Nella storia del movimento operaio e comunista si è posto spesso il tema della costruzione di “fronti” le cui caratteristiche e obbiettivi erano collegati strettamente all’analisi della fase politica e sociale nella quale ci si trovava ad operare.
La prima formulazione è emersa quando il gruppo dirigente sovietico e quello comunista europeo in fase di formazione hanno percepito che non si stava verificando quell’ondata rivoluzionaria che avrebbe generalizzato l’esperienza compiuta in Russia. Lenin sollevò l’esigenza che i partiti comunisti non si limitassero ad organizzare la fazione più radicale del movimento operaio ma conquistassero l’adesione della maggioranza del proletariato. Ciò pose anche il problema di allearsi con la socialdemocrazia all’interno del “fronte unico”. Una prospettiva che suscitò opposizione in molti partiti, compreso quello italiano, che dal tronco socialista maggioritario si erano appena staccati con toni fortemente polemici.
Successivamente la stessa proposta del “fronte unico” si distinse in “fronte unico dal basso” e “fronte unico dall’alto”. Nel primo caso si cercava di costruire convergenze con la base dei partiti socialdemocratici, nel secondo si cercavano invece accordi e terreni di intesa anche con le dirigenze degli stessi partiti. Tra la fine degli anni venti e l’inizio del decennio successivo ci si allontanò radicalmente da qualsiasi strategia frontista considerando che la socialdemocrazia fosse ormai diventata il principale baluardo del potere capitalistico.
Si ebbe così il periodo definito dalla strategia “classe contro classe”, nell’ambito della quale la socialdemocrazia veniva identificata come un’ala del fascismo e quindi si parlò di “socialfascismo”. Vennero così fortemente accentuate le tendenze settarie e i partiti comunisti in Europa tesero a restringersi attorno a settori sempre più limitati di base operaia o, nel caso tedesco, di disoccupati vittime della grande crisi del ’29.
L’ascesa del nazismo, che estendeva in misura drammatica l’affermazione del fascismo fino a quel momento rimasto di fatto isolato alla realtà italiana, determinò un repentino cambio di strategia da parte delle forze comuniste, sancito collettivamente al VII Congresso del Comintern del luglio-agosto 1935. Si aprì perciò la stagione dei “fronti popolari”, formula che in realtà non venne mai ufficialmente adottata dall’Internazionale comunista e dalla direzione staliniana sovietica.
Convissero due diverse interpretazioni. Una più continuista vi vedeva solo una ripresa circoscritta del “fronte unico dall’alto”, mentre l’altra ne coglieva la dimensione più larga anche per il coinvolgimento di partiti espressione di settori di borghesia, come i radicali francesi e quelli spagnoli. In qualche caso si intravide l’emergere di una reale alternativa, adatta ai paesi capitalistici più avanzati, rispetto al “fare come in Russia”.
Indubbiamente la politica di “fronte popolare” fu una scelta che consentì il radicamento delle forze comuniste in settori operai e più largamente popolari. Tutta la cintura rossa parigina si costituì in quel passaggio e seppure entrata in crisi da tempo per i mutamenti sociali avvenuti si ritrovano ancora delle tracce nelle recenti elezioni francesi.
La politica frontista venne contestata dalle correnti di estrema sinistra anche se con motivazioni e prospettive diverse. I bordighisti erano contrari a qualsiasi prospettiva di fronte politico ed accettavano solo il fronte sul terreno sindacale. Trotsky che era stato protagonista del passaggio alla politica di fronte unico, la difese contro il settarismo del “socialfascismo” ma poi si oppose al fronte popolare perché questo includeva settori di partiti borghesi, perdendo la possibilità di influire politicamente in quella fase di espansione del movimento comunista (ovviamente anche per le varie forme di repressione a cui il suo movimento fu sottoposto).
Durante la guerra, contro il nazifascismo, si realizzò un’altra strategia frontista ancora più larga con la nascita di “fronti nazionali” che includevano, come in Italia, settori di destra borghese e perfino monarchici.
