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Contro il riarmo e l’erosione dei tempi di vita

di Federico
Giusti

Nella settimana appena trascorsa ci sono stati due momenti di confronto, uno organizzato nella sede provinciale della Cgil e l’altro in una casa del popolo (si chiamano ancora così alcuni circoli se radicati nel tessuto sociale) di Volterra dove settimanalmente viene organizzata una iniziativa pubblica su temi di attualità politica, sociale ed economica.
Il nostro sincero ringraziamento va a quanti mantengono vivi dei presidi democratici, luoghi di aggregazione sociale e al contempo organizzano, tra un torneo di carte e una tombolata, iniziative frutto di un vivido sguardo rivolto alla realtà contemporanea, non dibattiti rituali ma argomenti scottanti su tematiche incontrate ogni giorno quale l’erosione del potere di acquisto di salari e pensione, il riarmo e la militarizzazione dei territori, la scuola neoliberale. l’analisi sociale e di classe aggiornata ai nostri giorni.
Sempre in questa settimana i giovani attivisti del movimento No base hanno impedito a un treno carico di armi il transito nella stazione di Pisa con un’azione pacifica ma risoluta.
Nel frattempo, militari di ogni ordine e grado intervengono nelle scuole con l’obiettivo di guadagnare il consenso delle giovani generazioni al riarmo, alla cultura di guerra e al militarismo, favorire atteggiamenti accondiscendenti verso la sostanziale riscrittura della storia novecentesca, abbattere ogni critica e obiezione etica e morale alle tecnologie duali, all’utilizzo della scienza a fini bellici. Le giovani generazioni vanno lusingate, conquistate e indirizzate ad atteggiamenti acritici e passivi, lo strumento migliore è iniziare fin dalla tenera età a far passare l’idea che la guerra sia normale, anzi indispensabile a salvaguardare il nostro stile di vita, gli interessi del paese.  Il messaggio in apparenza sembrerebbe assai banale ma proprio per la sua semplicità capace di far breccia in ogni ambiente, il poliziotto postale che aiuta le famiglie a riconoscere i pericoli della rete, il poliziotto stradale a impartire lezioni sul codice della strada, il forestale dei carabinieri a salvaguardia dell’ambiente, l’ufficiale dei paracadutisti a impartire lezioni di storia del Novecento, l’ingegnere legato a una fondazione di armi a narrare i progressi della tecnologia duale. I più vecchi di noi ricorderanno quanto accadeva nella loro infanzia, 50 o 60 anni, attraverso fa la presenza dei preti nelle scuole: il religioso che fa cantare dai bimbi motivi accuratamente selezionati, il prete che affronta le tematiche legate alla biologia, all’educazione sessuale, il religioso che parla delle ingiustizie sociali.

Gli esempi potrebbero essere ancora più numerosi, tante iniziative passano sotto silenzio perché vengono giudicate neutrali, non strumento di  mera propaganda.
Per raggiungere i loro scopi hanno dovuto attaccare fin dalle fondamenta il mondo della scuola, promuovere non conoscenze ma competenze, favorire la cultura del merito e della performance per giustificare una società sempre più iniqua, con il motore sociale fermo da anni. E mentre spiegavamo la banalità del male e come i messaggi di guerra passino sotto i nostri occhi ogni giorno, veicolati da molteplici iniziative apparentemente civili, la nostra critica si indirizzava all’ascensore sociale fermo, ai 40 anni e passa di neoliberismo in cui le disuguaglianze sociali sono aumentate tanto che il figlio di un docente con molta probabilità frequenterà il liceo dei genitori, il figlio di un operaio nella maggioranza dei casi lo ritroveremo in una scuola tecnica i cui laboratori sono fermi a 40 o 50 anni or sono e, per l’ammodernamento dei quali, un domani qualche interessato mecenate del privato potrebbe bussare alla porta dell’istituto comprensivo.

