Molti francesi di statura non eccelsa hanno la sindrome di Napoleone. Anche Thomas Piketty andato a dormire economista, si è risvegliato stratega brillante e con il suo riconosciuto talento pungola gli europei a darci dentro contro la Russia. L’Europa non ha altra scelta, ci spiega, che quella di rafforzarsi militarmente e dunque aumentare il bilancio della difesa, incrementando l’attuale 1.5 per arrivare al 3 e magari al 4% del PIL1.
Piketty era tra quelli arci-sicuri che con la politica delle sanzioni unilaterali e fin dai primi invii di armi la Russia sarebbe stata messa in ginocchio senza colpo ferire. Quattordici pacchetti di sanzioni dopo, il PIL della Russia cresce come mai in passato, i bancomat non si sono bloccati, i bonifici e le transazioni finanziarie si continuano a fare, le assicurazioni pagano i loro premi, mentre la Russia continua a vendere tranquillamente il suo petrolio e i suoi manufatti a acquirenti nuovi. In compenso almeno un centinaio di capi di stato del sud del mondo sono terrorizzati dal fatto che un’inappellabile sentenza sanzionatoria possa colpire i loro paesi ben più indifesi e fragili di quello russo, e cercano vie di uscita, soprattutto allungando la già lunga lista d’attesa per entrare nei BRICS che hanno dimostrato di saper far fronte adeguatamente alla prepotenza unilaterale dell’occidente, e per di più in maniera pacifica, almeno fino ad ora.
Tuttavia, riflette Piketty, non è nelle corde dell’Unione Europea muovere guerra direttamente, faccenda che tra l’altro comporta i suoi rischi, a parte le questioni etiche di cui non importa un bel niente a nessuno e sostiene che “l’Europa farebbe meglio a mettere la sua ricchezza e il suo potere al servizio di obiettivi sociali, educativi, scientifici e climatici.” È il Piketty distrattamente di sinistra che conosciamo: vago, generico, superficiale, ma in fondo innocuo.
Da quell’argomento a lui caro passa alle relazioni internazionali e sorvolando sul fatto che l’Unione Europea negli ultimi decenni non è riuscita a farsi degli amici in nessuna parte del mondo e che ha un unico socio cui la lega un patto leonino, Piketty rispolvera un suo pensiero colonialista fin qui poco conosciuto; e spiega cosa dovrebbe fare questa Europa già così isolata e impaurita: ”cercare di influenzare gli altri paesi attraversi sanzioni economiche e finanziarie, lo stato di diritto, la giustizia sociale, invece che con i mezzi militari”.
Anche senza aprire il vaso di Pandora dello stato di diritto e della giustizia sociale per come l’Europa li ha diffusi nel mondo negli ultimi cinque secoli e fino ai nostri giorni, lascia esterrefatti quel richiamo, alle sanzioni, strumento efficacissimo di cui l’Europa parrebbe essersi dimenticata. Eppure abbiamo già accennato ai 14 pacchetti di sanzioni contro la Russia, e altre ne sono piovute sul Venezuela, sull’Afghanistan, sull’Iran su Cuba, sulla Corea del Nord, sulla Siria, sulla Libia, sulla Serbia, sulla Cina, sullo Zimbabwe: talmente tanti sono quei paesi che infatti oggi stanno diventando maggioranza e il sanzionatore finirà sanzionato. Con pochi risultati, se l’obiettivo era abbattere i regimi nemici, ma il mezzo milione di bambini morti in Iraq ai tempi delle durissime sanzioni dell’occidente contro quel paese si pensa davvero di metterle sul conto di Saddam Hussein? Nel frattempo il sud del mondo ha allestito difese economiche, finanziarie e presto anche militari che sembrano in grado di opporsi adeguatamente alle sanzioni occidentali.
Abbandonato l’argomento sanzioni Piketty ridiventa stratega e riprende l’argomento bellico di cui, aveva detto, l’Europa sarebbe meglio non si occupasse. Ma il neo- stratega, ha pronto un escamotage degno del suo antico progenitore ideale, perché l’Europa non deve fare la guerra: la deve fare a modo suo, in modo che gli altri non possano rispondere. I paesi della Nato, dice Piketty, hanno un Prodotto Interno Lordo dieci volte superiore a quello di Mosca (e mille volte superiore a quelli dell’Afghanistan e del Niger, due paesi da cui si sono dovuti indecorosamente ritirare nel 2021 e nel 2023, se la memoria potesse servire a qualcosa) e le loro capacità aeree sono cinque volte superiori”. Perciò sarebbe facilissimo imporre su tutta l’Ucraina- occupata e non occupata – una no-fly zone in modo che i russi la smettano di bombardare e lascino in pace il martoriato paese.
