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50 dodici dicembre

di Giancarlo
Scotoni

di Giancarlo Scotoni –

Domani cadrà il cinquantenario di una serie di attentati dinamitardi che a Milano si risolsero nella strage della filiale della banca dell’Agricoltura di piazza Fontana. Sebbene negli anni successivi altre stragi, spesso con un bilancio più pesante, si iscrivessero in un percorso di violenza reazionaria, per tutti i ’70 il “dodici dicembre” divenne una data simbolo e –ancor più- un appuntamento di lotta.

Il 12 dicembre 1969, in una Italia arravogliata in un incontenibile movimento di trasformazione sociale, avvenne che l’esplosione e le sue vittime trovassero da parte della Questura di Milano, da parte degli organi di informazione e da parte politica con la teoria degli opposti estremismi delle risposte che resero più che credibile, certa, la definizione di Strage di Stato.

Nel giro di poche ore fu individuato con certezza più burocratica che investigativa il perfetto colpevole: il mostro Valpreda. Ballerino, anarchico, di morale dubbia, privo di un lavoro stabile… la proiezione perfetta, in negativo, delle idiosincrasie reazionarie diffuse. Intanto, nei locali della Questura, un imputato di maggior peso per lucidità e spessore anche intellettuale precipitava da una finestra durante l’interrogatorio. Per questo fatto terribile e inequivocabile furono addotte giustificazioni paradossali: un “malore attivo” oppure un suicidio dovuto al crollo psicologico di fronte alla “fine dell’anarchia” che nella bocca dotta di Giuseppe Pinelli avrebbe dovuto suonare invece fine dell’anarchismo.

Quasi vent’anni fa un proiettile che venne deviato da un sasso in volo non riuscì a suscitare sdegno e rifiuto nella maggioranza delle coscienze; ma cinquant’anni fa la forza del movimento nutriva una coscienza di massa che reagiva immediatamente a queste insopportabili astrusità giustificazioniste. Ugualmente da qualche anno nei posti di blocco e nelle manifestazioni le forze dell’ordine sembrano stare abbastanza bene in piedi mentre negli anni del disordine sociale inciampavano spessissimo e con una mira infallibile.

Il 12 dicembre furono tentate numerose fantasie giustificatrici per la morte di Giuseppe Pinelli, per il miracoloso coordinarsi di tanti politici, giornalisti, funzionari, per le modalità di individuazione del preteso colpevole. Fantasie giustificatrici che furono schernite, aumentarono lo sdegno, offrirono il fianco a essere smontate tramite la logica e il buon senso.

Ma all’epoca per molti l’esigenza strettamente inquisitoria non fu prevalente perché i colpevoli erano sotto gli occhi, ben identificati. Nella percezione di chi lottava nelle fabbriche, nelle scuole, nelle piazze e nelle case occupate lo Stato non era rappresentato da apparati o da complesse architetture istituzionali: lo Stato era la forma dell’oppressione, la giustizia del padrone esercitata in fabbrica, il voto discriminatorio sulla pagella, l’esazione di tasse e crediti, il diritto dell’affittuario di casa, il sapere di chi ha studiato e l’ignoranza della massa, l’espressione di una appartenenza di classe privilegiata, iprezzo delle merci che saliva sula base di imperscrutabili meccanismi…

Non ci voleva un metereologo per capire da dove tirasse il vento, non ci voleva Sherlock Holmes per capire chi incolpasse gli anarchici.

La strage era di stato perché veniva utilizzata contro le lotte e per i padroni. Non c’era in prima istanza un bisogno retrospettivo di giustizia, c’era l’individuazione di un interesse di parte avversa che andava disorganizzato e sconfitto. Così nasceva anche una mobilitazione costante per il ripristino di una verità diversa: Valpreda era innocente, Pinelli era stato ucciso, la stage era di stato.

Nel tempo, la reazione alla strage del 12 dicembre sviluppava inchiesta e contro-inchiesta, battaglie di opinione, lotte per il rispetto della legalità. Ciascuna di queste sfaccettature contribuì a sviluppare il contrasto a questa strage e ciascuna di queste sfaccettature vide maggiore o minor successo delle varie tesi. Sul terreno politico andrebbe esaminato con scrupolo se fu ben condotto il contrasto alla teoria che vedeva estremismi di destra e di sinistra sostanzialmente coincidenti e che preparò lo scenario non solo tattico alle evoluzioni successive.

Ma al di là delle responsabilità giudiziarie e investigative e anche delle mediazioni politiche che si svlupparono, in questo Paese all’epoca non era difficile imbattersi in un universo di interessi e comportamenti che -variamente aggregati- erano a un passo dall’azione reazionaria, controrivoluzionaria, di ristabilimento illegale di ordine e gerarchia di classe. Persino le organizzazioni criminali poterono dare il loro conributo alla lotta di classe (padronale) come sanno le storie di lotta del meridione, come sanno le famiglie dei compagni ammazzati di mafia.

Negli anni ’70 la ricorrenza del 12 dicembre fu considerata un appuntamento di lotta contro la repressione a partire da una lettura inequivocabile del senso e degli scopi delle stragi. Poi, attorno ai fatti relativi al 12 dicembre 1969 si sono impigliati anche decenni di successivi rovelli: non solo le interminabili inchieste sui responsabili di vari episodi stragisti ma anche l’omicidio del commissario Calabresi con il pentimento a scoppio ampiamente ritardato di un testimone, il processo a tre ex dirigenti di lotta continua, la loro difesa, la loro condanna e espiazione della pena.

Forse sarebbe giusto dedicare questo 12 dicembre 2019 alle nuove vittime della costruzione di verità di comodo, dei travisamenti della realtà, della manipolazione delle coscienze. Il pensiero va a individui come Assange, a comunità come i curdi; ma anche a categorie come i migranti, a intere fedi religiose. Non sempre è chiaramente leggibile l’intento repressivo di queste campagne ma è indubitabile che l’oppressione perseguita con la violenza sulla verità fa parte della conservazione di insopportabili privilegi, abissali ingiustizie, attentati all’umanità.

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