All’inizio degli anni Sessanta, Nuto Revelli[1] raccolse dal vivo con penna e taccuino le testimonianze di quaranta reduci alpini della Cuneense.
Reduci, ma meglio sarebbe dire superstiti di una divisione che aveva avuto più di 13.000 caduti e dispersi sui 16.000 che erano partiti dall’Italia per invadere la Russia. Quelli con cui parlò era tutta povera gente, contadini con la terza elementare, un paio che avevano fatto le scuole commerciali, quelle di avviamento al lavoro.
Erano partiti dall’Italia nell’estate del 1942 per andare a rinforzare il CSIR (Corpo di Spedizione Italiano in Russia, 58.000 uomini) che in quel modo diventava ARMIR (Armata Italiana in Russia, di 230.000 uomini). Si aspettavano di combattere sul Caucaso. ma furono dirottati sul Don dove combatterono la loro unica battaglia nel gennaio 1943. E fu tragedia e disastro.
Quasi tutti avevano fatto la campagna di Francia nel 1940 e subito dopo quella di Grecia e Albania, avvisaglia di un disastro incombente di impreparazione, di fame e di freddo che sarebbe proseguito in Jugoslavia, in Libia e in Etiopia. Dopo le marce di addestramento dell’estate del 1942, erano partiti quasi tutti disperati e piangenti, per attraversare l’Europa diretti nel Sud della Russia. Niente sapevano della Russia né degli alleati tedeschi e niente sapevano neanche del fascismo.
Nelle stazioni polacche restarono impressionati dallo stuolo di ebrei uomini, donne e bambini vestiti di stracci che portavano sulla schiena la stella gialla e che i tedeschi utilizzavano per raccogliere le immondizie e la merda prodotte dalle centinaia di tradotte militari. videro e descrissero una brutalità e una violenza che non conoscevano. La brutalità e la violenza nei confronti dei civili e dei prigionieri e, durante la ritirata, nei confronti di loro stessi, gli alleati, lasciarono nel ricordo di tutti il tratto comune e invariabile del soldato tedesco.
Dei russi dicono che ce n’erano di buoni e di cattivi, qualcuno dice che mediamente erano più buoni degli italiani. Ne ricordano i gesti di compassione ma anche gli abusi.
Tra i tedeschi in ogni circostanza, che fosse la guerra o la ritirata o la prigionia videro solo arroganza, prepotenza, violenza e vigliaccheria, senza eccezioni.
Già durante lo spostamento verso la prima linea si erano accorti dell’onnipresenza dei partigiani, soprattutto in Ucraina, Bielorussia e Russia.
Durante la ritirata li incontrarono di nuovo, più volte, e molti di loro furono fatti prigionieri proprio dai partigiani. Che erano poi ragazzini di 12-13 anni, ragazze e donne più anziane — qualcuna di quarant’anni, il doppio della loro età. In diversi casi era stato un pugno di partigiani ragazzini a guidare colonne di centinaia o migliaia di prigionieri verso i punti di raccolta.
Tutti dicono che, soldati o partigiani, nel momento in cui si arrendevano, i Russi li spogliavano delle penne stilografiche e degli orologi, gli oggetti di lusso dei poveri.
Freddo, fame, stanchezza e malattia erano le cose che facevano più paura. Più della disciplina, delle bombe e dei proiettili, più del nemico stesso. Sulla linea del fronte non c’era da mangiare, non c’era assistenza, non c’era riparo.
Questo quando ancora erano truppa combattente ed era stato molto peggio dopo la cattura.
Le perdite per la mancanza di riparo, di cibo e di cure mediche furono devastanti nelle prime fasi della prigionia, durante lunghissime marce e tradotte di migliaia di chilometri per raggiungere il Kazakhstan e la Siberia. I russi — li chiamano sempre così, i russi — si trovarono d’improvviso a dover provvedere a centinaia di migliaia di prigionieri, tedeschi, italiani, rumeni, ungheresi per i quali non c’era disponibile nulla, né cibo, né ricoveri, né trasporti, né assistenza medica. Anche le perdite tra i soldati russi erano elevatissime nell’ordine di decine di migliaia al giorno e il trattamento che ricevevano i loro combattenti e i feriti era appena superiore a quello che ricevevano i prigionieri.
La situazione cominciò a migliorare dopo il primo trasporto verso le retrovie — anche quello terribile e segnato non dalla violenza, ma dal freddo e dalla mancanza di cibo e soprattutto di acqua. La popolazione civile durante i trasferimenti si avvicinavano alle tradotte dove avvenivano poveri scambi di vestiti contro cibo, raramente proibiti dalle poche guardie di sorveglianza al trasporto.