Nel dopoguerra, in Italia, si creò il Fronte democratico popolare per le elezioni del 1948, le prime apertamente contrassegnate dall’influenza della guerra fredda e dallo scontro ideologico frontale. Questo fronte espresse la convergenza dei due grandi partiti operai, comunista e socialista, e fu quindi piuttosto una forma di “fronte unico dall’alto”. La spinta per il fronte venne soprattutto dai socialisti, mentre i comunisti erano più scettici, ritenendo, come poi avvenne, che questa proposta avrebbe potuto facilitare il lavoro scissionista della destra socialdemocratica, soprattutto al nord, dove esisteva una tradizione di riformismo operaio anticomunista. Si ipotizzò anche di andare alle elezioni con due proposte diverse: separatamente al nord e con il Fronte al sud, dove si erano registrate positive esperienze di “blocchi popolari” e dove effettivamente la sinistra avanzò in un quadro complessivo di pesante sconfitta.
La politica frontista fu oggetto di dibattito nel 1965 su Critica Marxista, aperto da un articolo di Emilio Sereni e nel quale intervennero Lelio Basso, Giorgio Amendola e Lucio Magri. Non è la sede per riprendere quel dibattito i cui motivi di fondo comunque non sono del tutto privi di interesse. La discussione riguardò la natura puramente difensiva dei fronti popolari, funzionali a bloccare l’ascesa del fascismo, o la loro capacità di essere anche strumento di offensiva delle forze operaie e popolari per mutare i rapporti di forza e realizzare conquiste concrete. L’altro elemento del dibattito riguardò il rapporto democrazia-socialismo, anticipando poi discussioni che si faranno più accese nel PCI e nella sinistra con l’emergere dei movimenti del ’68 e del ’69.
La fase politica e sociale, nazionale e internazionale, che siamo attraversando ripropone a mio pare il tema della strategia “frontista” come quella più adatta ad un contesto di ascesa delle destre più reazionarie e autoritarie, in cui contemporaneamente schieramenti politici alternativi faticano ad emergere o sono egemonizzati da forze moderate.
Il “frontismo” implica un ragionamento che tenga insieme alleanze politiche e costruzione di una coalizione sociale alternativa sia a quella sulla quale si basa la destra, che dimostra di avere in questa fase una forza significativa, sia quella delle diverse varianti di neoliberismo in un contesto di capitalismo più o meno democratico che oggi è in crisi.
La politica delle alleanze dovrebbe essere definita a partire dalla utilità alla costruzione di una coalizione o blocco sociale alternativo che sconfigga la destra e apra una fase nuova rispetto all’egemonia neoliberista.
La politica frontista può essere declinata in modi diversi, come è stato per altro lungo tutto l’arco della storia del movimento operaio e comunista. Possiamo definire tre diversi livelli di articolazione.
Il primo è il vero e proprio “fronte popolare”, ovvero una coalizione politica che si pone l’obbiettivo della conquista del governo, nell’ambito di una più complessiva strategia di potere. Per questa oggi non esistono le condizioni ma resta una necessaria prospettiva strategica di medio-lungo periodo, attorno alla quale definire un programma di obiettivi intermedi e un intreccio con lotte e movimenti.
Difficile pensare che si possa costruire un’alternativa mobilitante senza una visione complessiva di società, una proposta concreta di alternativa politica e una ricostruzione della speranza. La Linke tedesca ha posto il tema di “organizzare la speranza”. Non basta elencare le malefatte altrui o declamare profezie di sventura (anche se oggi sono piuttosto realistiche) per costruire un movimento popolare che sia contemporaneamente politico, sociale e ideologico-culturale.
Una seconda forma di frontismo si pone un obbiettivo più limitato e può definirsi quale “fronte democratico”. Nel concreto ciò significa porre al centro le condizioni di agibilità dei movimenti conflittuali e delle forze alternative in una fase di attacco autoritario. Questa strategia “frontista” si pone obbiettivi più limitati ma anche per ciò stesso raggiungibili. Una proposta che Rifondazione comunista avanzò nel 2011 e che poi non si poté realizzare per l’arrivo del governo Monti.
