Una riflessione va fatta sin d’ora a seguito della morte di Bergoglio e della proclamazione del nuovo pontefice. Per quasi 12 anni, dalla visita a Lampedusa, nonostante le tante e giustificate distanze, buona parte del mondo della sinistra reale si è sentita rappresentata da Francesco. Ad ogni intervento su temi sociali, dal lavoro, all’immigrazione, alla guerra, sembrava precedere buona parte del mondo politico, fare affermazioni e assumere impegni che risuonavano e per troppo tempo hanno di fatto permesso alla sinistra laica di adagiarsi, di abdicare anche al proprio ruolo di soggetto propulsivo, di riprendere quella ricerca necessaria per uscire dalla sconfitta di lunga data. Il messaggio del Papa, per quanto a volte assumesse tratti di vera e propria conflittualità con le leggi imposte dall’economia neoliberista, per quanto sembrasse coincidere con gli ideali di giustizia sociale, di pace, di eguaglianza e di ripudio verso coloro che erano votati unicamente al profitto, ha assunto un ruolo consolatorio e che ha di fatto permesso – non certo per responsabilità del capo della chiesa ma per insufficienza di pensiero critico – di riaprire il campo della ricostruzione di conflitto che deve essere proprio di chi aspira a cambiare il mondo qui ed ora. Si era, – sempre e particolarmente su alcuni temi – preceduti da quanto giungeva dal Papa, persino quando si avventurava in campi complessi come la protezione dell’ambiente e della natura, persino quando si schierava apertamente, rompendo il tradizionale linguaggio ecumenico, contro coloro che distruggevano ogni speranza, facendo nomi e cognomi, scegliendo di stare su un terreno scomodo.
Quel periodo è finito con l’ultimo angelus di Pasqua e ora, evitando di improvvisarsi a vaticanisti esperti, alla ricerca di continuità col precedente pontificato, diviene inevitabile porsi – ma andava fatto prima – il tema della ricostruzione di un impianto ideologico che non debba inseguire territori contraddittori. La chiesa, per sua natura – e si doveva evitare di cadere in alcune forme di esaltazione – è una contraddittoria monarchia assoluta, in grado di funzionare con maggiore determinazione delle Nazioni Unite (ci vuole poco), ma che per esistere deve restare ancorata a proprie retrogradi dogma. I rapporti di genere, il diritto alla scelta e alla libertà del proprio corpo, la sessualità in tutte le sue forme, restano regolate da rigidità – peraltro ipocrite – che preservano la gestione patriarcale del potere e il dominio di una cultura che opprime chi non si adegua alle regole imposte.
Si tratta di temi non marginali, con cui in molti, soprattutto, ma anche in molte, si è evitato di assumere toni troppo forti, cavandosela con la frase “la chiesa è questa; ci vuole tempo”. Ci si è accontentati di un messaggio pastorale forte e certamente di rottura, che è stato in grado di attecchire con forza, che ha persino provocato timore in alcuni palazzi del potere al punto da censurare alcune dichiarazioni che giungevano dal Vaticano, ma nel frattempo? Soprattutto nel frammentato mondo delle sinistre in Italia, quelle meno vincolate da ruoli nelle istituzioni, si sono sviluppati due fenomeni, entrambi di subalternità, opposti ma fra loro speculari. Da una parte, in esigua minoranza, si è continuato a denigrare ogni operato papale in quanto tale. Si è rifiutato di vedere la realtà, si è ignorata la connessione sentimentale fra Francesco e un popolo sovente composto da non credenti, in nome del rifiuto totale di ogni confronto. Dall’altra ci si è invece costantemente fatti scudo delle dichiarazioni anche non esaurienti che giungevano da San Pietro, come a dire “il Papa è a sinistra di noi” e ci si è in parte fermati, quasi sentendosi coperti se non rappresentati da questo complesso scudo. La specularità è connessa alla subalternità. Ne il primo ne tantomeno il secondo atteggiamento modificavano un progetto culturale, politico e ideologico della Chiesa, decisa a riprendersi il proprio popolo e in parte a rompere ogni meccanismo di reale secolarizzazione.
Quella che si pone allora come questione è quella della ricostruzione di un campo di pensiero laico, capace di dialogare – laddove si trovino convergenze – anche col nuovo pontefice, ma in grado di farne a meno, capace di attingere ai propri saperi e alla propria capacità di ricerca, per proporre una analisi adeguata della realtà.
Questo presuppone la ricostruzione, da realizzare contemporaneamente, passo dopo passo, di un lavoro di ricerca, anche teorica, persino di inchiesta sociale, che riguarda i “fondamentali” per ridefinire un pensiero socialista, comunista, libertario, femminista e antirazzista, con una propria disamina dell’eterno conflitto capitale lavoro e della comprensione della fase strutturale di guerra in cui sta vivendo gran parte del pianeta. In altri termini il socialismo del XXI secolo va proposto qui ed ora e non Oltre Tevere. Nello stesso tempo va ricostruita una connessione politica e sentimentale nella frammentata classe, tanto a livello locale e nazionale, quanto in ambito globale, che ritrovi le proprie pratiche di opposizione ai fascismi dilaganti, ad ogni forma di oscurantismo, alle guerre imperialiste ed inter -imperialiste. Pensiero e pratiche che, come si diceva, possono anche trovare punti di incontro col nuovo pontificato ma che non sono ancillari a questo, che non abbisognino di conferme della propria validità da tale voce ma che si sperimentino come autonome, plurali, vitali e libere.
Certo, l’assenza, o la differenza rispetto al passato, di una voce potente, capace di giungere in ogni area del pianeta, priva in molte e molti di un punto di riferimento. Ma questo impone, alle sinistre reali di ogni parte del globo di ridivenire punto centrale di coagulo delle infinite vertenze che il mondo diseguale e guerrafondaio pone in essere. Impone l’urgenza di non essere più, soprattutto in Europa, esigua minoranza che cerca nuovi sbocchi, ma soggettività in grado di proporre reale alternativa di società che non cerca messaggi consolatori ma si dispone ad una fase di profonda conflittualità. Da questo è possibile ripartire per potersi definire sinistra reale e capace di prospettare un’alternativa alla religione neoliberista che non è scalfita da alcun monito pontificio. Si hanno oggi meno pretesti, meno vie di fuga, meno illusioni dettate da una voce che ha avuto il pregio di farsi diplomazia laddove coloro a cui spettava tale compito tacevano. Si deve divenire quella voce, che non deve aver bisogno di benedizioni ma trovare in se stessa la propria ragion d’essere.
Stefano Galieni
