articoli

No alla guerra imperialista, comunque

di Pier Giorgio
Ardeni

Non era mai accaduto che un capo di Stato affermasse apertis verbis, a proposito di un altro capo di Stato: «Lo uccideremo». Non lo avevano fatto Hitler o Stalin, né Churchill o Roosevelt. Non lo aveva fatto Nixon per Ho Chi Minh. Lo ha fatto l’autocrate ora insediato alla Casa Bianca. Come un gangster qualunque, ha organizzato la sua gang per rapire il capo di Stato di una supposta “repubblica delle banane”, Maduro. E ora ha messo in moto la sua macchina militare, a supporto del criminale di guerra israeliano, per uccidere la Guida suprema dell’Iran, l’autorità massima del popolo musulmano sciita. Senza alcun “mandato”, senza alcuna autorizzazione del suo Parlamento, delle Nazioni Uniti o di chicchessia. Senza alcuna giustificazione. Solo questo avrebbe dovuto far prendere le distanze – chilometri, non metri, l’oceano che ci divide – ai governanti d’Europa, che tanto si sono sciacquati la bocca con l’imperdonabile «violazione del diritto internazionale» operata da Vladimir Putin quando ha deciso di invadere l’Ucraina. Niente. L’Europa infingarda ha taciuto. Khamenei era un despota, si è ammesso, forse i due (Trump e Netanyahu) non han fatto così male, «era una cosa giusta eliminarlo», questo hanno voluto dire. Non dobbiamo usare il termine “barbarico”, perché “barbari” erano gli stranieri invasori dell’impero. E contro i barbari, a difesa del loro selvaggio operare, si è sempre eretta l’Europa, da allora, per affermare la sua “civiltà”. La nostra presidentessa del consiglio, la prima vassalla dell’autocrate americano, non ha saputo che balbettare. Flebile è stato anche il controcanto delle opposizioni, che hanno solo rimarcato “l’illegalità” dell’azione di USA e Israele.

Non poteva essere una passeggiata e i fatti stanno dimostrando che non lo sarà. Perché l’Iran, per quanto dispoticamente governato, è un Paese di cento milioni di abitanti che ha non solo una storia millenaria ma una sua struttura, più solida di quanto si potesse immaginare: un Paese povero, con un PIL pro-capite che è un decimo di quello di Israele, che spende in armi un sesto di quanto spende Israele (che destina agli armamenti l’8,8% del PIL, contro il 2% dell’Iran). Ma che ora, attaccato, sta reagendo, perché una sua capacità militare ce l’ha. 

Il dramma è che c’è molto di più, di peggio, dietro tutto questo. Immaginiamo per un istante, propone l’amico Vincenzo Costa, che gli americano-sionisti vincano la guerra sferrata contro l’Iran, che l’Iran si pieghi e si arrenda. Vorrebbe allora dire che a vincere sarebbe l’Occidente? E vincerebbe il diritto internazionale? Ma cosa vorrebbe dire vincere la guerra? Portare la democrazia in Iran? Abbattere il regime degli Ayatollah? E cosa ci guadagneremmo tutti?
Certamente, vincerebbe un uomo sanguinario che ha fatto sterminare migliaia di donne e bambini a Gaza. Vincerebbe un pedofilo oramai delirante, un uomo dall’ego smisurato, un despota in fieri assatanato di potere. Vincerebbe un esaltato ministro della guerra che vuole il terzo tempio e crede che debba venire l’Armageddon e con lui le sette di fanatici evangelici che si sono riuniti alla Casa Bianca per pregare e benedire il loro unto del Signore, un perverso. Vincerebbe dunque l’Occidente? Questo occidente non è che uccidente, ormai. Non un brandello di civiltà gli è rimasto. Non una briciola di morale.
Ci sono ancora dei liberali che pensano che, dal momento che è stato eletto, quel maniaco possa fare tutto quel che gli aggrada e che la libertà consista nell’imporre a tutto il mondo la sua patologica mitologia, perché del potere che gli è dato egli deve solo rispondere alla sua moralità. Che qualunque cosa venga dagli Stati Uniti – «patria della democrazia», nostri «protettori dal male» – sia buona e giustificata.

Certo, in Iran c’è un regime teocratico, illiberale, dispotico. Che opprime le donne e la libertà. Ma il prezzo che il Paese sta pagando per non essersi liberato con le sue mani di quel regime è ben più alto di ciò che il regime gli ha imposto. E poi, da quando il “cambio di regime” autorizza un intervento dall’esterno, non provocato, di un aggressore?
A pagare non sono soltanto gli iraniani – e passi per i loro despoti – ma la gente comune, quei cento milioni di iraniani che, forse, non ne vorrebbero sapere né di vivere in Israele né negli Stati Uniti. E a pagare siamo anche noi, in denaro più che con le nostre vite. I prezzi dei carburanti schizzano alle stelle, l’impennata dell’inflazione è alle porte come lo sarà la recessione.
Quei due signori stanno bombardando le nostre vite.
Nei prossimi mesi lo vedremo facendo la spesa, quando chiuderanno fabbriche e uffici, quando perderemo posti di lavoro, nell’economia che si rovescia, mentre la finanza continua a speculare e a guadagnarci.