Arrivati nei centri di smistamento tutti quanti descrivono di essere stati disinfettati e lavati da un numero considerevole di ragazze. Molto spesso le testimonianze insistono sull’estrema attenzione per la pulizia, sia nei campi di lavoro che nei centri di assistenza medica dove le autorità di campo facevano il possibile per mantenere condizioni d’igiene tali da evitare le epidemie.
Gli ufficiali non erano tenuti a lavorare, a norma delle convenzioni di Ginevra che i tedeschi viceversa non applicarono né nei confronti degli ufficiali sovietici né di quelli italiani catturati dopo il 1943 e internati in Germania, in totale 600.000 a fronte dei 58000 prigionieri italiani arrivati vivi ai campi di prigionia russi. Nei campi di prigionia sovietici soldati e sottufficiali erano divisi in 4 categorie a seconda delle loro condizioni fisiche. Quelli più o meno integri, che potevano lavorare puntando a realizzare la norma, ottenevano un sovrappiù di vitto, che veniva dato anche ai gravemente denutriti, cui era interdetto qualsiasi lavoro, anche leggero.
Molti dei prigionieri raccontarono “mangiavamo le stesse cose che mangiavano i russi” e ricordano episodi di traffico di alimentari in cui gli italiani erano coinvolti più spesso dei russi, riferendosi a quegli italiani che avevano ricevuto dai russi il compito di regolare e coordinare il lavoro e la vita dei loro compagni prigionieri. Ricordano la proposta fatta inizialmente ai prigionieri di entrare a combattere a fianco dei russi. La proposta non ebbe seguito neanche per coloro che avevano accettato di farlo. In alcuni casi si offriva ai prigionieri di fare da guardie armate del campo di prigionia.
A tutti era stata offerta la possibilità di frequentare a Mosca dei corsi che noi oggi chiameremmo di mediazione culturale, corsi di lingua per una formazione culturale e politica. Tutti si ricordano di avere incontrato nei campi quelle figure di mediatori italiani, — ce n’erano di buoni e di cattivi, c’erano brave persone e c’erano biechi opportunisti.
Ma non c’era tra i testimoni intervistati da Revelli nessuno che avesse fatto personalmente quell’esperienza. In generale, tanto nelle situazioni più tragiche e devastanti della prima fase della prigionia, quanto nei campi di lavoro agricolo nel Kazakistan e di disboscamento in Siberia, il sistema non era pensato e fatto per distruggere le persone con la ferocia e la disumanizzazione che fu sempre la caratteristica dei lager tedeschi. Gli uomini non diventavano numer,i ma conservavano il loro nome e venivano trattati con quello.
Nei campi circolava un giornale, L’Alba, che tutti i prigionieri ricordano di avere visto; era scritto in italiano e riportava notizie di quanto avveniva in Italia, della caduta di Mussolini, dell’occupazione tedesca e dei partigiani.
Molti prigionieri faticavano a capire cosa fossero i partigiani. Tutti furono colpiti dal resoconto dell’eccidio di Boves — la rappresaglia nazifascista che distrusse quel paese.
Lo chiamavano l’incendio di Boves, ma i più faticavano a credere alla notizia. Resi sospettosi dalla metodica disinformazione cui li avevano abituati i fascisti, quei ragazzi contadini pensavano che fosse tutta propaganda. Allo stesso modo credevano poco agli sviluppi della guerra come li raccontava L’Alba e pensavano che fossero ingigantite le vittorie, minimizzate le sconfitte e le ritirate.
Ben distinti da quelli che avevano fatto i corsi di mediazione, di tanto in tanto comparivano i fuoriusciti, uomini e donne, che godevano di ben altro rispetto, anche da parte dei russi e avevano un ruolo, oltre che un’esperienza, più propriamente politica: erano gli antifascisti reduci dalla guerra di Spagna e i perseguitati dai fascisti di tutta Europa.
Spesso gli ex prigionieri sottolineano l’umanità di alcune figure di militari e civili russi dei campi, specie delle dottoresse e delle siestri, delle sorelle, una parola che tutti impararono presto. Spesso le regole venivano infrante a loro favore; e sono più frequenti i racconti di quelle infrazioni che di abusi. I rapporti con in civili erano quelli di scambio o baratto nelle tremende condizioni dei trasferimenti dal fronte ai campi di prigionia, poi si normalizzarono e furono normalmente buoni, spesso amichevoli.