In tempi recenti la no-fly zone è stata usata con discutibili risultati in aree dove c’era una enorme sproporzione di forze tra chi l’imponeva e chi la subiva. In Libia ad esempio, dopo che la modesta aviazione di Gheddafi era stata distrutta, in Afghanistan, dove aviazione non ce n’era, in Bosnia-Erzegovina: ma non in Siria, ad esempio, dove la presenza dell’aviazione russa ha sconsigliato di farlo.
La no-fly zone non è, come sembra presumere Piketty, un’operazione difensiva di sicurezza, ma un’operazione offensiva di guerra e questo perché la no-fly-zone prevede non solo di eliminare tutti i velivoli non autorizzati al sorvolo, ma anche tutte le installazioni a terra che danno appoggio o ospitalità a quei velivoli, nonché tutti i sistemi d’arma contraerea che proteggono gli stessi velivoli, i sistemi radar e tutte le relative installazioni e le truppe di copertura.
L’idea di Piketty si compendia così: invece di mandare armi all’Ucraina, mandiamoci la strapotente armata aerea europea, il che come detto già configura in quanto tale un atto di guerra offensiva, impediamo ai russi di usare aerei e missili e distruggiamo a terra artiglierie e sistemi antiaerei, dato che i russi li hanno sistemati nei centomila chilometri quadrati di Ucraina occupata. Fatto questo, sarà facilissimo convincerli che non è un atto di guerra, spieghiamo loro che è solo un atto di prudenza pacifica e non aspettiamoci alcuna ritorsione, per esempio che gli aerei russi o il loro missili seguano missili e aerei Nato fin nelle loro basi, in Polonia, nei paesi baltici e dove che sia.
Ma anche questa reazione, se proprio i russi la prendessero così male avrebbe poco effetto, perché la forza aerea della Nato è cinque volte quella della Russia, ci spiega. Piketty è economista e ragiona in base ai numeri. Se il mio numero è più grande del tuo io sono più grande di te. Evidentemente non ha mai sentito parlare della battaglia di Filippi, di quella di Canne, dell’Invincibile armata. Della guerra russo finlandese del 1939 o di quella più recente della Nato contro l’Afghanistan, Gli sfugge che eserciti piccoli posso battere eserciti grandissimi e far cadere gli imperi, specie se questi eserciti grandi sono disomogenei, male assortiti, con linee di comando eterogenee e non comunicanti e 27 o più tipi di armamenti diversi e altrettante logistiche e tipi di organizzazione.
Lui però resta convinto che la carica dei 27 sarebbe un sicuro successo capace di imporre la no fly zone alla Russia senza colpo ferire, come si è fatto in passato con Saddam Hussein.
L’excursus nel fanatismo bellico del nostro torna come niente fosse ai programmi di pace e insiste che l’Europa deve perfezionare e promuovere il suo modello sociale non puntando sulle risorse militari (se non per scopi strettamente difensivi: evidentemente ancora convinto che la no-fly zone sia un’operazione difensiva). “Inoltre dovrebbe reintrodurre nel suo repertorio politico le tradizionali sanzioni commerciali”. L’Europa, che già applica sanzioni commerciali a mezzo mondo, dovrebbe spingere ancora di più in quel senso!
Il fatto di lottare per la pace come noi cerchiamo di fare non vuol dire che la guerra può essere messa in burletta. Lo stesso Lenin in molte occasioni disse che non solo andava trattata seriamente, ma che era una vera e propria scienza.
Che dilettanti presuntuosi come Piketty e, a più alto livello, von der Leyen e Macron si avviino a una guerra sciagurata senza neanche sapere quello che fanno è una cosa che ci addolora. Che siano destinati a perderla invece non ci dispiace affatto, se questo come probabile segnerà la fine della Nato e di un’Unione Europea regressiva e imperialista, servilmente piegata agli interessi degli Stati Uniti, in nome di un’Europa democratica, pacifica, libera e federale: quello che oggi non è.
Luciano Beolchi
- L’articolo di Thomas Piketty è stato riportato su Internazionale del 2 giugno 2024.[↩]
