Nella quotidianità delle notizie che i media ci rovesciano addosso, la rivolta contro i raid dell’Ice1 (Immigration and customs enforcement) che da Los Angeles si sta espandendo ad altre città degli Stati Uniti, ha conquistato il centro dell’attenzione. Di questo si occupa in modo analitico in questo numero della rivista Alessandro Scassellati, nelle sue pagine sugli USA. Il rimando è immediato alla realtà strutturale della migrazione nella società USA ed alla strategia politica della seconda presidenza Trump, in duplice aspetto: l’uno della torsione, sino alla rottura, imposta alla costituzione materiale del paese, sino alla rottura dei vincoli imposti dalla costituzione formale vigente; l’altro della rottura violenta di elementi strutturali dei rapporti sociali di produzione del paese, iscritti come è ovvio nelle dinamiche globali. Nel profluvio di ordini esecutivi il presidente Trump è intervenuto e continua ad intervenire contemporaneamente ed in modo sinergico sulla realtà interna e sulla collocazione degli USA nel contesto globale; modificare il ruolo degli Usa nelle dinamiche globali, implica intervenire su quei processi -che sono il contesto necessario di ogni analisi e che rievochiamo in ogni articolo- definiti come policrisi quindi crisi climatica-transizione energetica rispetto alla quale Trump rilancia l’attività estrattiva degli idrocarburi- la transizione tecnologica-digitale rispetto alla quale si dà mano libera alle Big Tech nello sviluppo delle tecnologie di Intelligenza Artificiale. Nel contesto della militarizzazione della competizione globale, si opera un cambio di strategia a partire dalla centralità assoluta del confronto con la Cina e della perdita di centralità dello scenario europeo, abbandonando del tutto la retorica dei diritti umani come copertura dell’operatività concreta.
Rispetto al contesto economico finanziario, che è del tutto intrecciato alla dimensione militare della competizione globale, l’azione sui dazi ha aperto trattative col resto del mondo -in stile trumpiano- con la Cina in primo luogo, non solo per flussi di merci e servizi in generale- ma in particolare per la questione detta delle ‘terre rare’ ovvero di quelle materie prime che sono essenziali per la transizione energetica e digitale, in sostanza per ogni processo di innovazione. Deficit commerciali, deindustrializzazione, debito federale e ruolo del dollaro sono tra loro inestricabilmente correlati. Se in base ad alcuni assunti teorici dei consiglieri del presidente la manovra sui tassi è l’arma nucleare, in realtà le mosse che si prospettano sul piano monetario-finanziario possono avere effetti destabilizzanti di vasta portata facciamo riferimento agli interventi sulle cripto valute. Non solo l’emissione di meme-coin quanto piuttosto nella prospettiva di rendere centrali nelle transazioni monetarie e finanziarie il ruolo di stable-coin, cioè di cripto legate al valore delle monete ufficiali, in particolare al dollaro, laddove il controllo del mercato sarebbe in mano private. Stable-coin da non confondere con le monete digitali emesse dalle banche centrali, che permetterebbero di rafforzare il controllo delle banche centrali sull’emissione e circolazione di mezzi di pagamento. Non a caso la presidenza Usa si oppone alla creazione del dollaro digitale. Si prospetta invece la possibilità di acquistare titoli di Stato Usa con le stable-coin.
Quanto di coerente e non contradittorio ci sia nella azione della presidenza è tutto da scoprire nella sua evoluzione, che appare sì caratterizzata da incursione in tutti i campi, da rettifiche secondo una metodologia per tentativi ed errori, ma comunque profondamente motivata dalla convinzione che non esistano equilibri da preservare, una gerarchia di rapporti esistenti a cui affidarsi, quanto piuttosto dalla volontà di usare ogni risorsa disponibile per giocare a proprio vantaggio nell’instabilità globale. In questo senso appare del tutto adeguata alla mancanza attuale di stabilità nell’orizzonte degli eventi prevedibili della situazione globale, delle transizioni radicali in corso nella formazione sociale globale.
Effetto ed obiettivo di questo insieme di azioni, che si va configurando come una vera e propria strategia, è la centralizzazione del potere, quella modifica sostanziale della costituzione materiale americana, a cui per ora sembra opporsi solo il potere giudiziario, le varie corti che si sono espresse a più riprese contro i suoi ordini, mentre ormai il partito repubblicano è ridotto ad una espressione del MAGA, salvo poche eccezioni.
