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Neve nel deserto delle primavere arabe

di Tommaso
Chiti

Nevica nel deserto del Sahara in questo gennaio 2021; e le immagini di dune sabbiose coperte di soffice coltre bianca offrono uno spettacolo destabilizzante, al pari del decimo anniversario dallo scoppio delle ‘Primavere Arabe’.

Proprio in Tunisia nuove proteste e scontri con gli apparati di sicurezza hanno contraddistinto la ricorrenza nelle maggiori città. Per l’anniversario della morte di Mohamed Bouazizi – che si è immolato incendiandosi per protesta, dando così inizio alle rivolte nel 2011 – infatti giovani e ampie fette della popolazione sono tornate ad occupare le piazze, in agitazione per la disperata situazione economica, esasperata dalla crisi pandemica.

La Rivoluzione dei Gelsomini, che portò alla destituzione del despota Ben Alì, pare a distanza di dieci anni alquanto appassita, come dimostra un sondaggio, per cui il 58% dei tunisini pensa si stesse meglio “quando si stava peggio”, il 28% si sente frustrato, l’84% odia tutti i politici e solo il 2% per cento onora ancora la memoria di Bouazizi e del suo sacrificio. A scatenare la rabbia è stato anche l’annuncio imprevisto lo scorso 14 gennaio del Ministero della Sanità, che ha indetto un coprifuoco e lockdown totale proprio nel giorno dell’anniversario delle rivolte, scatenando una reazione opposta a quella desiderata.

A pesare maggiormente oggi sono l’assenza di riforme, la mancanza di prospettive, il terrorismo, la crisi della vicina Libia, i troppi fallimenti del dopo Ben Ali, che pesano sulle conquiste della Rivoluzione – dalla nuova Costituzione alla libertà di parola, dalle elezioni al premio Nobel della pace – che tutto il mondo ha riconosciuto alla Tunisia. Le responsabilità morali e giuridiche dell’apparato di repressione statale ed il loro riconoscimento restano una questione politica in un paese in piena transizione democratica, dove la polizia è ancora molto influente.

Del resto, l’onda lunga di rivolte popolari, causate inizialmente dal rincaro stabilito dal WTO per generi di prima necessità – pane, farina, zucchero e latte – in paesi basati prevalentemente su monocolture, ha provocato la destabilizzazione di regimi autocratici in altrettanti stati nordafricani o medio-orientali: dalla Tunisia, all’Egitto, passando per Algeria, Libano,Libia, fino in Siria, Yemen ed Iran. Questo spiega perché in molti paesi arabi le proteste siano ancora vive nonostante le condizioni terribili imposte dai governi, che prevedono omicidi politici, torture e detenzioni. Le motivazioni strutturali delle proteste, che hanno portato alla caduta dei vecchi regimi nel 2010-2011- causando migliaia di vittime della repressione ed oltre quindici milioni di profughi – sono quindi da ricercarsi in disoccupazione, rincari alimentari, corruzione e cattive condizioni di vita, tutt’ora ampiamente diffuse. A livello politico,a farne le spese sono soprattutto le donne, penalizzate anche più di prima da regimi autoritari e società di tipo patriarcale.

Eppure è proprio su questo fronte che si registra il segnale più incoraggiante e strutturale delle rivoluzioni, con il riscatto femminista delle formazioni Ypj e delle comine nella regione autonoma del Rojava, nel Kurdistan siriano. La dottrina del confederalismo democratico, non solo pone la parità di genere come pratica portante del municipalismo – proprio in un’area medio-orientale fortemente patriarcale – ma supera la segmentazione nazionalista e religiosa della società, per un modello di convivenza inclusiva.

D’altro canto invece, la combinazione di tensioni interne di matrice socio-economica con inevitabili riflessi di carattere politico – come l’ascesa dei Fratelli Musulmani e di Ennhada rispettivamente in Egitto e Tunisia; o ancora la crescente influenza dei potentati regionali di Bengasi, fino alle repressioni delle minoranze in Siria – ha infiammato rivolte, che si sono presto trasformate in opportunità per il neocolonialismo occidentale, attraverso le cosiddette “guerre per procura”.

Sotto questo profilo, a fare la parte del leone è stata la Turchia, che oggi conta milizie o mezzi militari dispiegati in ognuno di questi scenari, ad eccezione forse della Tunisia. Anche ad Istanbul si è nel frattempo consumato un tentativo di colpo di stato ai danni di Erdogan, il cui fallimento ha rappresentato in realtà l’occasione da parte del sultano di smantellare anche qui il retaggio laico e dirigista dei paesi non-allineati dell’ex “Terzo Mondo”.

