Perché gli sfruttati votano gli sfruttatori?

dal nostro corrispondente da Londra, Enrico Sartor –

Levatevi come leoni dopo il torpore
in numero invincibile,
fate cadere le vostre catene a terra
come rugiada che nel sonno sia scesa su di voi.
Voi siete molti, essi sono pochi.

“La maschera dell’anarchia” di Percy Bysshe Shelley

1.For the many, not the few”. Perché la classe operaia impoverita non ha creduto al Manifesto laburista?

Uno dei misteri che le elezioni politiche del 13 dicembre 2019 in Gran Bretagna hanno confermato è quello di un partito che invoca politiche a favore della stragrande maggioranza dei cittadini e delle cittadine e che viene sconfitto da un partito che invece rappresenta storicamente gli interessi di una ristretta elite. Persino il concetto di egemonia gramsciano fatica a coprire completamente questo assurdo della storia.

E’, questo, un argomento centrale nel dibattito interno al partito laburista britannico, che si prepara ad eleggere – nei prossimi mesi – un nuovo segretario.

Rebecca Long-Bailey è – fra i sei candidati alla segreteria – la più vicina alla linea di Jeremy Corbyn; in questo momento, essa ha l’appoggio della sinistra del partito: dal sindacato Unite all’organizzazione interna di base Momentum, ma la sua candidatura può avere un significato se sarà in grado di individuare le ragioni per cui una classe operaia impoverita da anni di austerità non abbia votato per il vasto progetto di ridistribuzione e giustizia sociale contenuto nel Manifesto elettorale laburista It’s time for real change.

L’agenzia statistica YouGov sostiene che, nelle ultime elezioni generali, i laburisti hanno ricevuto il 31% dei voti degli operai qualificati (contro il 49% andati ai conservatori) e il 34% dei voti degli operai non qualificati (contro il 47% ai conservatori, che hanno ottenuto globalmente meno del 42% dei voti).

Un contributo a capire di più può venire da un’analisi della natura della povertà in Gran Bretagna e del ruolo dello Stato nella sua gestione.

2. Povertà e diseguaglianze crescenti in Gran Bretagna

L’aumento drammatico, negli ultimi anni, della povertà e delle diseguaglianze nella società inglese è un dato di fatto sul quale si è basata la politica elettorale del Labour; questo ha proposto uno sviluppo economico ‘per i molti, non per i pochi’. Le politiche dei governi conservatori sono in gran parte responsabili della situazione attuale, con la politica dei governi di Margaret Thatcher intenti allo smantellamento dell’industria mineraria e manifatturiera nel centro-nord del Paese e con la politica di austerità e di tagli ai servizi pubblici dei due governi che hanno preceduto l’avvento di Boris Johnson.

Del resto la spesa statale per l’assistenza è ancora sostanziosa: il 33% delle famiglie britanniche riceve qualche forma di assistenza, per un totale di 70 miliardi di sterline all’anno (l’equivalente della spesa statale complessiva per l’educazione primaria e secondaria). Si raggiungono i 100 miliardi considerando altri contributi, quali sussidi per la casa, ecc.

Si tratta del 50% in più di quanto veniva speso vent’anni fa. E tuttavia non è tanto la quantità, quanto il tipo d’intervento ad essere drammaticamente cambiato negli ultimi anni.

Mentre alcuni anni fa l’intervento assistenziale era finalizzato ad aiutare i lavoratori temporaneamente incapaci di badare a se stessi, ora il 60% dell’assistenza è indirizzata a famiglie con almeno un occupato, svolgendo un ruolo di compensazione della inadeguatezza dei salari e diventando parte integrante del reddito familiare. Persino l’assistenza ai disabili, venti anni fa indirizzata in maggioranza a persone ultracinquantenni, ora è largamente distribuita a una popolazione di ventenni e trentenni, con un budget cresciuto del 50% negli ultimi dieci anni. Paul Johnson, direttore dell’Institute for Fiscal Studies (da cui sono tratte le statistiche qui riportate), ritiene che le condizioni abitative povere e la mancanza d’istruzione e avviamento professionale abbiano sui giovani adulti effetti più disabilitanti di quanto producano l’età avanzata e le condizioni di salute sugli ultra sessantenni.

3. L’assistenza come “big business”

Occorre anche considerare come in questi anni alla cronicizzazione (e normalizzazione) della povertà e dell’assistenza statale di massa abbia corrisposto una crescente gestione dell’assistenza come ‘big business’ attraverso la privatizzazione dei servizi sociali, assistenziali, sanitari e scolastici.

Solo per citare alcuni esempi, il sistema sanitario ha dato in gestione servizi per 15 miliardi a compagnie private negli ultimi cinque anni, per un ammontare di 9.2 miliardi solo nel biennio 2018-19. E’ prevedibile una possibile futura accelerazione se la Gran Bretagna post Brexit stabilirà relazioni commerciali con le grosse compagnie farmaceutiche americane. Per quanto riguarda l’assistenza sociale, nel 2016 si registravano in Gran Bretagna quindicimila case di riposo e centri residenziali d’assistenza, di cui il 75% erano privati, gestiti da compagnie finalizzate a ricavarne un profitto. Del milione e mezzo di dipendenti del settore, il 57% lavorava per compagnie private, in maggioranza con contratti “a zero ore” e salario al minimo legale. Ancora le autorità locali hanno speso nel 2019 80 miliardi di sterline per compensare ditte private che prestano servizi pubblici che vanno dai pasti scuola, alla nettezza urbana.