La caccia al migrante ha messo in risalto questo processo, l’obiettivo della tattica presidenziale, con l’accusa da parte del governatore democratico della California Gavin Newsom di voler instaurare un regime autoritario, dittatoriale2. L’azione indiscriminata dell’ICE, che sta producendo reazioni man mano in tutte le principali città del paese, è in contraddizione con il ruolo essenziale che circa 14 milioni di lavoratori migranti, non in regola, giocano nell’economia USA. È del tutto evidente il fatto che questa azione non possa essere condotta sino in fondo, svuotando questo gigantesco bacino di lavoratori che garantiscono il funzionamento di interi settori, tuttavia non siamo sul piano della contrattazione continua sulla questione dei dazi, l’effetto immediato è la destabilizzazione di quelle comunità in cui concentrano quei milioni di persone, da cui una reazione sociale sempre più diffusa. Questa reazione contro l’azione dell’ICE -sotto la direzione e spinta dello zar della migrazione, uno dei personaggi più fedeli al presidente- non costituisce evidentemente una sorpresa e quasi certamente è ricercata per la realizzazione della centralizzazione del potere, l’instaurazione di un regime autoritario; espugnando le città santuario dell’immigrazione, come vengono definite, con ciò minando alla base le amministrazioni democratiche che le governano, rinforzando il controllo sulle amministrazioni repubblicane, vedi la reazione del governatore del Texas che fa intervenire la Guardia Nazionale.
In una prospettiva globale, i flussi migratori sono il portato degli assetti globali, la cui evoluzione prevedibile non farà che incrementarli: guerre, crisi climatiche, crescita delle diseguaglianze sociali, dell’indebitamento dei paesi del sud del mondo sono processi, dati strutturali destinati ad incrementarli.
La transizione in corso negli Stati Uniti, nella versione che ne dà, ne produce la presidenza Trump, è una parte dei processi di trasformazione radicale dell’instabilità globale che vivono tutte le regioni del globo.
In un rimando all’attualità leggiamo: Continuano le violenze e aggressioni xenofobe a Ballymena, dopo l’arresto di due 14enni di lingua romena per il presunto stupro di una ragazzina. Incendiate case e negozi degli stranieri. Disordini anche in altre città. La polizia: “Sono teppisti razzisti”. Mentre spuntano adesivi inquietanti sugli ingressi: “Qui vive un filippino”3.
Nella globalità dei processi ci ritroviamo subito a casa nostra, nelle forme che in Europa e in Italia essi assumono. In Italia, le note vicende sui migranti in Albania, sul decreto sicurezza, trasformato con modi spicci in legge, ai cinque referendum appena passati. Quanto accade nel nostro paese è il portato, compresa la forma e la qualità dell’attuale governo, di quanto accaduto almeno negli ultimi trenta anni, in quello che è giusto definire un sostanziale processo di stagnazione complessiva dell’economia italiana, della sua incapacità di trasformazione positiva, capacità quantomeno di giocare un ruolo importante nella straordinaria evoluzione dell’economia capitalistica.
AL di là della sua vocazione reazionaria, della sua necessità di solleticare gli istinti più retrivi del blocco sociale che lo ha portato a governare, la maggioranza adotta il ‘decreto sicurezza’ nella impossibilità di giocare altre carte, di imprimere una svolta alla stagnazione economica e sociale del paese. D’altra parte sarebbe assurdo pensare che questo tipo di maggioranza di governo vada in contro tendenza sul piano della legislazione sociale del lavoro e del governo delle migrazioni rispetto a quanto nei decenni hanno fatto governi di ogni colore.
Conflitto sociale, partecipazione sociale e politica, in questo contesto di radicali mutazioni degli assetti globali, come possono esprimersi, quanto sono in grado di influire sulle forme di governo politico che si vanno affermando per governare queste trasformazioni, per operare-le forme di governo- in una competizione globale sempre più forte?
Se la democrazia, nelle sue forme più partecipate e innovative, appare in forte declino se non quasi del tutto assente sulla scena globale, come si può pensare di rinverdirla nel nostro disgraziato, stagnante paese? Le differenze di comportamento che i referendum hanno segnalato tra aree metropolitane ed il resto del paese, differenze accresciute rispetto al passato, segnalano la mancanza di forti correnti di comunicazione nel corpo sociale, la mancanza comunque anche nelle aree metropolitane di processi correlati di innovazione capitalistica, mobilità sociale, innovazione culturale conflitto sociali, capaci di creare forme nuove di politica. La svolta securitaria, appare per quello che è elemento identitario offerto ad un blocco sociale reazionario, sempre più involuto nelle sue pratiche identitarie di autoconservazione, dall’altra dispositivo destinato a governare in modo violento ogni risposta conflittuale, in parte inevitabile se pur minoritaria, a questo stato di cose; prevenzione rivolta non solo e non tanto ai singoli episodi quanto alla possibilità di una loro generalizzazione, certo non grazie alle organizzazioni egemoni sul piano sindacale e politico. Il quadro delle poche lotte sul piano sindacale in grado di durare e vincere è abbastanza eloquente e merita una trattazione più ampia, in grado di fornirne un quadro significativo.