Nessuno – se escludiamo il premier spagnolo – ha avuto il coraggio di alzare la voce, per fermare quei sanguinari che conoscono solo la ragione della forza, non certo la forza della ragione. Era dal 1979 che (tutti) volevano vedere l’Iran in ginocchio: finalmente. Anche se l’Iran venderà cara la pelle – e i nostri media non ci fanno vedere le immagini dei missili che cadono su Tel Aviv (e questo ci dovrebbe allertare su come Israele controlla e condiziona i media occidentali) – tutti ne soffriremo. È una guerra “quasi” mondiale e i nostri governanti si trastullano come fosse una schermaglia tra il Boss israeliano e gli Ayatollah. Eppure, la protesta non si fa sentire, forse perché un po’ tutti accarezziamo l’idea che il regime teocratico crolli in pezzi. Non considerando che il modo in cui questo avviene ci porta dritti nel Far West dove vale solo la legge del più forte e siamo tutti alla mercé del suo volere.
Avevano detto che il programma nucleare iraniano era già stato annientato il giugno scorso: perché allora questo attacco? Perché non è venuta nessuna condanna da parte della UE per l’aggressione così violenta di un Paese sovrano? Perché per l’Ucraina sì e per l’Iran no? Forse perché in fondo siamo contenti che Israele e gli USA fanno il “lavoro sporco” per noi?

Siamo di fronte ad un grosso problema: che a capo della più grande potenza militare al mondo c’è un demente attorniato da esaltati. Che nessuno critica – che poi ci saranno ritorsioni – e quindi acconsente. Ma non era forse anche Hitler un esaltato che andava fermato? Che poi pazzo davvero non sia, è un altro discorso: perché lo sappiamo, è la tigre imperialista che sta risvegliandosi, non potendo più asserire il proprio dominio come prima.

Questa guerra segna la fine degli Stati Uniti come Paese guida, comunque la si giri. Non ha più la supremazia economica, ma ha quella militare. E se la sua governance è nelle mani di un uomo perverso e scriteriato, e di una banda di scherani controllata dai grandi capitalisti, allora bisogna trarne le conclusioni.
Quel Paese non ha più credibilità. Nessuno oggi si sente “americano”. Essere alleati oggi degli Stati Uniti significa condannarsi a morte. Dobbiamo prenderne atto. Il che significa, in primo luogo, mettere seriamente in discussione la NATO e la nostra adesione: vogliamo noi essere alleati di un Paese che agisce in questo modo? Una super-potenza non può scatenare una guerra che può avere conseguenze globali devastanti senza avere chiaro – e dichiararlo – dove vuole andare a parare e come si prenderà cura di quelle conseguenze. È semplicemente folle. 

Matteo Renzi, dall’alto della sua coerenza, ha accusato il Presidente spagnolo Pedro Sanchez di «fare del facile populismo». Dire chiaro e tondo “No” alla guerra e negare le basi agli USA subendo l’immediata minaccia da parte di Trump di pesantissime ritorsioni economiche, dunque, per Renzi è “populismo”. Al di là della definizione di populismo, un po’ a capocchia, c’è un fatto che depone a favore di Sanchez: che lui, a differenza di Matteo Renzi, non riceve emolumenti da Bin Salman per decantare “il rinascimento saudita”. È la differenza che c’è tra un uomo libero e un venduto.

C’è poi un aspetto che non viene menzionato: quanto costa la guerra? Gli Stati Uniti, è stato stimato, hanno speso 11,7 miliardi di dollari in una settimana. Già destinano mille miliardi all’anno alla spesa militare (e ne spendevano appena 50 per aiuti allo sviluppo, ora cancellati perché “costavano troppo”, ma quelli salvavano vite, gli altri ne cancellano). Il peso del debito USA è insostenibile, forse i criminali al potere pensano di fare degli USA l’unica fonte di approvvigionamento di gas e petrolio per il mondo, e così alleviare il fardello. Ma chi vuole comprare i titoli di debito di uno Stato canaglia? 

Che possiamo fare noi? Non basta dire «no alla guerra», perché è vero che non c’è guerra “giusta” ma è anche vero che abbattere un regime dispotico può valerne la pena. Ma non così. Dobbiamo dire «no alla guerra imperialista», perché il suo scopo è mettere in ginocchio l’economia dell’Iran, sì, ma anche tagliare i flussi di gas e petrolio che dall’area vanno verso l’Asia. E fare di Israele – quell’altra «patria della democrazia», «baluardo dell’Occidente» – l’unica incontrastata potenza regionale. L’imperialismo è tornato alla grande, col suo alleato sionista colonialista: diciamo no perché l’Europa non sia complice e non s’inabissi con esso.
Perché quando la logica della “guerra giusta” sostituisce la regola della legge – il rispetto delle convenzioni, la sovranità degli Stati, la presenza di atti illeciti che giustifica la difesa e finanche l’aggressione in risposta – allora rimane ben poco per limitare l’arroganza dei potenti nei confronti dei più deboli. L’Iran è un Paese popoloso ma povero, ha una spesa militare limitata. Foraggia le milizie anti-sioniste? Non è accettabile che esso venga punito così, da uno sceriffo al di sopra della legge internazionale, cui nessuno la canta come si dovrebbe. Non lo è e non lo dovrà mai essere. 

Pier Giorgio Ardeni

Articolo precedente
Un secolo di dolore tra monarchia, teocrazia e guerra
Articolo successivo
Contro il riarmo e l’erosione dei tempi di vita

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Compila questo campo
Compila questo campo
Inserisci un indirizzo email valido.