Anche l’edilizia popolare è stata in un certo senso privatizzata: case di proprietà dei Comuni sono quasi sparite, rimpiazzate da alloggi privati per i quali le autorità locali pagano affitti inflazionati da mercato libero. Compagnie multinazionali come SERCO Group PLC gestiscono servizi strategici dello Stato: dalle prigioni (privatizzate) ai centri di detenzione per migranti, dai controlli di frontiera ai servizi logistici del settore sanitario.

Persino le charities (il settore delle organizzazioni di volontariato no profit) non sono state immuni da questa “mercificazione” della povertà e dei cittadini vulnerabili. Si registrano casi di charities (come quelle che operano nei centri di detenzione per stranieri) che ricevono somme consistenti dal governo – e persino da appaltatori come la già citata compagnia SERCO – in cambio d’interventi spesso in contrasto con i diritti stabiliti dalla legge e dagli accordi internazionali quali la Convenzione Europea dei Diritti Umani, come, per esempio, convincere i migranti trattenuti senza limiti di tempo nei detention center a tornarsene volontariamente a casa, anche se questi hanno fondate ragioni giuridiche per rimanere in Gran Bretagna.

4. I c.d. contratti SIBs e il caso della charity St Mangus

Ma ancor più gravi sono i casi di charities che hanno sottoscritto contratti promossi dal governo e conosciuti con il nome di Social impact bonds (SIBs). In questi contratti, investitori privati sono chiamati a finanziare organizzazioni caritatevoli e ricevono un profitto (pagato dal governo, cioè dai cittadini) nel caso in cui gli obbiettivi prefissati dal governo siano ottenuti dalle organizzazioni.

Si registrano casi gravissimi come quello che ha visto protagonista la St Mangus, una delle più grandi charity che si occupa di senza-casa a Londra. Questa organizzazione – che ha stipulato un contratto SIB con Boris Johnson sindaco di Londra – è chiamata a trattare un problema irrisolvibile, anche per colpa delle politiche governative, considerato che, per esempio, a partire dal 2014 le nuove regole sull’immigrazione vietano ai cittadini dell’UE di ricorrere all’assistenza pubblica se non sono temporaneamente in grado di pagare l’affitto.

Ebbene, la St Mangus, non essendo in grado di raggiungere gli obbiettivi prefissati di riduzione del numero dei senza-casa, e conseguentemente di ricevere i finanziamenti governativi per pagare un profitto agli investitori privati, ha deciso di incrementare le entrate usando i suoi dipendenti come guide per gli agenti del Ministero dell’interno nella ricerca e nella deportazione – spesso con uso della forza – dei cittadini dell’UE temporaneamente privi di una abitazione.

In un interessante studio del 2016, Christine Cooper et al., basandosi sulle teorie di biopolitica di Michel Foucault, hanno sostenuto che i contratti SIB negano l’esistenza dei problemi sociali e li sostituiscono con il concetto di individui che falliscono. ‘Tutti i partecipanti al SIB, nel caso della St Mangus, sono degli imprenditori, lo stesso senza-casa diventa un imprenditore che fallisce’.

5. For the many, not the few”. Dimenticare Shelley

In questa prospettiva sembra avere ragione un’editorialista del quotidiano the Guardian, Polly Toynbee, quando afferma che il moto ‘for the many not the few’ non è più nella società attuale il grido di battaglia degli oppressi che difendono i propri diritti contro gli oppressori, ma piuttosto il buonista auspicio di un partito largamente di ceto medio.

Lo slogan di Corbyn ha un precedente letterario nel poema di Shelley e di questo eredita la pesante retorica ottocentesca. Questo perché la società inglese moderna non è più una piramide con i molti oppressi al fondo, ma piuttosto un trapezio, con le due punte estreme di diseredati e super privilegiati, e la vasta massa centrale di individui i quali, pur ricevendo un sussidio statale, non sono e non vogliono essere confusi con i senza-casa, con i poveri estremi che devono decidere ogni giorno se mangiare o accendere il riscaldamento.

Questo spiega anche l’arroganza indegna di Boris Johnson, quando ha obiettato a Jeremy Corbyn – il quale denunciava giustamente, nella seduta parlamentare del 22 gennaio scorso, le politiche del governo come causa dell’estrema povertà di certe aree della Gran Bretagna – di considerare la risposta che gli elettori avevano dato alle sue argomentazioni quattro settimane addietro nelle urne del 13 dicembre 2019.

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I NO che fanno crescere
Achtung fascismo!

1 Commento. Nuovo commento

  • Mariano Ranieri
    6 Febbraio 2020 12:38

    È la sindrome di stoccolma.da tempo immemore che intere popolazioni inneggiano ai loro oppressori.

    Rispondi

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