Un tratto comune infatti è la rimonta delle forze reazionarie e fondamentaliste di matrice islamica in ognuno degli scenari considerati che, con il supporto all’apparenza paradossale di USA e UE, hanno sgominato o infiltrato l’autonomia di istituzioni statali.

Se è vero che “una rondine non fa primavera”, è altrettanto  vero che “una primavera”non fa una rivoluzione.  Alcuni analisti hanno tentato il paragone dei moti nei paesi arabi con il ’68 in Occidente, soprattutto facendo riferimento alle componenti organizzate, studentesche ed operaie, che hanno animato le proteste.

Certo è che le rivoluzioni arabe sono nate dal rifiuto di regimi decennali, di poteri militari o di polizia, della corruzione, del nepotismo e della stagnazione politica, economica e culturale. Un’intera generazione ha preso coscienza di quest’impasse e si è ribellata chiedendo un cambiamento. Fra i fattori dirompenti c’è senz’altro quello tecnologico, con il massiccio ricorso ai social network – come dimostra la rivolta di piazza Tahrir, scoppiata il 25 gennaio su richiamo di un evento Facebook, fino alla destituzione tre settimane dopo di Moubarak – oppure il linguaggio giovanile e metropolitano sintetizzato ovunque nei graffiti di protesta; o ancora le rivendicazioni per una società più equa e giusta.

L’aspetto più dirompente è la forza di un movimento popolare eterogeneo ma organico, privo per lo più di riferimenti ideologici o leader. Così il vuoto successivo ha risucchiato le promesse rivoluzionarie, nell’enigma della conversione di fazioni mobilitate per chiedere riforme, in nuovi soggetti in grado di determinarle.

Tuttavia, ad accomunare le “Primavere Arabe” in modo trasversale, come anticipato sono soprattutto le carenze alimentari e le condizioni materiali; mentre le dinamiche successive di destituzione dei despoti o di conflitti armati non sembrano sintetizzabili in un paradigma generazionale, inserito in un più ampio cambiamento del ciclo economico.

Con  tutto il rispetto dovuto alle centinaia di vittime delle repres­sioni poliziesche, al coraggio e alla determinazione di grandi masse giovanili,  femminili e operaie,bisogna, però, rilevare che per larga parte non si tratta di vere rivoluzioni, ma generose rivolte giovanili, concen­trate nelle grandi realtà urbane – molto meno nelle campagne -, che senza volerlo, hanno spianato la via del potere alle formazioni islamiste. Oggi, in questi Paesi è in atto una drammatica regressione politica e culturale, spesso anche rispetto ai vecchi regimi, che nessuno dei grandi media illumina, forse perché troppo concentrati sulla Siria.

Il quadro resta però frammentato ed offre esiti differenti: una svolta politica almeno apparente in Tunisia, Algeria, Sudan; oppure soltanto latente in Libano ed Iran; con rigurgiti reazionari in Egitto e Marocco; sfociata invece in conflitti armati in Siria e Yemen; fino alla profonda destabilizzazione di stampo separatista in Libia; sebbene di generalizzata restaurazione in larga parte degli scenari considerati.

In un interessante articolo di Mario Boffo pubblicato su questo sito si ricorda come “nessuno di questi processi […] è stato in grado di avviare fiducia, fluidità di mercati, stabilità sociale. Né di prevenire evoluzioni integraliste o conflittuali nell’area, e nemmeno di contenere l’accesso geostrategico nel Mediterraneo di potenze politiche, economiche e militari un tempo estranee alla regione.

La stessa reazione europea ha brutalmente accantonato il dialogo Euro-Mediterraneo, inaugurando presto una nuova politica delle cannoniere, con alleanze contraddittorie ed eterogenee fra i vari stati membri, spesso orientate a sbaragliare la concorrenza sul piano dell’approvvigionamento energetico. Lungi dal farsi carico di uno sviluppo sostenibile e pacifico delle aree in rivolta, si è anzi foraggiato le fazioni militarmente più consistenti per arginare le ondate di profughi, di fatto esternalizzando le frontiere dell’UE. Anche la vocazione da “potenza civilizzatrice” mediante la cooperazione internazionale è stata sacrificata sull’altare delle convenienze nazionali, lo stesso che ha visto la deplorevole consegna della “legion d’onore” francese al dittatore Al-Sisi nella Giornata Mondiale dei Diritti Umani.

Alla primavera segue poi l’inverno freddo della restaurazione e cade la neve anche nel deserto del Sahara.

Approfondimenti:

https://www.theguardian.com/world/ng-interactive/2021/jan/25/how-the-arab-spring-unfolded-a-visualisation

http://nena-news.it/?s=primavere+arabe

https://transform-italia.it/per-un-nuovo-mediterraneo/

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Ursula von der Leyen: il discorso a Davos
Il futuro del Foro Sociale Mondiale

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