismo mandato in pensione dalla fine delle ideologie cambiava definizione ma non sostanza, identificandosi col ‘comunitarismo’. I rossobruni si mimetizzano molto bene, nascondendo la loro identità politica ben argomentata dietro simbologie e parole d’ordine apparentemente di sinistra. Ma una cosa principalmente caratterizza tutta l’area rossobruna: ogni fenomeno della vita collettiva viene interpretato come episodio di politica internazionale. Nel fare questo, si servono di una determinata materia scientifica, la geopolitica, strumento analitico col quale interpretano ogni fenomeno politico rilevante. (…) In questo scontro globale, il concetto di Stato diviene sinonimo di Nazione, e questo viene assimilato a quello di Popolo”. Aggiungeva, con qualche capacità di anticipazione il citato “Militant” che: “ogni scontro statale si trasforma così in scontro fra nazioni, e cioè in scontro tra popoli. Nel fare questo, il rossobrunismo (e tanta parte della geopolitica), inventano di sana pianta territori e culture assolutamente artificiali, come ad esempio il concetto di “Eurasia”, o “Eurabia”, mitiche regioni accomunate culturalmente dall’opposizione all’egemonia statunitense”.
Vale la pena di citare ancora da questo testo: “La loro avversità al capitalismo sembrerebbe avere come obiettivo unicamente il capitalismo statunitense, visto che, al contrario, i capitalismi di tutti gli altri paesi, formalmente nemici degli interessi americani, vengono invece difesi ed esaltati come modelli di sviluppo sovrano da difendere. (…) Il capitalismo è identificato con la finanziarizzazione economica, e le problematiche geopolitiche sostanzialmente generate da fattori che turbano lo sviluppo economico ‘naturale’ (a seconda dei casi: le banche, gli ebrei, il fenomeno migratorio, il signoraggio, ecc.)”.
Il testo della Cernigoi e prima ancora quello del collettivo “Militant” punta a mettere in guardia la sinistra, soprattutto quella più radicale, dall’adottare concetti e schemi analitici, apparentemente anticapitalisti ma in realtà frutto di un’operazione di manipolazione da parte di settori dell’estrema destra. In particolare fanno riferimento al “comunitarismo” e alla “geopolitica”.
Da tutt’altra sponda, quello della sinistra liberale, viene un lavoro di cui è autore il vicedirettore di Repubblica, Stefano Cappellini, intitolato Rossobruni (Utet). La vocazione ideologica più che analitica del testo è indicato dal sottotitolo: “Quando gli estremi si uniscono per colpire la democrazia”. Il libro è diviso tra una parte storica e un’altra legata all’attualità. Se la prima riprende in gran parte ricostruzioni note (ad esempio dal libro di Bernardini) presenta anche qualche elemento di novità. Scrive Cappellini: “socialismo nazionale. Questa è la coppia di concetti che da sempre è la culla del rossobrunismo. La camera di questa culla è la Francia degli ultimi due decenni dell’Ottocento, i primi della cosiddetta Terza Repubblica”. Le origini nella Germania del dopoguerra, punto di partenza in generale delle ricostruzioni degli storici, vengono ricollocate in Francia e poi in Italia. Al di là dell’attendibilità storiografica, questo retrodatazione è funzionale a collegare i “rossobruni”, che nella seconda parte sono identificati in quasi tutti coloro che hanno posizioni diverse dall’autore, anche marginalmente, sulla guerra in Ucraina, al fascismo. Sia pure nella sua versione di sinistra.
Cappellini dedica ampio spazio a due episodi marginali della storia del PCI, in funzione di una impostazione anticomunista complessiva. Viene richiamato l’episodio del documento del 1936 passato alla storia come “appello ai fratelli in camicia nera”. Cappellini presenta una serie di affermazioni senza portare alcuna fonte a sostegno, come quella secondo cui sulla linea espressa dal documento “pesò l’influsso di Gramsci” che era in carcere. Oppure che questo appello,”finito nell’oblio della storia ufficiale del partito , cancellato come la memoria dello stesso Grieco, sarebbe invece diventato un testo di riferimento dei rossobruni italiani”. Quali? In quali testi viene ripreso? L’autore non ce lo dice.
L’appello, che poi venne rapidamente sconfessato, fu un tentativo di aprire delle contraddizioni nel consenso popolare verso il fascismo in un momento in cui le organizzazioni antifasciste erano particolarmente isolate. Operazione tattico-propagandistica, di scarso effetto probabilmente, ma che poco ha a che vedere con idee “rossobrune”. Cappellini riporta le tesi espresse da Montagnana nel dibattito interno al PCI attorno a quell’appello, spingendolo in una direzione che rischiava di appannare la differenza tra fascismo e antifascismo, omettendo di dire che la sua posizione fu nettamente respinta da Togliatti e da gran parte del gruppo dirigente.
Grande spazio viene poi dato alla vicenda del piccolo gruppo di ex fascisti, più o meno “di sinistra” che attorno a Stanis Ruinas fondarono “Il Pensiero Nazionale” subito dopo la fine della guerra. L’operazione politica, partendo dalla convinzione che il fascismo, anche quello salotino, aveva avuto un certo consenso di massa, era di recuperare queste forze, soprattutto i più giovani, all’antifascismo senza chiedere abiure preventive, evitando che diventassero una potenziale base di massa per una ripresa reazionaria. Tentativo che ebbe risultati limitati. Lo stesso Cappellini riferisce di 34.000 ex fascisti entrati in un partito che aveva in quel momento quasi 2.000.000 di iscritti. Anche qui l’autore introduce una affermazione senza fornire alcuna fonte (come per altro in tutto il libro): “il PCI seguì con interesse questa esperienza, ben sapendo che i suoi militanti non erano ostili a forme di alleanza”. La confusione voluta è tra un’operazione di conquista alla politica dei comunisti di ex fascisti con una inesistente “alleanza” tra le due parti.
Questi passaggi danno l’idea dell’obiettivo del libro che non è quello di ricostruire un fenomeno politico, pur criticandolo come per altro merita, quanto costruire un oggetto immaginario che ha la funzione di ‘mostrificare’ posizioni non convergenti con quelle dell’autore. Una variante più raffinata dell’accusa di “putiniani”.
Il libro di Cappellini, più che illuminare il rossobrunismo, esprime la debolezza di un pensiero di sinistra liberale che fatica a comprendere e a spiegare la realtà al di fuori di schemi ideologico-propagandistici molto semplificati. Il vero sottofondo che emerge dalla lettura è questo: di fronte alla crisi evidente del rapporto tra capitalismo e democrazia, quindi espressione di una tendenza interna al capitalismo, questa crisi viene collocata all’esterno. I problemi del capitalismo liberale sono legati al fatto che esistono nemici esterni che lo mettono in pericolo e i “rossobruni”, veri o spesso immaginari, di Cappellini sono la quinta colonna di questo nemico.