I soldi sottratti al welfare, alla sanità e alla istruzione sono risorse spesso destinate al riarmo, vorrebbero, basterebbe leggersi le circolari Valditara, perfino trasformare i giovani in attenti risparmiatori e gestori dei loro risparmi, presto magari cederanno i loro Trattamenti di fine rapporto a qualche fondo previdenziale aperto e speculativo con il rischio di vedersi bruciare i loro stessi soldi per qualche azzardato investimento.
Il mondo della scuola, il mondo dell’università da tempo si stanno trasformando in vetrine di una società involuta, quella che va di corsa verso il riarmo sdoganando le tecnologie duali.
E, al contempo, nel corpo sociale si stanno sperimentando gli strumenti repressivi per colpire chi dissente e si oppone a questo stato di cose, del resto il pacchetto sicurezza è stato approvato con una tempistica straordinaria a conferma della natura securitaria di un governo debole con i forti e potente con gli ultimi.

L’altro argomento che vogliamo sviscerare riguarda invece l’erosione del potere di acquisto di salari e pensioni, siamo arrivati al punto di giudicare noi stessi un lusso la mera rivendicazione di spazi liberati dal lavoro.
Tempi di vita, tempi di lavoro, erosione del potere di acquisto, di questo abbiamo parlato, a Volterra, con Pier Giorgio Ardeni, docente dell’Università di Bologna. Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, era una delle rivendicazioni maggiormente sentite fino a pochi anni or sono, oggi le rivendicazioni finalizzate alla conquista dei tempi di vista hanno abdicato a favore di soluzioni opposte, se non si arriva in fondo al mese difficilmente potremo pensare alla qualità delle nostre esistenze, alla conquista del tempo libero.
Proprio la riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario era una delle rivendicazioni maggiormente sentite fino a pochi anni or sono, oggi le rivendicazioni finalizzate alla conquista dei tempi di vista hanno abdicato a favore di soluzioni opposte, recuperare parte del salario perduto incrementando i ritmi, lo sfruttamento, i carichi di lavoro puntando sulla detassazione del salario accessorio. La materia è senza dubbio tanto complessa quanto controversa, la normativa italiana stabilisce l’obbligo delle 11 ore di riposo ogni 24 con il decreto legislativo n. 66 dell’8 aprile 2003.
Innumerevoli servizi sono esentati dall’obbligo delle 11 ore, ad esempio in caso di emergenza e urgenza, se non ricevi cambio oppure se sei reperibile e ti trovi davanti a cause di forza maggiore, ai cosiddetti eventi non programmabili. Le possibilità di derogare all’obbligo delle 11 ore di stacco sono innumerevoli, sancite anche dai contratti nazionali di categoria e in tante occasioni dalla necessità economica di prestazioni straordinarie per incrementare i bassi salari.
Rispetto al passato ci sono almeno tre questioni da prendere in esame: la erosione del potere di acquisto, le deroghe ai contratti nazionali e l’indebolimento del potere contrattuale. 40 o 50 anni fa una famiglia monoreddito viveva in condizioni dignitose oggi due stipendi non bastano a campare, crediamo sia questo l’ostacolo oggettivo per ampliare i tempi di vita rispetto a quelli di lavoro.Poi esistono anche altre spiegazioni, il basso livello di conflitto oggi esistente che porta ad avanzare rivendicazioni assai circoscritte e parziali, ad adattarsi all’arrendevolezza delle relazioni sindacali esistenti, a esprimere posizioni compatibili con i dettami aziendali.
E anche volendo restare fermi alle 11 ore di riposo troppe sono le deroghe che permettono di accorciare i tempi nonostante sia in pericolo il benessere dei lavoratori e delle lavoratrici, la stessa sicurezza nei luoghi di lavoro con aumento degli infortuni e delle morti, anche tra personale specializzato, in percentuali maggiori del passato. Se in produzione troviamo lavoratori over 65, in una età nella quale fino a una quindicina di anni fa sarebbero stati in pensione, il pericolo di incorrere in infortuni anche gravi diventa piuttosto elevato. La permanenza a lavoro di dipendenti sempre più anziani, l’allungarsi degli orari di lavoro, le mancate pause, stanchezza, stress sono cause primarie di infortuni e morti sul lavoro. 

Federico Giusti

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