Il mattino grigio del lunedì nella Piana toscana fra Firenze, Prato e Pistoia in un istante si è tinto di nero del fumo denso e tossico della raffineria ENI di Calenzano, nell’area metropolitana fiorentina, il più grande sito di stoccaggio e distribuzione di carburanti del centro Italia con circa 162.000 tonnellate di combustibile stipato in un’area di poco più estesa.
Intorno alle 10.20 un boato ha squassato l’area, con l’esplosione nella zona di rifornimento mezzi, sotto la pensilina dove si trovavano alcune cisterne in fase carico. Una bomba di fuoco ha inghiottito la struttura, coinvolgendo secondo le prime ricostruzioni i mezzi in coda ed una trentina fra operatori e trasportatori.
Dalla deflagrazione l’onda d’urto si è propagata nella zona circostante, densamente abitata soprattutto sul versante nord di Calenzano, Sesto Fiorentino e Prato; mentre a sud molte aziende limitrofe hanno riportato danni, come la frantumazione dei vetri delle finestre ed il crollo di controsoffitti o lo scoperchiamento di portoni e tettoie.
Subito dopo l’esplosione una colonna di fiamme e fumo nero si è stagliata nel cuore della Piana per decine di metri d’altezza, costringendo all’immediata chiusura del traffico ferroviario nella tratta in prossimità dell’impianto ENI e lo spazio aereo nel vicino e molto discusso aeroporto di Firenze.
Nonostante la rapidità dei soccorsi per una delle aziende della fascia di massimo rischio per la sicurezza, riportata nella direttiva Seveso, nelle prime ore si sono susseguiti messaggi sulla triste conta delle vittime e dei dispersi. A fine mattinata un comunicato dell’unità di crisi regionale ha parlato di 2 lavoratori rimasti uccisi, di cui soltanto uno inizialmente identificato – Vincenzo Martinelli, trasportatore di 51 anni di Prato –, seguito poi da un altro camionista, Carmelo Corso; mentre le tre vittime, Davide Baronti, Gerardo Pepe e Franco Cirelli sono state rinvenute solo il giorno seguente, dopo essere state date per disperse.
Oltre ventisei i feriti, di cui tre in gravi condizioni, ricoverati negli ospedali di Careggi, Prato e nel centro Grandi ustionati di Pisa, fra i quali anche residenti ed esercenti delle zone vicine, colpiti da vetri o detriti.
Secondo le ricostruzioni iniziali, pochi secondi prima dell’esplosione, proprio da una pensilina dell’area di carico uno dei presenti avrebbe provato ad inviare un segnale di allarme. Dai primi accertamenti è emerso infatti un problema alle tubazioni, su cui erano stati chiamati ad intervenire due manutentori esterni, senza però l’interruzione delle concomitanti operazioni di rifornimento, per cui è stata ipotizzata anche la perdita di liquido infiammabile.
La Procura di Prato ha subito aperto un fascicolo per omicidio colposo plurimo, lesioni colpose aggravate dalle violazioni delle norme sulla sicurezza sul lavoro ed anche il disastro colposo. Il procuratore Luca Tescaroli ha parlato di “condotte scellerate” nell’omissione o rimozione dolosa di cautele contro infortuni sul lavoro.
Per questo i sindacati confederali hanno proclamato quattro ore di sciopero generale nel pomeriggio di mercoledì 11 dicembre, contro “l’ennesima, inaccettabile tragedia sul lavoro con dimensioni e risvolti ancora da capire su vari fronti” secondo CGIL, CISL e UIL, che ribadiscono come “senza sicurezza non c’è lavoro, non c’è dignità, non c’è vita”.
Per la Piana si tratta appunto dell’ennesima strage nello stesso anno del crollo sul cantiere di Esselunga in via Mariti a Firenze, dove il 16 febbraio scorso esattamente altri cinque lavoratori persero la vita, nel cedimento del solaio del magazzino in costruzione, in mezzo ad una giungla di subappalti, che avevano aggirato le precauzioni sui rischi di più lavorazioni coincidenti.