Detto questo bisogna anche tenere fermo che il “rossobrunismo”, ovvero l’assunzione di elementi ideologici e politici propri della destra più reazionaria da parte di settori della sinistra anche estrema, esiste realmente. Vi sono però approcci diversi che vanno tenuti distinti per evitare categorie che mescolando tutto poi non spiegano nulla. Alcuni settori della sinistra ritengono che il discrimine fascismo/antifascismo non sia più valido in quanto non c’è più il fascismo. Altri si spingono oltre, ritenendo che, una volta individuato nel capitalismo liberale “occidentale” e nelle sue espressioni politiche il nemico principale, la destra reazionaria possa anche, su alcuni temi, essere un possibile alleato.
Un terzo stadio prevede l’adozione di concetti e definizioni proprie dell’estrema destra, o perché considerate equivalenti a quelle della sinistra (estreandole dal loro retroterra ideologico) o perché esplicitamente fatte proprie.
Queste tendenze sono il frutto di una triplice pressione. Una come reazione alla crisi della globalizzazione capitalista (non del “globalismo” o del “mondialismo”) intrecciata all’acuirsi delle contraddizioni del capitalismo neoliberista che porta all’incomprensione degli effetti dell’ascesa della destra reazionaria e autoritaria. La seconda dalla crisi dell’utilizzo di categorie marxiste in una parte della sinistra anticapitalista che vengono riempite con altri riferimenti ideologici. Una terza dal ripresentarsi di una forma di “campismo” che non distingue più la natura di classe degli Stati che fanno parte del ‘campo’ considerato antimperialista.

Alla fine di questi che sono ancora appunti sommari, credo che sia sul piano della ricostruzione storiografica, sia su quello della polemica teorica e politica, molto lavoro mi sembra ancora da fare.

Franco Ferrari

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