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“Pacifici fino alla vittoria” la sfida al potere della rivolta irachena

di Fabio
Alberti

di Fabio Alberti – Il 10 dicembre, è il “Giorno della Vittoria” in Iraq, festa nazionale che celebra la sconfitta di Daesh proclamata due anni fa. Ma quest’anno non c’è stata la parata militare a celebrare la vittoria.

Il 10 dicembre è anche la giornata internazionale per i diritti umani delle Nazioni Unite ed era stato scelto dai manifestanti, che dal 1 ottobre occupano tutte le principali piazze del paese, come data per una grande mobilitazione nazionale, che dimostrasse la vitalità e la forza della rivolta a cinque giorni dalla scadenza del termine previsto dalla Costituzione irachena per la nomina del nuovo primo ministro. Il Parlamento è alla ricerca del nome di una personalità che possa essere accettata dai manifestanti, che hanno chiesto che sia di chiara e riconosciuta indipendenza e integrità e non legato a nessun partito politico*. Ieri il presidente Saleh ha esteso alla piazza l’invito a indicare una rosa di nomi tra cui individuare il prossimo premier.

Il precedente, Abdul Mahdi, vicino all’Iran, ma non sgradito a Washington, si è dimesso il primo dicembre sotto la pressione delle imponenti manifestazioni che tengono in scacco l’intera classe politica del paese da settanta giorni, pagando un alto tributo di sangue, ormai oltre 460 morti e 15.000 feriti, oltre a decine di “desaparecidos”. Le sue dimissioni non sono bastate a fermare la rivolta né vi è riuscita la pesante repressione.

Nei giorni scorsi il clima si era fatto particolarmente teso, uomini incappucciati e bande paramilitari avevano preso di mira le manifestazioni in numerose località ed in particolare a Baghdad dove nella notte di venerdì un gruppo di armati non identificati hanno sparato sui manifestanti uccidendo 25 persone e ferendone 120. Il giorno precedente si era verificato in piazza Tahrir un assalto all’arma bianca con l’accoltellamento a morte di 10 ragazzi.

Un evidente tentativo non tanto di intimidire i manifestanti, che ormai non si sono fatti intimidire da una repressione brutale a sanguinosa, quanto di promuovere la militarizzazione della rivolta. Episodi simili si sono verificati anche nel sud, provocando a volte l’intervento dei clan locali in difesa dei manifestanti, un possibile inizio di guerra civile, come negli scontri seguiti all’assalto alla ambasciata iraniana.

Per questo l’Iraq ieri era con il fiato sospeso, tra le dichiarazioni del generale Othman Al-Ghanimi che si è rivolto ai manifestanti dicendo: “L’esercito e le forze di sicurezza sono lì per proteggervi fino a quando le legittime richieste saranno soddisfatte”, quelle minacciose di Qais Khazali, leader della milizia “Ahl al-Haq”, colpito la scorsa settimana dalle sanzioni statunitensi, che aveva “previsto” per ieri un gran numero di vittime e la campagna twitter #noGreen lanciata dai manifestanti per dissociarsi preventivamente da chi avesse tentato di invadere la Green Zone, la zona degli edifici governativi e delle ambasciate pesantemente difesa da un vasto apparato di sicurezza, e provocato lo scontro con le forze di sicurezza che presidiavano la zona in forze.

Sin dalla sera precedente e dalla prima mattina hanno cominciato ad arrivare a Baghdad migliaia di manifestanti dalle città del sud, da Bassora, Dhi Qar, Muthanna, Karbala, Najaf, Babil, Maysan e Diwaniya, la piazza si è progressivamente riempita con una folla festante e allegra.

“Pacifici fino alla vittoria” è lo slogan adottato da larga parte delle manifestazioni, consapevoli che se la rivolta è stata capace di conquistare giorno dopo giorno strati sempre più larghi della popolazione, è stato anche per la capacità di mantenere sempre sul piano della nonviolenza e della disobbedienza civile la protesta.

Ieri i ragazzi e le ragazze di Baghdad hanno messo i loro corpi per bloccare con un massiccia barricata umana il ponte che porta alla Green Zone per impedire a chiunque di tentare di attraversarlo. La manifestazione è stata enorme. Ora, sta al potere rispondere.

*Dichiarazione diffusa mercoledì 11 inpiazza Tahrir sulle caratteristiche che dovrà avere il prossimo primo ministro: “Le nostre condizioni di base sulle caratteristiche che il prossimo Primo Ministro dovrebbe avere sono le seguenti: 
1- Deve essere indipendente, non affiliato a nessun partito o corrente e non avere doppia nazionalità.
2- Non sia stato ministro, parlamentare o governatore. 
3- Deve essere onesto e coraggioso e non erre stato implicato in nessun caso di corruzione. 
4- Deve essere giovane e non avere più di 55 anni. 
5- Deve impegnarsi a non partecipare alle prossime elezioni. 
6- Deve attuare le richieste dei rivoluzionari nelle piazze e dei sit-in. 
7 - La sua scelta deve essere irachena, indipendente e non soggetta a pressioni dai blocchi politici o interferenze esterne.

Fonte http://ababeel.news/10795–7-.html

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