Terza forma di frontismo, questa già sostanzialmente in atto, è quella dei “fronti di lotta”, articolati per obbiettivi e con composizioni variabili. Lo si è visto con l’autonomia differenziata, i comitati per i referendum dell’8 e 9 giugno, la mobilitazione contro il DL Sicurezza, la partecipazione alle diverse iniziative per la pace e per la Palestina purché esprimessero un minimo di obbiettivi condivisibili, la presenza nelle azioni antifasciste e infine la costruzione unitaria della manifestazione pacifista del 21 giugno a Porta San Paolo.
Esiste evidentemente una connessione tra i vari livelli di politica “frontista” perché la prospettiva strategica del “fronte politico” può essere solo aperta da una stagione di ripresa di lotte e mobilitazioni larghe. In fondo fu lo stesso nel modello più classico di “fronte popolare”, quello francese, che si impose ai partiti anche per una forte spinta dal basso. Poi il successo elettorale aprì una stagione di momenti di lotta. Mobilitazione sociale e prospettiva politica sono sempre in relazione dialettica e i due momenti tendono necessariamente ad influenzarsi. L’assenza di prospettiva politica tende a deprimere la partecipazione ai conflitti e la debolezza di questi rende più difficile la costruzione di una proposta politica tale da sconfiggere l’ascesa delle destre più reazionarie e autoritarie.
La partecipazione ai vari “fronti di lotta”, è vista da alcune tendenze settarie come subordinata all’esistenza di una convergenza politica complessiva che, avendo assunto la sostanziale identificazione di tutto lo spettro politico parlamentare in un “partito unico”, è per ciò stesso dichiarata impossibile. Questo ha portato alcuni gruppi a disertare la piazza di aprile indetta dai 5 stelle e quella recente dei partiti di opposizione parlamentare sulla Palestina. Salvo poi festeggiare, il giorno dopo, come un fatto positivo, il successo di quelle stesse manifestazioni che si era voluto boicottare. Non stupisce che gli stessi si propongano, almeno per il momento e sperando in un ripensamento, di contrapporsi all’ampio fronte pacifista che si è costituito intorno alla scadenza del 21 giugno con l’appuntamento nazionale di Porta San Paolo.
In questo quadro deve essere analizzato anche l’esito del referendum. A me pare sbagliato entrare nella sindrome dello “sconfittismo” che vede in ogni appuntamento politico una apocalisse dalla quale ripartire ogni volta da zero. Non c’è dubbio che l’esito del referendum non ha ottenuto l’esito che si proponeva: migliorare la legislazione esistente a favore dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici, includendo in questo anche il quinto referendum sulla cittadinanza. Necessario ovviamente porsi l’interrogativo, a futura memoria, sull’opportunità o meno di utilizzare lo strumento referendario per queste materie, così come valutare analiticamente il risultato. In questo anche il dato interessante che sembra emergere da quei comuni dove si era chiamati al ballottaggio e nei quali si registra anche da parte di elettori di destra la propensione al voto favorevole. Occorre interrogarsi sulle obiezioni che si sono registrate nella campagna elettorale nel rapporto con gli elettori per comprendere anche il risultato sul referendum per la cittadinanza il cui dato io ritengo, a differenza di altri, tutt’altro che disastroso se si parte dal senso comune che è stato alimentato ormai da alcuni decenni.
Mi pare anche sbagliato leggere il voto tutto in termini di posizionamento elettorale pro o contro il governo e pro o contro il centro-sinistra. Si è chiesta la mobilitazione elettorale su dei temi concreti, anche in contrasto con politiche adottate dai precedenti governi di centro-sinistra, che oggi però la stessa destra filo-padronale difende però non sostenendole apertamente nel confronto con gli elettori ma rifuggendovi. Indica che, nonostante le dichiarazioni trionfalistiche, loro stesso temevano di perdere, compreso sul tema della cittadinanza se non avessero scelto l’astensione.
A me pare che l’interrogativo che le forze che hanno sostenuto i 5 sì oggi debbono porsi, ognuno nella propria autonoma, è: quali strumenti d’azione mettere in atto per raggiungere quegli obbiettivi che l’esito referendario non ha permesso di ottenere. Mettendo in campo sia una prospettiva politica che gli strumenti di conflitto sociale a partire dai luoghi di lavoro. In fondo anche questo è “frontismo”.
Franco Ferrari
