Il Coronavirus a Gaza e in Cisgiordania

di Nino
Lisi

Il Coronavirus – questo si sa – non ha gambe e (pare) nemmeno ali. Come le idee, cammina con le gambe degli uomini e, poiché non fa discriminazioni, anche delle donne.
Si spiega così che all’inizio ha risparmiato Gaza, dove, essendo sigillata, niente e nessuno può entrare senza permesso.
Ma quando – come accade di tanto in tanto, se proprio non se ne può fare a meno – l’Egitto ha aperto per due giorni il valico di Raffa, con alcune/i cittadine/i che dovevano rientrarvi, è passato anche il Covid-19. Gaza però non è Parigi e nemmeno Roma o Berlino. È il territorio che secondo le previsioni dell’ONU sarebbe divenuto invivibile entro il 2020. Il 2020 è venuto, anzi se ne è pure andato e infatti non vi ci si potrebbe vivere. Immaginate quindi come il Covid-19 vi abbia scorrazzato.
Gaza manca di tutto. Sta molto peggio persino di Cuba, che è quanto dire!
Manca persino di ossigeno, perché potendo questo gas essere impiegato per vari usi, oltre quello sanitario, è giudicato pericolosissimo e quindi non può entrare liberamente a Gaza. Provate a pensare alle terapie intensive anticovid senza ossigeno.
È dovuta quindi intervenire l’Organizzazione Mondiale della Sanità per rifornire Gaza dell’indispensabile per fronteggiare la pandemia. Farlo lì è assai più arduo che altrove anche perché su 360 km2 si accalcano ben 1.800.000 persone.
Secondo le informazioni raccolte presso il Ministero dello Sviluppo Sociale (MoSD) da Meri Calvelli, l’operatrice internazionale che ha fondato e dirige il Centro Italo-Palestinese di Scambi Culturali di Gaza, intitolato al volontario italiano Vittorio Arrigoni (ucciso a Gaza da un gruppo terrorista), dal 17 al 31 dicembre scorso si sono registrati circa 10.000 nuovi casi di Covid-19 portando il totale delle persone contagiate dall’inizio della pandemia a oltre 40.000, per raggiungere il 5 gennaio il totale di 42.730.
Alla stessa data risultavano ricoverate nei due ospedali e nelle altre otto strutture dedicate circa 1.500 persone contagiate. Altre 7.200 circa erano in isolamento domiciliare, mentre 30.868 erano in quarantena domestica perché venute a contatto con persone risultate positive.
Dei 520 letti ospedalieri disponibili, 312 sono stati destinati a pazienti affetti da Covid-19; 90 per terapia intensiva, di cui 47 occupati attualmente, 5 dei quali da pazienti con ventilazione. I guariti sinora sono 32.346 e i morti 398.
Secondo fonti della comunità palestinese di Roma e del Lazio al 7 gennaio i contagi erano arrivati a 44.279, i ricoveri a 8.906, le terapie intensive complessivamente a 246 e vi erano138 persone in pericolo di vita, mentre le guarigioni erano arrivate a 34.957 e i morti a 416.

La situazione dei tamponi è critica per la scarsa disponibilità di siero: vengono effettuati solo a persone con più di 50 anni, alle altre solo se sicuramente entrate a contatto con persone contagiate.
Le misure anticontagio adottate sono severe. Nelle 68 aree dichiarate rosse, sulle 96 in cui la Striscia è stata suddivisa, non è consentito alcun movimento. Altrove sino a metà gennaio (poi si vedrà) nel fine settimana vige il coprifuoco dalle 18,30 del giovedì alle 7 della domenica. Le scuole, a eccezione di quelle di grado 12, le università e le moschee sono chiuse, così i mercati. Funerali pubblici e matrimoni sono vietati.
Malgrado tali misure nella Striscia di Gaza si concentra il 46% dei contagi che si riscontrano in tutta la popolazione dei territori (Gaza, TPO, Gerusalemme Est) che dovrebbero essere attribuiti allo Stato palestinese, se un giorno sorgesse, mentre accoglie solo il 37% degli abitanti.

In conclusione: se già prima della pandemia Gaza era invivibile come dichiarato dall’ONU, per descrivere ora le condizioni di (non) vita occorrerebbero parole nuove. Che io non ho. Eppure i Gazawi non si rassegnano. A dispetto della mancanza di tutto, dell’ambiente degradato, a dispetto di Israele e ora anche del Covid-19 manifestano una voglia di vivere inimmaginabile. Lo spiega bene Meri Calvelli all’inizio di un articolo intitolato “Covid e ONG in zone di conflitto”: «Gaza è il luogo dove nessuno vorrebbe mai andare, ma è anche il luogo dove quando hai la possibilità di poterci entrare, l’idea si stravolge e la voglia di rimanere in vita che esprime quel luogo ti coinvolge fino a pensare come potresti essere operativo per intervenire e solidarizzare con questa popolazione, con quella disgraziata situazione umanitaria che si protrae senza fine».