I civili russi non agivano con prepotenza e ferocia, anche se tra di loro non mancavano i disonesti. Storie d’amore, nonostante l’abbondante presenza femminile nei campi, non ne nacquero e comunque non vengono raccontate, se non per magri e sterili rapporti sessuali proposti da donne russe, ma resi pressoché impossibili dal decadimento fisico dei prigionieri. Qualcuno racconta di periodi trascorsi in famiglia con i russi, anche dopo che era stato diramato l’ordine che tutti i prigionieri fossero riconsegnati alle autorità militari. Fu soprattutto in quelle circostanze che qualcuno imparò un russo primitivo che spesso si rivelava viatico di sopravvivenza. Generalmente pessimi furono i rapporti con i militari tedeschi sia prima che durante che dopo la prigionia. Nel viaggio di rientro in Italia (tra il 1945 e il 1946) incontrando gli italiani che erano stati prigionieri in Germania gli ex prigionieri italiani in Russia restavano sorpresi dei rapporti amichevoli e cordiali degli ex prigionieri italiani con i civili tedeschi, specie con le donne: per loro la più sgradevole e odiosa delle compagnie
Diversi di loro non capivano e furono infastiditi al loro rientro dalle polemiche che trovavano in Italia sui russi nemici/russi amici, buoni o cattivi. Gli sembrava di essere strumentalizzati e che li si volesse far schierare a tutti i costi. In generale reagirono male ai comitati d’accoglienza organizzati a Milano dal PCI, alla stazione e ai locali addobbati con bandiere rosse e ritratti di Stalin.
Fu evidentemente un errore il fatto di pensare che quanto potevano aver visto e capito dell’Unione Sovietica potesse prevalere sul ricordo degli orrori della guerra e sulle personali sofferenze fisiche e psichiche che per la maggior parte dei reduci si protrarranno per molti anni, per tutta la vita.
Rientrando nella vita civile, tutti conservarono diffidenza per qualsiasi attività politica o di associazione. Qualcuno, tra i pochi rientrati in Italia nella primavera del 1943 senza passare attraverso la prigionia, ricorda di aver aiutato o fiancheggiato i partigiani, ma nessuno dei reduci dalla prigionia parla di una militanza politica successiva al rientro e, quando ne parlano, dicono di evitare sia le associazioni che i raduni di ex combattenti, alpini o non alpini.
Ma perché alla fine del 1942 quei duecentomila e passa figli di mamma che i camerati tedeschi disprezzavano e tolleravano con fastidio erano schierati sul fronte del Don? Lanno precedente Hitler aveva taciuto al duce dell’attacco alla la Russia facendolo indispettire al punto che il giorno successivo Mussolini aveva ordinato al capo di S.M. Generale Cavallero di preparare immantinente, come si diceva allora, un corpo di spedizione di 60.000 uomini per dar man forte ai tre milioni di uomini con cui Hitler aveva invaso la Russia il 21 giugno. Hitler gli aveva risposto che di quegli uomini non aveva bisogno ed era implicito che quell’aiuto era più fastidioso che utile. Anche senza scomodare il basso gradino su cui collocava la razza italiana, come alleato non poteva sottovalutare la disastrosa sequela di sconfitte cui era andato incontro il Regio Esercito dopo aver deciso di abbandonare la non belligeranza con cui aveva accompagnato il primo anno della guerra imperialistica tedesca. Ma Il duce quel rifiuto non lo poteva accettare e a malincuore l’OKW dovette integrare i 58.000 uomini del Csir, nell’esercito tedesco invasore. Si trattava di una formazione improvvisata composta da tre divisioni di fanteria, la 9ª Divisione fanteria “Pasubio”, la 52ª Divisione fanteria “Torino” e la 3ª Divisione celere “Principe Amedeo Duca d’Aosta”. Le due ultime Torino e Pasubio erano generosamente chiamate autotrasportabili, in grazia una di quelle invenzioni linguistiche care al pudore linguistico degli eserciti, specie dei meno ordinati ed efficienti. Autotrasportabili voleva dire che potevano viaggiare in camion, se i camion ci fossero stati: ma siccome camion non ce n’erano marciavano a piedi con scarponi chiodati non adatti né al fango né alla neve. Per la verità di camion ce n’erano solo per una divisione sicché la soluzione strategica fu che i camion prima trasportassero una divisione poi tornassero a recuperare l’altra. Cosa che naturalmente non avvenne mai sicché la divisione Torino, seconda in ordine di marcia fece migliaia di km sempre a piedi. Del resto, per spaventare il futuro nemico, la neutralità era stata chiamata non belligeranza che gli angloamericani avrebbero ripagato con una sarcastica cobelligeranza quando toccò a loro di dare un nome all’infido alleato che da parte sue per evitare termini sgradevoli come abdicazione e reggenza, si era inventato il buffo termine di luogotenenza, spiegando Vittorio Emanuele III ai suoi che in casa Savoia si comanda uno per volta e quell’uno naturalmente non poteva che essere colui che aveva guidato la famiglia nell’imbarco a spintoni sulla corvetta Baionetta.
