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Referendum e lotta di classe

di Roberto
Musacchio

Grazie a chi ha consentito di tornare a parlare di lavoro. Grazie a chi ha fatto campagna e ha votato.
Visti gli sciacalli che scoprono l’astensione di cui non si occupano alle elezioni e in realtà festeggiano lo scampato pericolo il grazie è ancora più sentito.
L’analisi politica che interessa e che va fatta con serietà è su chi ha votato, o no, visto dal punto di vista sociale e su come tornare a rovesciare la lotta di classe. Cosa che richiede radicalità e unità
Punto di partenza è che le condizioni del lavoro restano schifose. E così quelle della cittadinanza.
È utile segnalare che a Matera e Nuoro. (e altri centri della Sardegna) e in totale una ventina di comuni fanno il quorum, spesso trainato dalle elezioni comunali. E il Si vince ugualmente. Sia sul lavoro che sulla cittadinanza. Anche a Taranto dove il quorum non c’è ma vota solo il 3% in meno delle comunali. E così a Saronno. Su 28 comuni che fanno il quorum in 11 c’erano le amministrative. Singolare ad esempio il caso di Ortona in Abruzzo 21000 abitanti. Alle comunali ballottaggio tra un gruppo di civiche trainate da Fratelli d’Italia  con candidato sindaco FDI  e  un gruppo di liste di classico centrodestra (FI Lega Udc Moderati) senza Fdi. Quorum superato col 51% contro 53% comunali e maggioranza SÌ su tutti i quesiti intorno all’80% quelli sul lavoro, al 55 %quello sulla cittadinanza.
Un elemento interessante. A suo tempo, davanti al referendum sulla scala mobile, Craxi propose di andare al mare. Poi, viste le critiche di non rispetto democratico, e che allora ancora si aveva rispetto per il voto,  scelse il No. Vinse, anche perché Berlinguer intanto era morto e non poté gestire il “suo” referendum. Ora dove votano “tutti” vince il Sì. Certo non cambia molto, e i casi sono troppo pochi, ma è un elemento su cui riflettere.
Quando Berlinguer decise di ricorrere al referendum contro il decreto di San Valentino che tagliava 4 punti di contingenza fatto da Craxi  voleva sia rispondere alla sconfitta sul campo della lotta alla Fiat, che aveva sostenuto davanti ai cancelli, sia cercare di reagire alla volontà chiaramente espressa sempre da Craxi di cancellare il potere del PCI. Che non poteva andare al governo ma incideva eccome sulle scelte. Sconfitto il referendum, inizia il precipizio. Scioglimento del PCI, Maastricht, patti concertativi, controriforma delle pensioni, pacchetto Treu e poi Jobs Act. Rifondazione provò ad estendere l’articolo 18. Sconfitta e discussione. Quei 11 milioni di Si come base di un nuovo polo? Poi arrivò il secondo governo Prodi che chiuse la discussione. Oggi la sconfitta c’è ma con  meno solitudine. Non è il Prc da solo ma un insieme di forze che hanno, col referendum, rotto con parte del loro passato o definito meglio il proprio profilo. Sono una base interessante. Che sembra voler tenere. Anche se non adeguata e sufficientemente consapevole della situazione. Quella per cui, appunto, la lotta di classe è stata rovesciata, nella UE vige Maastricht e l’ordoliberalismo e l’Italia è entrata in questo processo sacrificando il proprio mondo del lavoro e anche la propria collocazione produttiva. Non certo I profitti. Naturalmente non è una questione restringibile ad un Paese e a soluzioni nazionali. Per questo, di fronte alla nuova stretta economica e sociale che arriva con la guerra e il piano di riarmo che colpirà il welfare è importante che ci sia una risposta europea come quella dell’appello Stop ReArm e della manifestazione italiana del 21 giugno a Porta San Paolo.
Certo c’è da riflettere su come si torna a rovesciare la lotta di classe. Come riprendere una dimensione collettiva, conflittuale e vertenziale. Anche qui la dimensione europea è decisiva. Prezzi, salari, profitti scriveva il vecchio Marx. Tra dazi, finanza e guerra, salari (e redditi ai dominati) in calo il rapporto tra lotte sociali e lotta politica è ancora classicamente centrale. Va riarticolato, e non è semplice.
Un’ultima notazione sul referendum cittadinanza. Tanti, giustamente, si indignano per la differenza dei NO rispetto a quelli sul lavoro tra chi è andato a votare. Come ho detto, le percentuali sono però abbastanza analoghe anche quando votano “tutti”. Per chi, come me, ha vissuto il referendum sul divorzio, quel 60% di SÌ non fa schifo e ricorda qualcosa. E dice che molte paure sono in realtà alibi. Il che non significa che non ci sia molto da fare, solo che chi dice che bisogna inseguire la destra forse non ha ragione neanche dal punto di vista elettorale.

Roberto Musacchio

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2 Commenti. Nuovo commento

  • Paola Giaculli
    12/06/2025 10:56

    Grazie Roberto Musacchio, neanche a me quella MAGGIORANZA del 60 percento a favore della cittadinanza in tempi dimezzati non fa schifo! Ed è in questo senso, positivo, che va interpretata!

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  • Roberto Musacchio
    18/06/2025 15:09

    Infatti Paola. Commento prezioso il tuo anche perché fatto dalla Germania. Un caro saluto e grazie

    Rispondi

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