La situazione della Cisgiordania, ovvero dei Territori Palestinesi Occupati (TPO), non è molto diversa. Non è sotto assedio dal 2005 come la Striscia, ma è sotto occupazione da 1967. Un punto di contatto i due territori ce l’hanno nella incredibile capacità di resistenza che né 16 anni di assedio, né 54 di occupazione sono riusciti a piegare.
Nei TPO a fronteggiare la pandemia avrebbe dovuto provvedere la “potenza occupante”, cioè Israele. Ma il Governo Netanyahu ha altro a cui pensare. È fortemente impegnato a fare in modo che nella geografia politica del Medio Oriente non appaia uno Stato palestinese e scompaia un territorio denominato Palestina, per far posto al Grande Israele. Del Coronavirus si sta perciò occupando l’Autorità Nazionale Palestinese (ANP). La quale si è rivolta all’Alleanza Globale per l’approvvigionamento comune e l’equa distribuzione dei vaccini Covid-19 (COVAX Facility). Per coordinare l’insieme degli interventi è stata costituita una “task force inter-agenzia COVID-19” nella quale si confrontano organismi e organizzazioni internazionali e realtà locali.

Con l’aiuto dell’UNICEF, dell’OMS e dell’UNRWA si sta allestendo l’organizzazione per effettuare le vaccinazioni, catena del freddo compresa. Il vaccino però arriverà non prima di febbraio, perché Israele, “potenza occupante”, ha dichiarato che lo porterà in Palestina solo dopo aver finito di vaccinare tutti gli israeliani. Che la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani affermi che tutti gli uomini nonché le donne nascono liberi/e ed eguali, evidentemente non vale in clima di colonialismo di insediamento come in epoca di populismi e sovranismi: Salvini docet. Dunque, prima gli israeliani come prima gli italiani, non c’è che dire.
Secondo il Ministero per la Salute (MoH) dell’ANP, tra il 17 e il 31 dicembre scorso, nei TPO si è visto un continuo aumento dei casi Covid-19 con 23.000 nuovi contagi il cui numero complessivo ha superato, alla data del 6 gennaio, la quota di 150.000. Il totale dei morti in Cisgiordania e Gerusalemme Est è di 1.144. La percentuale di decessi sul totale dei contagiati si aggira sull’uno per cento superiore a quella che si registra in Israele (0,8%), ma inferiore a quella della Giordania (1,3%) e dell’Egitto (5,6%).
La curva dei contagi va diminuendo e anche il numero dei ricoveri in terapia intensiva, che aveva segnato una brusca impennata, va leggermente calando: da 137 a 127, e quelli con ventilazione sono scesi da 39 a 30. Il tasso di occupazione nelle unità di terapia intensiva rimane però alto: 67%.
Le misure di contenimento per rallentare la diffusione del virus sono severe anche nei TPO. Fino alla metà di gennaio (salvo altre proroghe) dalla domenica al mercoledì vige il coprifuoco dalle 19 alle 6 e nel fine settimana dalle 19 del giovedì sino alle 7 della domenica. In questi orari tutti i negozi sono chiusi a eccezione delle farmacie, panetterie, supermercati e negozi di alimentari. Dal 20 dicembre l’insegnamento nelle scuole di tutti i livelli e nelle università viene condotto a distanza. Inoltre è vietato viaggiare tra i governatorati tranne che per trasportare prodotti agricoli, alimentari e di prima necessità. Gli uffici sia governativi che privati operano al massimo al 30% delle loro capacità. Naturalmente l’impatto della pandemia sulla fragilissima economia palestinese è terribile: dalla Bottega del Barbieri del 2 ottobre scorso: «Secondo l’ultimo rapporto della Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), il Covid-19 ha aggravato le terribili condizioni economiche nei territori palestinesi occupati. Già prima della pandemia, la stessa UNCTAD prevedeva un biennio 20-21 devastante per l’economia palestinese, con una stima di diminuzione del PIL pro capite tra il 3% e il 4,5%».

Il Covid-19 però un merito ce l’ha e bisogna riconoscerglielo: ha mostrato che il modo di vivere, produrre e consumare dell’Occidente non è sostenibile e bisognerà cambiare moltissime cose, tanto che secondo molti niente dovrà essere più come prima.
Anche in Palestina?


Nino Lisi è membro della Rete Romana di Solidarietà con il Popolo Palestinese

Già pubblicato da Adista Segni Nuovi, n. 3 del 23/1/2021

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