Rete unica: il disastro Telecom non ha insegnato nulla

di Antonello
Patta

Tra i grandi movimenti nel capitalismo italiano che bisognerebbe analizzare particolare importanza assumono le manovre che riguardano un settore strategico per gli interessi generali del paese, quello delle telecomunicazioni, e che vedono al centro la Telecom.

Come è noto i retaggi disastrosi per l’economia nazionale prodotti dalle sciagurate privatizzazioni delle grandi aziende pubbliche, su cui portano gravissime responsabilità governi di centrosinistra quali quelli di Prodi e D’Alema, quella di Telecom è emblematica non solo perché ha mostrato fino in fondo la natura predatoria e distruttiva del capitalismo nazionale lasciato libero di seguire la logica del profitto, ma perché è stato uno dei principali ostacoli dello sviluppo delle reti a banda ultra larga.

Secondo l’economista Matteo Maurizio Decina autore del libro Good By Telecom “fusioni e scalate condotte prima da Olivetti e poi da Pirelli-Benetton (nei confronti di Telecom) hanno caricato 35 miliardi di debiti venuti dal nulla su di un’azienda sanissima che altrimenti avrebbe portato la fibra a casa di tutti gli italiani con 20 anni di anticipo”.
Questo senza voler assolvere i governi degli ultimi anni per i gravi ritardi registrati da Open Fiber, la società al 50% di Cassa depositi e prestiti e al 50% di Enel, dunque praticamente pubblica, nella copertura del paese con la fibra ottica.

In questi giorni vertice di Telecom sta operando sulla base di un piano che attraverso una serie di operazioni e intrecci finanziari dall’esito tutt’altro che certo ha come fine la costruzione di una società, l’AccessCo, di cui si candida a detenere la maggioranza delle azioni, che deterrebbe proprietà e gestione della rete unica delle comunicazioni in Italia.
In questo modo Telecom manterrebbe la posizione privilegiata, già contestata dagli altri operatori fornitori di servizi agli utenti finali, in quanto loro concorrente commerciale e proprietario della rete, motivo per cui peraltro il codice europeo delle telecomunicazioni incentiva il modello cosiddetto Wolesale only (il proprietario delle reti non eroga servizi).
La cosa preoccupante è che il governo, principale sponsor il PD, si sia dichiarato d’accordo aderendo all’idea nell’ipotesi che un’operazione finanziaria possa surrogare la mancanza di politiche industriali sul settore che accomuna questo governo a quelli che l’hanno preceduto.

Evidentemente le lezioni del passato che hanno dimostrato quanto un capitalismo auto(non) regolantesi possa essere dannoso per gli interessi generali del paese, anche per il suo tessuto produttivo, non sono servite a nulla; e non è servita a nulla la lezione della pandemia sull’importanza del presidio pubblico dei settori decisivi per l’economia, i diritti, la vita delle persone.
Non è possibile non vedere l’assoluta necessità del controllo pubblico delle reti della comunicazione per la garanzia del diritto a comunicare, per la sicurezza nazionale e la tutela della libertà e della privacy delle cittadine e dei cittadini; a maggior ragione se come prospettato dal ministro Patuanelli nella società unica dovranno essere ricomprese “anche le reti 5G, data center e server di prossimità”.
Non sembra preoccupare l’esecutivo nemmeno il fatto che Telecom non è più una società italiana, ma vede circa l’80% delle azioni nelle mani di società estere tra cui Vivendì società francese che detiene il pacchetto di controllo e nel disegno del riassetto i capitali dall’estero sono destinati a salire anche perché Enel controllata dal tesoro metterebbe sul mercato il 50% di Open Fiber.

Tutto il contrario di ciò che sarebbe necessario in un Paese che, sempre secondo Decina, si sta trasformando in una colonia digitale – con il 90% dei flussi informativi degli italiani su internet gestito da motori di ricerca e piattaforme estere il cui unico fine è il profitto.
Il governo dovrebbe mettersi d’accordo con se stesso perché da un lato enfatizza l’allargamento della disciplina del golden power, nata proprio per impedire scalate di aziende nazionali strategiche da parte di società estere e poi sostiene e addirittura promuove operazioni che consegnano un intero settore a capitali stranieri mossi per di più da intenti speculativi come è chiarito dalle pretese di remunerazione dei fondi coinvolti nell’operazione.
Il governo, anche per superare le contraddizioni al suo interno tenta di eludere la questione affidando le possibilità di un ruolo pubblico ai risultati di complesse operazioni societarie e patti di sindacato che assegnerebbero a Cassa Depositi e Prestiti la governance della società e la maggioranza nel Cda pur essendo minoranza nel Capitale.
Così però non si fa altro che aggiungere incertezze e confusione aprendo la strada a conflitti infiniti tra un Cda con una maggioranza e un’assemblea dei soci con un’altra.
È solo una subalternità al primato del profitto che non ha eguali nei principali Paesi europei che spinge i partiti di governo, soprattutto il PD, a mettere al primo posto gli interessi dei capitali finanziari rispetto a quelli del Paese, facendo nascere il sospetto che il piano sia proprio quello di consegnare al mercato la gestione di un bene così prezioso come le informazioni.
Per garantire in modo certo gli interessi generali, i diritti di cittadini e colmare il gap digitale di cui soffre il paese la proprietà pubblica delle reti da sola certamente non basta, ma è una precondizione indispensabile e andrebbe perseguita con in modo chiaro e forte…


Antonello Patta è responsabile lavoro PRC

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