Veniamo allora ai cinque referendum, calando dal continente americano e dal disordine globale. In tanto viene da dire che il nesso tra i quattro sul lavoro e quello sulla cittadinanza nella loro separatezza non hanno illustrato invece la loro stretta connessione, il radicamento cioè della questione migratoria, della condizione migrante nel contesto lavorativo, produttivo e sociale del nostro paese, nel suo contesto demografico in grado influenzare fortemente già oggi e ancor di più nei prossimi anni le realtà di cui sopra. Si sarebbero rafforzati a vicenda. Al di là di ogni altra considerazione sulla strategia con cui si costruiscono e si conducono i referendum, indubbiamente i quattro sul lavoro hanno avuto almeno il merito di riaprire un dibattito pubblico sul lavoro, in tutti i suoi aspetti, andando in direzione assolutamente contraria alle politiche governative degli ultimi quarant’anni, no solo il Jobs Act. Su questo vale la pena di ascoltare la intervista alla ricercatrice Francesca Coin a Radio Popolare negli orari della trasmissione ‘presto presto’4, assieme all’intervista a Raffaella Baritono, docente di Storia e Politica degli Stati Uniti d’America all’Università di Bologna sulla strategia trumpiana.
Il contesto globale e quello nazionale, la politica governativa, i contenuti e la partecipazione suscitata dai referendum, ci lasciano e si aggiornano gli interrogativi sul fare politica, creare organizzazione e conflitto in questa transizione globale, in questa congiuntura nazionale le cui premesse, precondizioni vengono da molto lontano. Ci si può chiedere quanto fosse necessario e giusto usare i referendum per dare una svolta alle rivendicazioni, alle lotte sul lavoro, alla loro generalizzazione. Che ne è delle lotte rivendicative, aziendali e contrattuali, e degli scioperi generali?
Questi ultimi appaiono ormai avere un carattere eminentemente simbolico, legato ai molti vincoli che vengono posti da una parte della normativa che li regola dall’altra dalla vocazione autolimitante delle organizzazioni sindacali principali, tra le quali peraltro la CISL si caratterizza per il suo carattere governativo. C’è bisogno di radicalità, nelle singole lotte come nei conflitti generalizzati, per questo sono necessari forti legami solidali nei quali nessuno sia lasciato solo, assieme alla generalità degli obiettivi, dove chi studia per prepararsi ad una vita di lavoro, oltre che a partecipare come cittadino al governo della società- chi già lavora, chi è migrante di prima o -impropriamente- di seconda generazione, ebbene tutti questi soggetti, almeno una parte di loro, possano sentirsi protagonisti nella costruzione del proprio futuro , a partire dal miglioramento immediato della propria condizione.
Pura retorica? Non credo, c’è bisogno di una trasversalità, di una connessione di una condivisione di conoscenze e scambio di pratiche, che richiedono allo stesso momento delle forme più radicali, della loro difesa da parte del contesto sociale, assieme alla connessione, attivazione dei bacini di conoscenza e competenza che le esperienze organizzative possono offrire; senza radicalità, continuità, connessione e solidarietà concreta nulla potrà cambiare.
Su queste pagine, l’analisi quindi deve arricchirsi del racconto, dell’intelligenza, delle pratiche delle soggettività che muovono la scena del conflitto sociale, della costruzione dell’organizzazione del conflitto e delle sue prospettive politiche. Questo può essere un obiettivo alla nostra portata come stiamo facendo per le mobilitazioni di queste settimane. La rivolta necessaria a questo stato di cose è una pratica quotidiana, che apprende dalla propria esperienza, si trasforma e si consolida assieme, arricchisce ogni volta le proprie connessioni, si offre alla solidarietà ma anche alla critica pubblica, in modo trasparente.
Roberto Rosso
- https://www.wired.it/article/ice-lagenzia-federale-americana-donald-trump-deportazione-di-massa/.[↩]
- https://www.nytimes.com/2025/06/10/us/newsom-speech-trump-la-protests.html.[↩]
- https://www.repubblica.it/esteri/2025/06/11/news/irlanda_del_nord_rivolte_anti-migranti_ballymena_porte_stranieri_segnate-424661545/.[↩]
- https://www.radiopopolare.it/puntata/?ep=popolare-prestoprestointervisteeanalisi/prestoprestointervisteeanalisi_11_06_2025_08_38.[↩]