Eppure sull’impianto di ENI già dal 2020 Medicina Democratica tramite il suo referente Marco Caldiroli aveva messo in guardia sui pericoli derivanti da stoccaggio e movimentazione di combustibili, provenienti dagli oleodotti del sito di Stagno a Livorno. In una nota l’organizzazione denuncia “un’inadeguata protezione dei lavoratori stessi e insufficienti misure di sicurezza a loro dedicate” – dal momento che – “gli scenari incidentali vanno anch’essi validati dagli enti e comprendono quelle informazioni per garantire la sicurezza all’esterno degli impianti, non permettendo la vicinanza di siti sensibili e l’attivazione di piani di emergenza dedicati e conosciuti dai cittadini”.
Che non sembri trattarsi di una tragica fatalità e che nell’epoca delle tecnologie digitali certi impianti non abbiano dotazioni di sicurezza all’avanguardia pare riscontrabile anche dalla sequela di tragedie simili, elencate nella nota di Medicina Democratica: da quella presso la Raffineria ENI di Livorno nel novembre 2021, alla raffineria di Falconara Marittima (AN) nel 2018, che aveva interessato un serbatoio di combustibili con “tetto galleggiante”, fino a quella di Sannazzaro dei Burgundi (PV), dicembre 2019.
Nella denuncia di quattro anni fa da parte del responsabile di Medicina Democratica a Livorno, Maurizio Marchi, si leggeva di rischi relativi a “quattro ordini, quali incidenti catastrofici (esplosioni, anche a catena, incendi), sversamenti “silenziosi”, prolungati nel tempo, come già avvenuto a Livorno, […] a danno delle falde idriche; l’impatto sulla salute dei lavoratori e dei cittadini circostanti gli impianti, oltre alle emissioni dei consumi petroliferi diffusi sulle strade, nelle città”. Inoltre si ammoniva sul fatto che “se avvenisse un incidente rilevante (incendio, esplosione) sarebbe tagliata in due l’Italia, data la presenza dell’autostrada A1 e della ferrovia Firenze-Bologna, oltre alla fermata dell’aeroporto di Peretola, oltre ai danni (per noi prioritari) alle persone e ai lavoratori. L’alto rischio d’incidente rilevante (ufficializzato su Calenzano nei parametri delle Leggi Seveso 1-2-3) è il primo, ma non l’unico dei problemi da evidenziare”. Difatti venivano poste anche questioni ambientali sull’assenza del doppio fondo dell’impianto a scongiurare sversamenti di carburanti nelle falde acquifere, oltre all’impatto delle emissioni di vapori inquinanti nelle fasi di movimentazione.
Ancora una volta il profitto passa prima di tutto, delle prescrizioni per la sicurezza e delle vite delle persone che escono di casa per guadagnarsi da campare e poi la sera non ritornano, uccise da quel lavoro sempre più povero e precario, che porta a ricatti altrettanto rischiosi.
E sempre per profitto si provocano disastri ambientali, come lo sversamento in atmosfera di fumi tossici, che l’agenzia regionale per l’ambiente ha poi dichiarato essere ‘trascurabili’, sebbene in un’area come la Piana toscana, in cui i livelli di sforamento di emissioni di CO2 e altri inquinanti sono anche in questo periodo sopra i limiti di legge.
Altrettanto infelice pare la reazione del Presidente della Regione Eugenio Giani che non solo perora la vulgata dell’aspettare “che ci scappi il morto, prima di prendere provvedimenti” ma nella sua dichiarazione su quanto la localizzazione della raffineria ENI non sia più appropriata in un’area ormai densamente abitata rispetto al periodo del suo impianto negli anni ‘50, pare cinicamente voler mandare un messaggio a ENI sulla partita del rigassificatore di Piombino, ventilando la variante urbanistica per la dismissione del sito di Calenzano.
Tommaso Chiti