Nel 1942, deciso a dar maggior lustro alle armi italiane e temendo la concorrenza di Ungheresi e Rumeni nella spartizione di quanto i tedeschi avrebbero avanzato della povera Russia, Mussolini decise di moltiplicare per cinque il suo esercito russo e di spedire su quel fronte anche tre divisioni alpine. Tridentina, Julia Cuneense che i tedeschi consideravano le uniche truppe italiane degne di considerazione Se i Rumeni erano stati capaci di sterminare 60000 ebrei a Odessa gli italiani avrebbero di mostrato che al bisogno non sarebbero stati da meno. A differenza dell’anno precedente, alla novella VIII Armata fu fornito un equipaggiamento sempre largamente inferiore sia a quello tedesco che a quello russo, ma comunque il meglio che poteva fornire la nazione. Il che ebbe come ovvio risultato di fornire di mezzi un fronte che per l’Italia era del tutto secondario e mandare a catafascio il fronte mediterraneo e africano e la stessa difesa dell’Italia privata senza scopo delle sue risorse militari più efficienti.
Quando si dice che a differenza di tutti gli altri alleati i contingenti italiani si comportarono con civiltà e rispetto per i civili, si dimentica che le divisioni italiane coprivano sul Don un fronte di 270 KM e secondo le regole d’ingaggio imposte dai tedeschi alle truppe di prima linea toccava la copertura di una retrovia di 40 km di profondità, là dove secondo la strategia sovietica si concentrava più intensa e feroce la guerriglia partigiana.
Per cui in quell’area di circa 10,000 km2 l’impegno della contro guerriglia fu tutto italiano e non è un caso se molti ufficiali e graduati italiani furono condannati per crimini di guerra e contro l’umanità e furono trattenuti in Russia sino al “55 e al “56, nonostante le lamentele del Papa, delle mamme e gli insulti a Togliatti perché non chiedeva all’amico Stalin di chiudere un occhio sulle responsabilità e i delitti degli Italiani che avevano solo obbedito agli ordini e contribuito a sterminare ventinove milioni di cittadini sovietici.
Tutte queste cose, dai cappotti di lana autarchica alle scarpe di cartone, al disastro strategico che stava combinando il duce le aveva sempre sapute, ma come disse al generale Messe che era andato a protestare da lui 200.000 soldati e relativi morti sul tavolo della pace valevano più di sessantamila. Di fronte a quell’insolenza da cattivo giocatore d’azzardo, aveva fatto bene il generale Messe a metteer in piedi per conto del suo esercito una rete di magliari che comprava cappotti e anche armi di contrabbando dagli alleati rumeni e ungheresi, civili e militari. Cibo in scatola contro proiettili e cappotti e viceversa.
Fatto sta che dopo le prime severe batoste del 1941, in primis la sconfitta sotto Mosca a Hitler faceva comodo anche la sgangherata armata italiana
I primi sei mesi dell’operazione Barbarossa erano costati ai tedeschi oltre 756000 perdite di cui duecentomila morti, contro il totale di centomila caduti delle sei campagne precedenti in Polonia, Danimarca, Norvegia, Francia, Jugoslavia e Grecia. L’intervento italiano non modificò le scorti dello scontro. L’armata italiana fu attaccata una sola volta e disfatta a nord di Stalingrado dove i tedeschi erano ormai accerchiati. Tentò di sganciarsi aggrappandosi a quello che restava della divisione alpina Tridentina che ebbe un altro scontro con i sovietici a Nikolajewka. Una battaglia di cui gli italiani vanno fieri, ma che non rientra nell’elenco dele 1300 battaglie più notevoli combattute dall’Armata Rossa durante la guerra patriottica.
Luciano Beolchi
[1] Nuto Revelli, La strada del Davai, Einaudi, 2020

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Tanti anni sono oramai passati da quando, durante le cene a casa di una mia amica, il suo papà usava raccontare le “avventure” della famigerata campagna in Russia che durante la guerra lo aveva visto partecipe. Piangevo mentre lo ascoltavo.. Non ne potevo fare a meno. Erano quei racconti, pieni di drammaticita’, per noi oggi difficile da pensare.. Sono però entrato dentro di me, e li ho assorbiti così tanto che mi rifiuto di pensare che qualcosa di simile possa riaccadere. Anche se già è stato fatto e continua ad essere fatto, non tanto lontano da noi. Non smettiamo di lottare per il NO alla guerra.. Silvana Telaro